Protagonista della mostra allestita alla Galerie Templon di Parigi, Jim Dine ripercorre la sua carriera, identificando il fare arte come una urgenza e un desiderio imprescindibili.

Jim Dine (Cincinnati, 1935) è uno dei più grandi artisti dell’arte americana, emerso durante il periodo della Pop Art come creatore innovativo di opere che combinano la tela dipinta con oggetti ordinari della vita quotidiana, distinguendosi come pittore, artista grafico, scultore e poeta.
All’inizio dell’anno, Dine è stato protagonista di un’ampia retrospettiva antologica presso Il Palazzo delle Esposizioni, a Roma. Successivamente ha inaugurato la nuova Fondation Helenis GGL a Montpellier, presentando Faire danser le plafond, un soffitto appositamente creato per la casa padronale del XVII secolo in collaborazione con la Manifattura di Sèvres. All’approssimarsi del suo 85esimo compleanno, l’inarrestabile Dine conclude questo 2020 con una prestigiosa esposizione personale presso la Galerie Templon, intitolata A Day Longer.
Sei dipinti monumentali e una serie di sculture antropomorfe si aggiungono a ritratti dal segno violento, pulsante di colore, in cui sembra che l’artista diventi un tutt’uno con la propria opera, amalgamando l’immagine di se stesso ai celebri arnesi da lavoro che hanno contraddistinto la sua intera produzione artistica. A emergere sono le tematiche dell’identità personale, della memoria e del corpo. Si tratta di una nuova produzione di opere, che hanno richiesto circa tre anni di lavoro e sono state parzialmente realizzate nello studio parigino di Dine, durante il periodo di confinamento a causa dell’emergenza Covid-19.
Per celebrare l’evento è stato pubblicato un catalogo di 84 pagine in lingua francese e inglese, con una prefazione scritta da Anne-Claudie Coric, direttrice esecutiva della Galerie Templon, oltre a due saggi di Annalisa Rimmaudo del Centre Pompidou e di John Yau, poeta, critico d’arte e curatore americano. Allestita fino al 24 dicembre, la mostra è ospitata in Rue Beaubourg a Parigi, sede storica della galleria, recentemente restaurata dall’architetto Jean-Michel Wilmotte.

Jim Dine. Courtesy Galerie Templon
Jim Dine. Courtesy Galerie Templon

L’INTERVISTA A JIM DINE

ll processo alchemico di trasformare oggetti quotidiani in forme d’arte ha plasmato il suo lavoro per molti anni. Gli archetipi di Pinocchio e Geppetto di Collodi sono elementi ricorrenti nella sua arte, così come la forma del cuore, centro della vita. Come è nata la sua passione per l’arte e, di conseguenza, la sua attività di artista?
Non ho scoperto l’arte, ci sono nato. Sapevo dall’età di 5 anni che volevo essere un artista. La mia ossessione per gli utensili viene dalla mia infanzia. Ho scoperto Pinocchio da bambino, a 6 anni, nel film di Walt Disney. Mi impressionò e me lo portai dietro. Non era la storia originale di Collodi, ma mi segnò a tal punto, da restare viva in me fino all’età adulta. Successivamente ho letto il libro. Ero Pinocchio, e poi sono diventato Geppetto, perché Pinocchio è una specie di metafora dell’arte. È l’idea alchemica di trasformare il nulla in oro. Come Geppetto, faccio tutto da solo in studio.

Ha creato un nuovo linguaggio, sperimentando nuove tecniche, aggiungendo elementi insoliti, il tocco materico della sabbia e la poesia. Qual è il suo processo creativo?
Ho dipinto, disegnato e usato utensili per tutta la vita. Mio nonno possedeva un negozio di ferramenta. Da bambino giocavo con i suoi attrezzi, come fossero veri e propri giocattoli. Non saprei usarli diversamente, perché non li ho mai considerati sculture. Li interpretavo come metafore, in grado di esprimere altri significati e come oggetti di utilizzo primario, creati per lavorare. Per quanto riguarda la sabbia, ho iniziato a usarla direi dieci anni fa. Volevo che la superficie delle mie opere avesse più vita e più consistenza.
In questa mostra ci sono due sculture che ho realizzato con un nuovo metodo di lavoro. Ho costruito le sculture sul pavimento, a faccia in giù. Poi, pezzo per pezzo, le ho smontate e portate in fonderia, dove ho finalizzato ogni parte. Mentre mi trovavo là, le ho ricostruite e saldate. Un metodo di lavoro a collage. Per me è stata una grande scoperta, un modo di lavorare diverso e vivace.

Jim Dine. A Day Longer, exhibition view at Galerie Templon, Parigi 2020, photo credit Nicolas Brasseur
Jim Dine. A Day Longer, exhibition view at Galerie Templon, Parigi 2020, photo credit Nicolas Brasseur

L’ARTE DI JIM DINE

Durante la sua straordinaria carriera, ha assistito a diversi cambiamenti culturali intrecciati ai movimenti artistici e a figure chiave, che hanno plasmato il mondo contemporaneo. Ripensando alla sua produzione, quali influenze hanno maggiormente contribuito a dare forma al suo lavoro?
Ciò che mi ha influenzato in tutti questi anni sono state le donne con cui ho vissuto e con cui non ho vissuto. Essendo un viaggiatore irrequieto, sono stato un bersaglio in movimento. Tutto questo è stato il tessuto della mia vita.

Pop Art, Neo Dada, Espressionismo astratto, questi sono solo alcuni dei movimenti artistici associati al suo nome. Tuttavia la sua carriera e produzione sembrano essere un rifiuto costante di etichette e definizioni di stile. Con oltre mezzo secolo alle spalle di generoso contributo alla cultura contemporanea, come descriverebbe il suo lavoro?
Non mi sono mai considerato Pop Art. Come ho detto prima, il Pop si occupa dell’esterno e io mi occupo dell’interno, mi preoccupo della mia vita interiore, quella inconscia.

L’analisi intimistica è un tratto ricorrente nella sua recente produzione, forse a causa del confinamento avvenuto durante l’emergenza pandemica. Tuttavia la serie degli autoritratti, con la rappresentazione ossessiva di teste che quasi si fondono agli utensili, sembra andare oltre le restrizioni del Covid-19. Suggerisce un’ultima trasformazione alchemica, in cui lei e il suo linguaggio artistico diventate una cosa sola. È d’accordo con questa interpretazione?
Il confinamento ha accresciuto la capacità di concentrarmi sul mio viso, è solo il mio viso che mi interessa. Mi concentro su ciò che è distintivo di me, la mia testa. Per me è un oggetto scultoreo o un dipinto interessante. Ho sempre sentito che sulla mia faccia fosse stampato un lungo romanzo storico con inchiostro indelebile.

Dalla sua prima mostra nel 1960, il suo lavoro è apparso in quasi trecento mostre personali. Un bel primato! Esiste qualcosa che non ha ancora avuto modo di creare?
Creare, essere un artista, è tutto ciò che ho sempre voluto fare. È la mia vita. Quindi intendo portarlo avanti, per far parte della storia umana.

Elena Arzani

Parigi // fino al 24 dicembre 2020
Jim Dine – A Day Longer
GALERIE TEMPLON
Rue Beaubourg 30
www.templon.com

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AutoreJim Dine
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Elena Arzani
Elena Arzani, art director e fotografa, Masters of Arts, Central St. Martin’s di Londra. Ventennale esperienza professionale nei settori della moda, pubblicità ed editoria dell’arte contemporanea e musica. Vive a Milano e Londra.