Palazzo Reale, Milano – fino al 27 settembre 2020. Quindici dipinti del pittore secentesco, riscoperto solo a inizio Novecento, riuniti in una mostra che ne ripercorre i diversi filoni e lo mette a confronto con esperienze di altri autori a lui coeve. Un viaggio (non solo) a lume di candela.

Biografia tuttora lacunosa, un oblio lungo diversi secoli, soluzioni stilistiche riconducibili a episodi coevi ma sempre eccentriche: il “personaggio” Georges de la Tour (Vic-sur-Seille, 1593 ‒ Lunéville, 1652) affascina tanto quanto la sua opera fatta di luci e ombre.
Solo nel 1915 lo storico Hermann Voss lo riscoprì, dando il via agli studi che gli attribuiranno dipinti anche ben noti ma considerati a lungo opera di altri autori. Ecco perché, come disse un altro storico, Jacques Thuillier, La Tour “rappresenta il trionfo della storia dell’arte, perché non esisterebbe senza la storia dell’arte“.
La monografica che il Palazzo Reale di Milano dedica al maestro secentesco non si propone come rassegna onnicomprensiva, ma come un percorso che propone quindici opere di La Tour sulle quaranta oggi inventariate e ne evidenzia temi e filoni, confrontandolo con autori coevi.

OLTRE L’ILLUSIONISMO

Si inizia con una delle variazioni su un soggetto ricorrente di La Tour, la Maddalena penitente della National Gallery di Washington (1635-40 circa). Ci si immerge così subito nel genere più noto dell’artista, i notturni a lume di candela. Prodezza tecnica ed espressiva, genere in sé ed espediente che consente ricerche stilistiche innovative, il notturno va ben oltre l’illusionismo, rimescolando le gerarchie interne al quadro e dando vita a una modernissima idea di “fuoricampo” che coincide con la zona oscura.
Altri sette esempi di “lume di candela” di La Tour sono riuniti in mostra (a confronto con altri interpreti di questo genere). Ne I giocatori di dadi (1651 circa), ad esempio, la luce sottolinea straordinariamente la volumetria di corpi e abiti, mentre nell’Educazione della Vergine del 1650 circa si tocca un vertice di illusionismo con la mano della Vergine bambina che copre parzialmente la fiamma della candela ‒ e le fattezze stesse della Vergine sono un esempio di caratterizzazione della figura fuori dal comune.

Georges de La Tour, San Giovanni Battista nel deserto, 1649 ca. Olio su tela, 81 × 101 cm. Musée départemental, Vic sur Seille
Georges de La Tour, San Giovanni Battista nel deserto, 1649 ca. Olio su tela, 81 × 101 cm. Musée départemental, Vic sur Seille

DE LA TOUR DRAMMATICO E CARNALE

Ma l’esposizione contempla anche gli altri filoni e gli altri tratti dell’artista: il taglio “teatrale” delle scene di gruppo; l’ispirazione caravaggesca (Roberto Longhi commentò con entusiasmo l’originalità di La Tour nell’ispirarsi al maestro assoluto del dialogo tra luce e ombra); il realismo sui generis, che nelle opere in mostra tocca i suoi vertici con soggetti dalla drammatica intensità (il Suonatore di ghirlanda con cane e la coppia di anziani, uomo e donna, che si fronteggiano da due dipinti che funzionano come un dittico). La conclusione è affidata a un dipinto tardo, solo in apparenza meno spettacolare degli altri ma in realtà ancora più intenso: il San Giovanni Battista nel deserto (1649 circa), dove luce e ombra fanno davvero tutt’uno con il corpo del soggetto, per un fortissimo effetto drammatico e oscuramente “carnale”.

Stefano Castelli

Evento correlato
Nome eventoGeorges de La Tour
Vernissage28/05/2020 no
Duratadal 28/05/2020 al 27/09/2020
AutoreGeorges De La Tour
CuratoreFrancesca Cappelletti
Generearte antica
Spazio espositivoPALAZZO REALE
IndirizzoPiazza Del Duomo 12 - Milano - Lombardia
EditoreSKIRA
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.