Torna il Festival Fotografia Europea a Reggio Emilia. Intervista alla curatrice

Parlare di identità politica e sociale, oggi, è doveroso. Ad approfondire il tema è il festival di fotografia diretto da Luce Lebart insieme a Walter Guadagnini e Tim Clark. Con lei abbiamo parlato di cosa significhi curatela e del ruolo dei festival nell’epoca odierna

Un festival deve generare incontro, dibattito, ricerca. Deve individuare talenti perché siano i maestri di domani. Questa è la visione che Luce Lebart porterà nella nuova edizione di Fotografia Europea, in programma a Reggio Emilia dal 28 aprile all’11 giugno.
Tema di quest’anno è la complessità dell’Europa fatta di identità singole ma anche di comunità, di stati e di politiche inclusive o marginalizzanti. La fotografia parlerà della relazione fra “identità nazionale e comunità democratica”, e di minoranze sospese tra appartenenze agli stati di riferimento territoriale o a comunità più vaste.
Nella direzione artistica, accanto a Walter Guadagnini e Tim Clark, c’è appunto Luce Lebart, storica della fotografia, autrice di diversi libri ‒ tra cui il celeberrimo Les Grands photographes du XX siècle ‒, curatrice di mostre e ricercatrice sia indipendente sia per la Collezione dell’Archive of Modern Conflict. Con lei abbiamo fatto il punto sulla missione di un festival e sul significato della curatela oggi.

Luce Lebart

Luce Lebart

INTERVISTA A LUCE LEBART

Qual è l’obiettivo di una buona curatela?
Per me l’obiettivo è raccontare storie. Le amo. Si tratta principalmente di condividere il lavoro in un modo nuovo: che siano opere artistiche o provenienti da archivio, che siano state prodotte con una intenzione artistica o meno. Il mio obiettivo rimane sempre e comunque quello di raggiungere tanto il pubblico di specialisti, quanto quello più ampio e generico. L’“accessibilità” per me è molto importante, desidero che una esposizione attragga tanto i bambini quanto i ricercatori e gli specialisti. So che può essere ambizioso, ma è quello che conta per me. Anche i testi devono essere accessibili, meglio se hanno un po’ di creatività e una punta di umorismo. E c’è sempre spazio per lo humor nella ricerca d’archivio.

Che cosa significa, quindi, “curare” per te?
Curare significa condividere, condividere anni di ricerche. Il curatore deve essere attento, prendersi cura di ciò che è andato perduto o trascurato – anche persone ‒ e portare tutto alla luce. Io e i miei colleghi cerchiamo di includere il maggior numero di donne possibile nelle nostre scelte e anche di guardare alle periferie geografiche del pianeta per non essere europocentrici e considerare invece altri sguardi. Cerchiamo anche di guardare a quello che ci accade attorno e naturalmente con una attenzione all’ecologia. Economia ed ecologia sono per me fondamentali. Ma la cosa più importante è l’amore per quello che facciamo, e nel mio caso l’amore per la fotografia e le molteplici storie altrui che parlano di passato guardando al futuro. Possiamo imparare così tanto dal passato.

Qual è il ruolo di un festival, oggi, in un contesto sempre più ricco di eventi come questo?
Il ruolo di un festival è molto diverso da quello di un museo, che è molto statico e istituzionale. Un festival è un evento dal vivo, è fatto di link. Un festival raccoglie, unisce, collega le persone in un determinato luogo, in un determinato momento. È fatto di interazioni tra le persone, la città, la cultura, i protagonisti e il pubblico che partecipa perché arriva già con l’idea di cosa sia quel festival. Un festival ha a che fare con gli incontri. E un festival ha anche a che fare con la creatività, con la ricerca. Un festival infine deve anche promuovere la cultura dell’inclusività e naturalmente dell’accessibilità.

Cédrine Scheidig, Christopher and Farah, 2022 © Cédrine Scheidig

Cédrine Scheidig, Christopher and Farah, 2022 © Cédrine Scheidig

CURATELA E ARCHIVI SECONDO LUCE LEBART

Da curatrice come ti poni davanti ai progetti che incontri? Cosa ti colpisce, come li scegli?
I miei progetti sono spesso legati all’incontro con un archivio. Intendo cioè con una quantità enorme di immagini. Mi interessano soprattutto le storie lontane o nascoste o superate. I progetti possono anche nascere condividendo quello che trovo con colleghi e amici, partiamo da un interesse comune e decidiamo di lavorare insieme.

Qual è il futuro del lavoro del curatore? Sembra una professione destinata a scomparire.
No, assolutamente, soprattutto per quanti lavorano con le immagini fotografiche.
Viviamo in un mondo di immagini ed è necessario sapersi muovere tra esse, conoscere la loro storia, il modo in cui sono costruite, anche il loro immaginario è molto importante.
Non ricordo chi l’ha detto, ma l’analfabetismo del futuro non sarà rappresentato da colui che non saprà leggere i testi, ma da colui che non saprà leggere le immagini. Le giovani generazioni hanno bisogno di imparare a leggere le immagini tanto quanto i testi. Sotto questa pioggia continua di fotografie, il compito del curatore è far conoscere il potere delle immagini che devono essere usate con attenzione, tanto quanto le parole.

© Yelena Yemchuk, Odesa

© Yelena Yemchuk, Odesa

Oggi c’è una grande attenzione per gli archivi. Da dove nasce, secondo te?
Gli archivi sono un enorme materiale per la riappropriazione. Gli storici lo sanno da anni. Ma gli archivi non sono solo una grande risorsa per storici e ricercatori, lo sono anche per gli artisti. Il mondo digitale ha prodotto sicuramente nuovi modi di vedere la materialità degli archivi e in particolare di quelli fotografici. Da anni si riflette sulle strade e sui modi della fotografia attraverso ciò che gli archivi ci raccontano. In passato lo storico della fotografia guardava al contenuto, a ciò che l’immagine rappresentava. Ora si tende a considerare l’immagine fotografica come un oggetto archeologico. Sono possibili molte ri-letture e revisioni, sono sempre più numerosi i materiali in cui ritrovare storie, inattesi aspetti estetici o autorialità dove pensavamo non esistesse autore.
Le odierne pratiche vernacolari sono sorprendenti: si modificano artisticamente le immagini e sempre più spesso una fotografia nasconde storie, ad esempio di immigrazione. Le fotografie di famiglia sono interessanti anche per capire e studiare le minoranze.

Simone Azzoni

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Simone Azzoni

Simone Azzoni

Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art…

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