Mentre nella sede di Rue Beaubourg la Galerie Templon ospita la personale di Jim Dine, nel suo secondo spazio parigino la galleria rende omaggio al fotografo americano Gregory Crewdson, che abbiamo intervistato.

Per più di 25 anni, Gregory Crewdson (New York, 1962) ha creato fotografie complesse e abilmente messe in scena, ponendo sottilmente in rilievo il disorientamento contemporaneo, la difficile condizione dell’esistenza umana e i paradossi del sogno americano. L’inconfondibile cifra stilistica dell’artista, e direttore degli studi universitari in fotografia della Yale University School of Art, ha dato vita a una iconografia visiva che attinge dal mondo del cinema e si avvale delle stesse dinamiche di realizzazione dei film, a partire dall’accurata scelta degli scenari, della posa e della luce.
Nel tempo Crewdson ha creato un nutrito compendio di immagini disturbanti, che raffigurano una società americana alienata e vulnerabile, in dialogo con la natura e piccoli centri urbani semi deserti. L’indagine artistica del fotografo sembra aver anticipato l’agghiacciante realtà con cui la maggior parte della popolazione mondiale si è dovuta rapportare quest’anno, a causa della pandemia. La fama e lo stile di Crewdson sono balzati prepotentemente in primo piano e la sua lucida visione d’insieme è diventata un luogo universale della mente.
Quattro anni dopo la realizzazione della Cattedrale dei Pini, il fotografo presenta l’ultima serie di scatti, An Eclipse of Moths, in anteprima europea presso la Galerie Templon di Parigi. In mostra sedici fotografie realizzate tra il 2018 e il 2019, che raffigurano sia paesaggi del New England post-industriale, che interni abitativi. Crewdson ha approfondito con noi alcune delle tematiche legate al suo lavoro di fotografo.

Gregory Crewdson. Photo credit Juliane Hiam & Harper Glantz
Gregory Crewdson. Photo credit Juliane Hiam & Harper Glantz

INTERVISTA A GREGORY CREWDSON

In una recente intervista rilasciata alla CNN, ha detto che in modo diretto il paesaggio è filtrato attraverso la sua peculiare immaginazione, infanzia e biografia. Quali motivazioni e influenze artistiche hanno contribuito alla sua scelta di diventare fotografo?
Penso di essere arrivato alla fotografia piuttosto tardi in realtà, durante il periodo del college, mentre cercavo di comprendere quale corso frequentare. Volevo seguire le orme di mio padre, che era uno psicoanalista, ma non ero molto bravo a livello accademico. Sono dislessico e dare esami, leggere e svolgere altre attività di quel tipo non è connaturato al mio essere. Quindi sono state queste circostanze a farmi considerare l’idea di accedere al corso base di fotografia di Laurie Simmons, che è stata la mia insegnante. A partire dal primo istante, quando l’immagine è apparsa nel bagno di sviluppo, ho compreso che questo è il mio linguaggio, lo afferro, mi è congeniale e, in parte, credo che la causa sia rintracciabile nella sua staticità, un congelamento temporale diverso dalle altre forme narrative. Così ho compreso immediatamente come raccontare una storia anche dall’inizio, attraverso una sola immagine. In aggiunta, ho sempre amato i film, da spettatore intendo, e il loro linguaggio visivo. Pertanto, a un certo punto, mentre frequentavo la scuola di specializzazione, ho iniziato ad accostare questi due mondi, i film e le fotografie.

La natura e il suo rapporto con aree e oggetti industriali, insieme all’uso cinematico della luce, sono due degli elementi che descrivono maggiormente la sua produzione artistica, in particolare l’ultima serie, An Eclipse of Moths. Caravaggio, Vermeer, De La Tour, erano considerati Maestri della luce, così come lo è lei. Tuttavia la luce nel suo lavoro sembra descrivere un momento in cui la vita è assente, temporaneamente sottratta a ogni singolo elemento della sua foto. In un certo senso, direi che crea immagini spettacolari, che mostrano “come sarebbe la terra se nessuno potesse respirarne la vita”. È d’accordo con questa interpretazione?
Sì, penso che sia davvero un concetto interessante. Ogni scatto e, più in generale, la stessa fotografia, riguarda fondamentalmente la luce e l’atto fisico del passaggio della luce sulle pellicole e sopra il sensore. Si tratta di dar luce all’oscurità, tracciando una scena o un documento con una certa accuratezza, se ci pensi. Sia nei miei lavori precedenti che in questi vasti paesaggi e negli interni, cerco di utilizzare la luce come un tema ricorrente, per raccontare una storia, in un modo o nell’altro, attraverso di lei. È questo principalmente il mio metodo di narrazione, ma mi piace la tua interpretazione.

Attraverso l’uso cinematografico della luce e l’iconografia della natura e del paesaggio americano, crea immagini concettuali, come metafore dell’ansia psicologica, della paura o del desiderio. È corretto supporre, che lei veda l’arte come uno strumento di comunicazione in cui il “locale” diventa “universale” e, pertanto, un veicolo di analisi poetica della condizione umana e del mondo in cui viviamo?
Questo è quello che spero. Tutto quello che posso davvero fare, come artista, è concepire l’immagine. Cerco di utilizzare tutto quello che è in mio potere per realizzare opere che non siano solo belle, ma che rappresentino il mio immaginario con autenticità. Così, quando creo un’opera, non penso mai all’implicazione politica o ai significati sociali, cerco davvero di farla funzionare unicamente come scatto, in termini di tecnicismi formali, aspetti di illuminazione, inquadratura, spazio, messa a fuoco. Sono questi i dettagli su cui mi focalizzo principalmente, insieme all’iconografia che ho creato in venticinque anni. Alla fine spero che le immagini raggiungano un pubblico più ampio o rispecchino il momento storico in cui sono scattate. In riferimento alla serie An Eclipse of Moths, che è stata realizzata nel 2019, ho solo cercato di comunicare con sincerità la mia percezione di ciò che osservavo in quel periodo. Mai e poi mai avrei immaginato, come probabilmente chiunque altro, che ci saremmo ritrovati in questo contesto e che, di conseguenza, le immagini avrebbero assunto un significato completamente nuovo alla luce dei fatti attuali. Uno spera, nel migliore dei casi, che le sue immagini possano lasciare un segno, ma non può prevedere come saranno lette. L’interpretazione spetta al pubblico.

Gregory Crewdson, Redemption Center, 2018 19 © Courtesy Templon, Parigi Brussels
Gregory Crewdson, Redemption Center, 2018 19 © Courtesy Templon, Parigi Brussels

FOTOGRAFARE LA SOCIETÀ

L’artista, a mio modesto parere, grazie alla sua spiccata empatia, è in grado di catturare il senso intimo di ciò che accade intorno a noi, tastando il polso di una situazione. Pertanto, sebbene nessuno avrebbe mai potuto prevedere una pandemia, in un certo qual modo non mi sorprende che lei sia riuscito ad anticipare il suo scenario, mostrando le disfunzioni della nostra società.
Sì. Si creano immagini partendo dagli scatti precedenti, quindi man mano che ti evolvi come artista, in un certo senso, l’inventario delle fotografie diventa sempre più grande e questo ti permette di costruire ulteriormente. Questa è l’unica cosa che uno può davvero fare. Quindi il mio lavoro è stato caratterizzato dal costante interesse nell’esplorazione del paesaggio americano, una sorta di ossessione professionale, unitamente alla tematica della fragilità. Desideravo caratterizzare a fondo questa serie di fotografie, cercando di far emergere quegli aspetti il più possibile.

Da adolescente ha suonato con gli Speedies, producendo la canzone Let Me Take Your Photo, brano che sembra profetizzare la sua futura carriera. Le sue fotografie sembrano senza fiato, come se fosse riuscito a cristallizzare l’universo nella sua interezza. Tuttavia le immagini, anziché comunicare il pacifico “suono del silenzio”, suggeriscono un frastuono inquietante, simile alla ribellione punk rock. Pertanto mi chiedo se il suono o la musica giochino un ruolo nel processo creativo delle sue fotografie.
Sicuramente sì, ascolto sempre musica e sono influenzato da ciò che sento, quindi c’è una colonna sonora invisibile nelle mie orecchie, nella mia mente, ma allo stesso tempo ci sono le immagini. Uno dei poteri delle fotografie, a differenza dei film o di qualsiasi altra cosa, è il loro silenzio e c’è qualcosa di profondamente impattante in questa mancanza di suoni. Ma, quando sono alla ricerca di una location e al lavoro in studio, stampa e tutto il resto, sicuramente la musica è parte integrante del tutto.

Gregory Crewdson. An Eclipse of Moths. Exhibition view at Galerie Templon, Parigi 2020. Photo credit Nicolas Brasseur

I PROGETTI DI GREGORY CREWDSON

I suoi contenuti, uniti al suo stile, hanno incarnato il nostro tempo, diventando la metafora di una condizione umana che può essere abbracciata e condivisa in tutto il mondo. Come si sente e quale è stato, a suo avviso, il suo più grande risultato? C’è qualcosa che desidera realizzare in fotografia e che sente di non aver ancora avuto la possibilità di fare?
È un fatto curioso, sinceramente non ho mai la percezione del risultato raggiunto, e forse particolarmente ora, chiuso in quarantena e isolato. Quando le mie foto raggiungono un vasto pubblico, sento di esser riuscito a comunicare qualcosa e che, in un certo senso, il mondo risponde. Non posso esserne pienamente consapevole, come se dicessi: “Oh! ecco, l’ho visto!” L’unica cosa su cui ti concentri veramente è sul ”Come faccio ad andare avanti?” e “Qual è la prossima sfida?” Ma ogni tanto, soprattutto ora, quando le immagini sembrano creare connessioni, mi sembra di essere riuscito nell’impresa di comunicare qualcosa.

Sta lavorando a qualcosa di nuovo in questo momento?
Stiamo iniziando a elaborare un nuovo progetto di lavoro, sarà una sfida a causa della pandemia.

Elena Arzani

Parigi // fino al 23 gennaio 2021
Gregory Crewdson. An Eclipse of Moths
GALERIE TEMPLON
Grenier Saint Lazare
www.templon.com

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AutoreGregory Crewdson
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Elena Arzani
Elena Arzani, art director e fotografa, Masters of Arts, Central St. Martin’s di Londra. Ventennale esperienza professionale nei settori della moda, pubblicità ed editoria dell’arte contemporanea e musica. Vive a Milano e Londra.