La lotta è FICA: i poster contro razzismo, sessismo e discriminazioni invadono Bologna

Disseminati per tutta la centralissima Via Indipendenza, 25 poster realizzati da altrettante artiste e illustratrici inneggiano contro forme di discriminazione e violenza – anche inconsapevoli. 

Giorgia Lancellotti per “La lotta è FICA” un progetto di public art di CHEAP (ph Michele Lapini)
Giorgia Lancellotti per “La lotta è FICA” un progetto di public art di CHEAP (ph Michele Lapini)

Mentre a Milano e Roma si imbrattano le statue, a Bologna la centralissima via Indipendenza rinasce con un nuovo progetto di poster art che ben racconta i temi caldi del tempo presente. Testimoniando un cambio di paradigma, nell’uso che si fa dello spazio pubblico (e l’hanno dimostrato le recenti mostre di Milano e Stoccolma) e nei contenuti che vengono veicolati. Questa volta, con l’iniziativa La lotta è FICA curata dal collettivo CHEAP viene messo nero su bianco un pensiero femminista che s’interseca con tante altre importanti tematiche, come l’antirazzismo, l’autodeterminazione, l’accettazione dell’identità queer e l’inclusione dei corpi di donna (i più disparati) e dei corpi trans. Con un assunto: le forme di violenza e discriminazione che si abbattono sulle minoranze sociali fanno appello a un’unica radice colonialista e oppressiva, che omologa identità, corpi ed espressioni. 

w per “La lotta è FICA” un progetto di public art di CHEAP (ph Michele Lapini)
w per “La lotta è FICA” un progetto di public art di CHEAP (ph Michele Lapini)

LA LOTTA È FICA: I MANIFESTI DI CHEAP

Sono 25 le artiste che partecipano al progetto, tra illustratrici, grafiche, fotografe, perfomer, fumettiste e streetartist, con un vasto campionario di biografie e visioni. “CHEAP oggi produce un intervento di arte pubblica che parla di femminismo, della connessione del potere sistemico nel generare funzionalmente sessismo e razzismo, della necessità di elaborare strumenti di decolonizzazione, di rappresentare corpi che orgogliosamente esulano dalla bianchezza o dall’eteronormatività o dalla visione binaria del genere: così come sappiamo che non si è pronti a eliminare i simboli del privilegio, pensiamo che sia ora che si facciano i conti anche con quelli della nostra liberazione”, spiegano le organizzatrici del collettivo bolognese. E riflettono su come, nonostante il progetto sia stato pensato prima della pandemia, sia importante ribadire oggi le forme di disuguaglianza che si sono accentuate durante il lockdown: con la chiusura delle scuole, la perdita di lavoro da parte di molte donne o l’obbligo di dividersi tra smatworking e cura dei figli e della famiglia; la convivenza forzata con soggetti violenti o ancora la chiusura di consultori o altre forme di assistenza psicologica e sociale. “Questa pandemia ha funzionato in vari ambiti come un acceleratore che ci ha imposto un terribile reality check: all’interno di questa crisi, i divari di genere preesistenti si sono dilatati”, conclude CHEAP. “In uno scenario del genere ripartire dal femminismo ci sembra solo un atto di buon senso”.

– Giulia Ronchi

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.