Seconda tappa del nostro itinerario alla scoperta degli interventi di public art sparsi per Manhattan. Stavolta la destinazione è la High Line.

Ha solo dieci anni ma dal momento della sua apertura a oggi è cresciuta a vista d’occhio, fino a diventare l’attrazione più visitata di New York. La High Line, la passeggiata-parco ricavata sulla vecchia ferrovia sopraelevata su cui viaggiavano i treni merci che rifornivano Lower Manhattan, oggi attraversa la parte ovest dell’isola, da Gansevoort Street alla 34th Street, una zona che nel frattempo si è trasformata da area post-industriale a quartiere di residenze di lusso. A inizio giugno ha aperto l’ultima sezione del parco, The Spur, una terrazza affacciata sulla 30th Street, tra la 10th e l’11th Avenue. Fin dal 2009, la High Line ha sempre avuto un suo programma d’arte, diretto dall’italiana Cecilia Alemani, che ogni anno commissiona e produce opere contemporanee che punteggiano il parco. Ma per questa sezione appena inaugurata, per la prima volta, High Line Art è stata coinvolta direttamente nella progettazione dello spazio e l’arte è integrata nel design stesso. Al centro della nuova terrazza, infatti, c’è il Plinth, un piedistallo ispirato al Fourth Plinth della londinese Trafalgar Square, su cui a rotazione, ogni diciotto mesi, verrà esposto un lavoro su commissione. L’opera scelta per l’apertura è Brick House dell’artista di origini giamaicane Simone Leigh.
A raccontarci il progetto è Cecilia Alemani: “Abbiamo voluto dedicare questo spazio a una grande scultura in grado di dialogare con il contesto urbano. Questo è uno spazio molto speciale, dove si è circondati da tutti questi nuovi grattacieli e si è portati a guardare verso l’alto: abbiamo invitato gli artisti a farsi ispirare da questo ambiente. Rispetto al resto del parco, che è stretto e lungo, qui siamo in uno spazio molto diverso, qui si apre una piazza all’europea e, come nelle piazze europee, volevamo che ci fosse un monumento al centro che facilitasse l’uso dello spazio e generasse una conversazione. Nel caso di Simone Leigh, questa è la sua prima grande opera monumentale: ci interessa lavorare con artisti che non si siano ancora misurati con grandi pezzi di arte pubblica, ma che abbiano voglia di sperimentare”.

Simone Leigh, Brick House, 2019. Photo Timothy Schenck. Courtesy the High Line
Simone Leigh, Brick House, 2019. Photo Timothy Schenck. Courtesy the High Line

DIALOGO E INTERAZIONE

Il dialogo con la città è da sempre centrale nell’approccio del programma di arte pubblica della High Line, che incoraggia gli artisti a concepire le proprie opere in interazione con il parco e la sua storia. “La High Line”, continua la direttrice del programma arte, “è un parco unico, che si distingue da altri parchi già nelle sue caratteristiche fisiche. Quando pensi all’arte pubblica di solito pensi a una piazza o a un grande prato: la High Line è una passeggiata urbana sospesa a dieci metri da terra e il suo programma arte è concepito per dialogare con lo spazio stesso: per esempio, teniamo le opere in mostra per dodici mesi, così che possano interagire con la vegetazione che cambia ogni mese; è un invito a tornare a vedere le stesse opere in un contesto ambientale e climatico completamente diverso, avvolte dalla vegetazione lussureggiante del parco, coperte dalla neve o abbracciate dal pubblico”.
Passeggiando sulla sempre affollata High Line, il gradimento del pubblico è evidente, l’esperienza di fruizione è informale e democratica. “Credo che l’arte pubblica debba poter parlare a un pubblico vasto”, conclude Alemani, “offrendo un incontro sorprendente e stimolante. Penso che le opere di arte pubblica più di successo siano quelle che propongono diverse interpretazioni e diversi punti di entrata. Lo spettatore, con il proprio bagaglio culturale, può di conseguenza leggerle in modi diversi e non normativi”.

Maurita Cardone

https://www.thehighline.org/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #50

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.