Realizzate fra il 2006 e il 2018, le fotografie di Michael Hauptman contenute nel volume “Of Matter and Time” aprono una serie di riflessioni sul legame che intercorre fra esseri umani, natura e tecnologia. L’intervista

La tecnologia ci sta aiutando a entrare in connessione con gli altri esseri umani e con il pianeta su cui viviamo o ci sta portando a un isolamento irreversibile? Prendono le mosse da questo interrogativo le fotografie di Michael Hauptman (1984) contenute nel libro Of Matter and Time, pubblicato da Damiani Editore.

Michael Hauptman ‒ Of Matter and Time (Damiani Editore, Bologna 2022)
Michael Hauptman ‒ Of Matter and Time (Damiani Editore, Bologna 2022)

Le poche righe che introducono il tuo libro citano il documentario antispecista Earthlings. Un episodio lo collega in modo fortuito a quanto sta accadendo in questi giorni. Infatti, il 21 luglio 2020 a Lutsk, in Ucraina, Maksym Kryvosh ha preso in ostaggio tredici persone su un autobus. Una delle richieste di Kryvosh era che il presidente ucraino Zelenskyi raccomandasse Earthlings in un video su Facebook. Cosa pensi dell’attuale situazione tra Russia e Ucraina? Credi che un artista debba assumere una posizione chiara ed esplicita?
In realtà non conosco così bene quel documentario, ma verificherò. Quello che sta succedendo in Ucraina è assolutamente orribile, Putin ha molto di cui rispondere e la Russia deve porre fine immediatamente all’occupazione. Abbiamo bisogno di essere tutti uniti come terrestri [earthlings, N.d.T.] perché siamo tutti sulla stessa navicella spaziale. Indipendentemente dall’essere un artista o meno, ognuno ha diritto alle proprie convinzioni e posizioni, purché queste convinzioni non causino danni.

La tecnologia è spesso accusata di alienarci dagli altri esseri viventi che vivono sul pianeta e dalla Terra stessa. Tu, invece, sei più ottimista. Puoi spiegare il tuo punto di vista?
L’esempio più semplice che mi viene in mente è: immagina se tutta l’elettricità e l’energia sulla terra fossero solari e rinnovabili, e immagina che questo fosse tutto ciò che sappiamo. Anche se solo a livello inconscio, credo avremmo un rispetto e un apprezzamento diversi per il Sole e per tutto ciò che ci fornisce, ci sentiremmo più vicini a esso. È proprio come quando coltivi le tue verdure e il tuo cibo: lo apprezzi di più quando mangi e ti ci senti automaticamente più vicino.

La prima e l’ultima pagina del tuo libro non presentano fotografie a tutta pagina ma composizioni complesse, tra il collage e il cadavre exquis. Mi hai fatto pensare a certe installazioni di Wolfgang Tillmans. Perché hai scelto questo tipo di presentazione?
Se l’è inventata il designer con cui ho lavorato a questo libro e mi ha davvero colpito, perché sembra una specie di codice visivo e linguistico del futuro. È quasi come un codice verticale in stile Matrix, un testo che è informativo e racconta una storia. Quindi mostra il lavoro in un contesto più esteso rispetto a dati e informazioni.

Michael Hauptman ‒ Of Matter and Time (Damiani Editore, Bologna 2022)
Michael Hauptman ‒ Of Matter and Time (Damiani Editore, Bologna 2022)

LA FOTOGRAFIA SECONDO MICHAEL HAUPTMAN

I titoli dei tuoi lavori sono molto “freddi”: giorno e ora dello scatto, tempo di esposizione ecc. Lo fai per prendere le distanze da un approccio alla fotografia ingenuamente romantico?
Quelli in realtà non sono titoli. Sono solo dati. Sono tutte informazioni relative al momento in cui la materia è stata fotografata. Volevo includere tutte queste informazioni per informare ulteriormente e fornire un contesto. Speravo che aiutasse anche a esprimere il passare del tempo e la relazione tra le immagini, o in alcuni casi a dimostrare che, anche se le immagini sono prese a distanza di anni e in angoli opposti della Terra, si sentono ancora intimamente connesse.

Alcuni dei tuoi lavori sono “sbagliati” dal punto di vista della fotografia professionale. Perché scegli quegli scatti? Con quali criteri decidi se una fotografia è adatta o meno a essere inserita in una storia?
Non sono sicuro a quali lavori ti riferisci, ma se parli delle fotografie con visibili “errori” di Photoshop, l’ho fatto perché il processo che ho usato era in realtà un programma di Intelligenza Artificiale all’interno di Photoshop. Volevo esprimere ed esplorare ulteriormente il rapporto degli esseri umani con la tecnologia e la collaborazione che può fornire nell’arte e nella vita. Per quanto riguarda i criteri che cerco per il photo editing, è più una reazione gutturale e una sensazione a cui cerco di prestare attenzione. Non voglio mai pensare troppo quando edito, piuttosto cerco di ascoltare la sensazione di calma e il subconscio.

Sembra quasi che tu ti senta più a tuo agio nel fotografare il paesaggio – sia esso naturale o antropizzato – piuttosto che gli esseri umani. È davvero così?
Amo fotografare le persone. Riuscire a creare un momento particolare interagendo con una persona o semplicemente osservando un momento e catturandolo… è così speciale. Direi che mi diverto allo stesso modo, sia fotografando le persone che la natura e i paesaggi. Volevo che questo libro fosse terroso e singolare nel modo in cui siamo tutti connessi e uguali, girando intorno al nostro piccolo pianeta. A tal fine, ci sono molta più natura selvaggia e luoghi in cui le persone non abitano rispetto agli esseri umani sulla Terra, quindi, anche se non è un calcolo scientifico, volevo dare un’idea di come siamo solo una piccola percentuale della natura e del mondo in cui abitiamo e di cui facciamo parte.

‒ Marco Enrico Giacomelli

Michael Hauptman ‒ Of Matter and Time
Damiani Editore, Bologna 2022
Pagg. 192, € 55
ISBN 9788862087629
https://www.damianieditore.com

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Marco Enrico Giacomelli
Giornalista professionista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.