A qualche mese di distanza dalla morte del fotografo, l’artista torinese ripercorre la storia della sua amicizia con Claudio Abate. Evocando il ricordo di uno scatto indimenticabile.

Abate Claudio è il primo nome che compare sulla rubrica dei contatti telefonici del mio desueto iPhone. In sua memoria non lo cancellerò mai finché vivrò.
Fu Susana Serpas che nel 2008 mi presentò e mi permise di allacciare una grande amicizia e straordinaria collaborazione estetica con Claudio. Conobbi, per caso, Susana durante l’opening di una mostra di Franko B a Roma presso la Galleria Lipanje Puntin nella zona di Campo de Fiori. Ruotavamo insieme su una scultura-giostra per bimbi di Franko che veniva manovrata a mano. Un po’ brillo, tenevo gli occhi chiusi poiché la notevole roteazione mi aveva fatto perdere l’orientamento. Chiesi alla ragazza che stava con me sulla giostra di cambiare il senso di roteazione per riequilibrare la vertigine fisica. Tra un sorso e l’altro di vino, finimmo per chiacchierare piacevolmente insieme. Scoprii che era una artista fotografa e che era stata allieva e assistente di Claudio Abate per diverso tempo. Con lui in passato aveva intessuto una lunga relazione sentimentale.
Poiché mi serviva un professionista per fotografare la mia mostra che avevo da poco allestito presso la Galleria Motelsalieri di Fabio Quaranta le chiesi la sua disponibilità. Concordammo l’appuntamento in galleria per il servizio fotografico della mia installazione 0,76 – Senza scarpe in un baratro di errori, che riproponeva la mia mostra Wallpaper – Il vortice del desiderio è privo d’orizzonte, realizzata alla Galleria Pack di Milano nel 2006.
Susana divenne una mia cara amica e la nostra assidua frequentazione ci ha permesso una proficua collaborazione artistica. Quando Susana mi presentò Claudio fu subito amore a prima vista. Aveva sentito parlare di me come artista, specialmente come performer. Anche se non ci eravamo incontrati, conosceva la mia attività nell’ambito del Teatro Sperimentale del periodo romano (1978- 81) quando vivevo a Roma e frequentavo il Beat 72 di Simone Carella e Ulisse Benedetti. Lo stesso ambiente dove Fabio Sargentini, che aveva abbandonato il mondo delle gallerie e dell’Arte per dedicarsi alla sua grande passione del Teatro di Ricerca, presentò alcuni dei suoi spettacoli. Claudio, che negli Anni ’60 aveva frequentato la cantina del Beat 72 come fotografo dei mitici spettacoli degli esordi di Carmelo Bene, mi introdusse subito nell’ambiente artistico di San Lorenzo, il quartiere dove da diversi anni per ultimo aveva posto le basi del suo studio-abitazione. La casa-studio di Claudio era un punto di riferimento per una moltitudine di artisti, specialmente giovani, e amici con i quali amava condividere le serate in alcuni ristoranti della zona, per poi fare notte fonda nei vari locali che di notte costellano la movida notturna del quartiere.
Il Pommodoro per lungo tempo fu il suo ristorante di riferimento, qui erano di casa Nunzio, Pizzi Cannella, Gallo, Dessì, Ceccobelli e gli altri artisti del Pastificio Cerere. Spesso Claudio organizzava curiose mostre dove invitava i suoi amici artisti, molti ancora sconosciuti o debuttanti, nei locali sotterranei della sua abitazione. Qui, durante le inaugurazioni, incontravi il variegato e multiforme pubblico di artisti e appassionati d’arte di Roma.

Gianni Colosimo, seconda parte de _Il silenzio incestuoso della mia ombra ferita, Artforum, gennaio 2011
Gianni Colosimo, seconda parte de _Il silenzio incestuoso della mia ombra ferita, Artforum, gennaio 2011

LE COLLABORAZIONI

Coinvolsi professionalmente Claudio in due progetti estetici tra i più rilevanti della mia carriera d’artista. Il primo fu quello relativo all’esposizione Il silenzio incestuoso della mia ombra ferita. L’atipica mostra si snodava per un intero anno, da novembre 2009 a novembre 2010. Il luogo fisico espositivo erano alcune pagine di quattro riviste d’arte: Exibart, Nero, Mousse e Artforum, sulle quali ogni due mesi pubblicavo un’opera; in tutto sei opere.
L’ultima dava il titolo e racchiudeva il senso dell’intero progetto estetico che aveva come denominatore la riflessione ontologica della condizione dell’artista nella contemporaneità. Giocando con gli stilemi dell’artvertising, realizzavo delle opere che stuzzicavano la curiosità e la psiche degli addetti al lavoro del mondo dell’arte. La costante di ogni lavoro era l’apparizione del mio numero di telefono di casa, con il quale il pubblico dei lettori poteva avere un contatto diretto con me. Volendo mantenere il mistero dell’autore, volutamente il mio nome non appariva mai. Per tutta la durata della ‘mostra’ fui subissato da una miriade di telefonate, molte delle quali provenienti dall’estero, di persone, specialmente artisti, che reagivano alle mie stravaganti opere-pubblicità.
Cerchi l’immortalità? Chiamami”, codesto testo era stato incorniciato all’interno di un annuncio funebre cristiano-ortodosso che mi ero procurato durante una vacanza in Grecia. Quest’opera, la seconda della serie, fu la più gettonata, specialmente dai giovani che a volte, verso le tre o le quattro di notte, con la lingua impastata dall’alcool o da chissà cosa mi cercavano l’immortalità. Per la realizzazione della terza opera mi avvalsi del genio e della maestria di Claudio, il quale doveva fotografarmi in piedi, in osservazione dell’orizzonte al tramonto del sole, su un vecchio carro funebre degli Anni ’60 parcheggiato su una spiaggia.
L’immagine doveva ricordare i meravigliosi paesaggi romantici di Caspar David Friedrich, con al centro dei solitari e misteriosi personaggi che osservano l’inquietante maestosità della natura. L’ opera veniva completata abbinando a questa immagine, in basso, il seguente testo: “Artista senza patente cerca autista che lo traghetti verso l’immortalità + 39 011 543597”.
Per realizzare quest’opera acquistai a Sutera, in provincia di Caltanissetta, dallo zio del mio assistente Fabrizio Nicastro, una meravigliosa station wagon Opel Captain che degli straordinari artigiani di Messina, verso l’inizio del Sessanta, avevano trasformato in un prestigioso carro funebre, che per diversi decenni accompagnò al cimitero di Sutera e comuni limitrofi le salme dei defunti. Agli inizi del Duemila, andò in pensione venendo sostituito da un carro funebre della Mercedes.

Gianni Colosimo, terza parte de _Il silenzio incestuoso della mia ombra ferita_, Nero Magazine, marzo 2011
Gianni Colosimo, terza parte de _Il silenzio incestuoso della mia ombra ferita_, Nero Magazine, marzo 2011

CARRI FUNEBRI E TRAMONTI

Io non ho mai guidato e non posseggo la patente, pertanto il mio fidato assistente, Fabrizio Nicastro, un appassionato di motori, e la sua compagna Macrina si sono sempre occupati della manutenzione e della logistica del mio carro. Con Claudio, che aveva con entusiasmo accettato la realizzazione dell’immagine fotografica, decidemmo il luogo e la data: a Fregene il 20 novembre del 2009. Partendo da Torino, Fabrizio e Macrina arrivarono a Roma alla guida del carro funebre il giorno prima. Ci demmo appuntamento allo studio di Claudio verso mezzogiorno per caricare sul carro l’ingombrante banco ottico e l’attrezzatura necessaria. Come assistenti Abate chiamò il suo caro e straordinario amico fotografo, Rodolfo Fiorenza (anch’egli deceduto qualche anno fa) e Susana Serpas, la sua allieva prediletta. Dopo aver comprato qualche panino e delle birre, partimmo per Fregene. Io e Macrina ci sistemammo a fianco di Fabrizio che guidava il carro, mentre Rodolfo, alla guida della macchina di Claudio, accompagnava gli altri due. Lasciammo San Lorenzo verso le 13. 30 tra lo stupore della gente che alla vista del magnifico carro si faceva il segno della croce, oppure si toccava gli attributi. Per strada incontrammo un notevole traffico di autovetture e camion; comunque ero tranquillo, avevamo almeno quattro ore fino al tramonto. Arrivammo a Fregene verso le 15.15. Non avendo fatto alcun sopralluogo in precedenza, iniziammo la ricerca di una spiaggia adatta per il nostro set fotografico. Dopo aver peregrinato in lungo e in largo, ci rendemmo conto della difficoltà di trovarla. In autunno inoltrato gli esercizi balneari sono chiusi, pertanto tutte le vie d’accesso erano sbarrate. Girovagammo alla ricerca di un varco per almeno due ore. Quando ormai la speranza si era quasi del tutto affievolita, riuscimmo finalmente a trovarlo. Fabrizio, non so come e per quale miracolo, riuscì a percorrere una quindicina di metri sulla bella spiaggia finché, insabbiatesi, le ruote iniziarono a girare su loro stesse. Comunque, la posizione del carro e il luogo erano propizi per allestire il set fotografico.
Claudio, durante l’odissea della ricerca, rimase sempre calmo e sereno. Mancava poco tempo al tramonto e si doveva allestire la complessa macchina per fare funzionare il banco ottico. Claudio, il giorno prima, aveva affittato un potente generatore di corrente per far funzionare le luci e i macchinari. Con l’aiuto di Fiorenza e Susana, Claudio, come un alchimista scafato, approntò magicamente gli allacci dei soft box, ombrelli e flash. Predispose gli stativi, i filtri e gli chassis. Infine piazzò il cavalletto e provò il banco ottico. Io nel frattempo, aiutato da Macrina e Fabrizio, mi misi l’abito di scena disegnato da Fabio Quaranta e studiai la posizione da tenere sul carro. Durante tutta la giornata il cielo rimase plumbeo e coperto. Quando ormai tutto il necessario per gli scatti era stato predisposto, mentre lentamente, per evitare ammaccature alla carrozzeria, mi mettevo in posizione sul carro, le nuvole si dileguarono e comparve con tutto il suo splendore il sole. Una trentina di scatti impressionarono altrettante lastre che diedero alla luce l’immagine che avevo concepito per la mia opera. Nonostante la malinconia dell’imbrunire incipiente, un’irrefrenabile contentezza ed euforia adrenalinica ci avvolsero. In breve smontammo le apparecchiature fotografiche e le rimettemmo sul carro. Poi, più volte, Fabrizio accese il motore per ripartire verso Roma. Le ruote invischiate profondamente nella sabbia giravano a vuoto su loro stesse. A nulla valsero le spinte di noi uomini e delle due donne. Claudio, che ci teneva a riportare a casa la sua attrezzatura, mise inutilmente a disposizione tutte le sue forze e il suo ingegno.
Cercammo anche di creare un valido attrito alle ruote con le canne che avevamo sottratto alla siepe che recintava la spiaggia. Alla fine mandammo in avanscoperta Macrina e Susana per cercare rinforzi. Ritornarono con due ragazzi nerboruti alla guida di un fuoristrada. Con le corde che avevano nel portabagagli imbragammo il carro. Il fuoristrada lentamente riuscì a trascinarsi il carro e la ciurma di persone che lo spingevano. Col buio, verso le 20:30, rimessosi sull’asfalto, il carro nuovamente pimpante ci portò in un bar di Fregene dove festeggiammo la gloriosa impresa e il pericolo scampato. In seguito, Claudio scelse l’immagine più adatta e con un piccolo lavoro di post-produzione eliminò due staccionate di legno che offuscavano la maestosità dell’immagine.

Gianni Colosimo, I cavalli di Jannis. Installation view at Centre Pompidou, Metz 2011. Photo Claudio Abate
Gianni Colosimo, I cavalli di Jannis. Installation view at Centre Pompidou, Metz 2011. Photo Claudio Abate

METZ E OLTRE

Grazie a Claudio, nel mese di marzo 2010, sulle quattro riviste menzionate poté finalmente apparire l’opera come era stata ideata per la cartacea mia mostra. La collaborazione con Claudio continuò allorquando gli chiesi di venire a documentare fotograficamente l’esposizione L’art Contemporaine raconté aux enfants, che realizzai in Francia al Centre Pompidou-Metz nell’estate del 2011, da luglio a settembre. Claudio venne a Metz verso la fine di luglio per seguire la fase finale dell’allestimento, fotografare tutte le opere, l’insieme della mostra e la mia performance dell’inaugurazione. Con il direttore Laurent Le Bon (attualmente dirige il Museo Picasso di Parigi) decidemmo di allestire per la giornata inaugurale l’installazione di sette pony nell’atrio del museo per ricordare Jannis Kounellis e la sua esposizione dei cavalli del ’69, nel garage dell’Attico di Fabio Sargentini.
Fu veramente commovente vedere Claudio, che già aveva documentato il lavoro di Jannis, fotografare la mia installazione dei pony in omaggio al grande artista greco. Come al solito, per tutta la settimana della sua permanenza a Metz, Claudio si amalgamò piacevolmente con tutto il mio gruppo di assistenti e con grande passione e stupefacente professionalità documentò la mia mostra.
Sono veramente orgoglioso di averlo scelto poiché le sue immagini rendono pienamente manifesta la magia espositiva e la resa estetica di ogni mia opera. Da torinese, quando andavo a Roma, Claudio era per me un punto di riferimento straordinario. Insieme, dopo Metz, progettammo una mostra a quattro mani. Lui avrebbe dovuto dare forma con la sua proverbiale perizia tecnica sperimentale a una mia proposizione estetica puramente iconoclasta. Ci bastò l’ideazione progettuale, poiché l’esecuzione materiale ci parve superflua e un esercizio di stile.
Grazie Claudio, mi manchi!

Gianni Colosimo

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AutoreClaudio Abate
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