Museum Rietberg, Zurigo – fino al 4 novembre 2018. Si sale su una collina attraversando un parco e poi si scende nelle viscere della terra. Lo stupefacente museo svizzero presenta la prima monografica in assoluto di un grande e misconosciuto pittore giapponese del Periodo Edo.

Da un lato c’è il Museo Rietberg: siamo nella zona sud-ovest di Zurigo, in cima a una collina, immersi in un grande parco cittadino, con ai piedi un quartiere residenziale che definire tranquillo è un eufemismo. Il museo è distribuito in alcuni edifici neoclassici dove si mescolano collezioni permanenti e mostre temporanee; il sole, quando c’è, permette di prendersi una pausa all’esterno, grazie anche a un bistrot dalla gestione curata e attenta.
Ma quel che più stupisce sono le vetrate multicolori che circondano l’area bookshop e le casse: perché in realtà da qui si scende per ben tre piani, scavati nel ventre dell’altura, ed è qui che si dipanano le grandi rassegne temporanee, buona parte della collezione e un deposito aperto che mozza il fiato. Rigore senza grandeur, né Mudec né Quai Branly – e qui si agitano anche un po’ se li definisci “museo etnografico” o con diciture simili ma più politically correct. Insomma, è la solita storia: anche in Svizzera si sbaglia, certo, ma in percentuali statisticamente irrilevanti.
Dall’altro lato c’è un autore di cui non sappiamo – in Italia, ma in generale in Occidente – nulla o quasi. Colpa dell’inspiegabile ritrosia giapponese, colpa del fenomeno ultra-concentrazionario per cui si batte e ribatte sempre sugli stessi temi, nomi, movimenti (per l’arte moderna giapponese equivale a Hokusai, Hiroshige e Utamaro). Sta di fatto che si contano sulle dita di una mano coloro i quali potevano vantare la conoscenza di Nagasawa Rosetsu (1754-1799).
E poi arriva il Rietberg.

UN PITTORE FRENETICO IN UN TEMPIO ZEN

A Zurigo succede allora che, dopo tre anni di lavoro, si organizzi la più grande monografica dedicata a Rosetsu. La più grande non in Svizzera, o in Europa, o in Occidente. La più grande in assoluto. Portando in terra elvetica opere che mai si erano spostate dal Giappone (solo quattro pannelli erano stati esposti nel 1980 alla Royal Academy di Londra) e ricostruendo addirittura il tempio zen di Muryōji, che si trova a Kushimoto, nella prefettura di Wakayama, e che attualmente è sottoposto a lavori di ristrutturazione.
Naturalmente è questo il cuore pulsante della mostra, la prima grande committenza che il maestro di Kyoto Maruyama Ōkyo procurò al suo allievo più dotato e indisciplinato. Poter camminare all’interno delle sale del tempio, riprodotto in scala 1:1, non è un vezzo allestitivo: permette di comprendere meglio, soprattutto per chi non sia un assiduo frequentatore della cultura nipponica. E permette di osservare alla distanza corretta i delicatissimi dipinti realizzati sulle pareti mobili, pannelli che Rosetsu decora con stili assai diversi tra loro, per la naturale e straordinaria versatilità del suo stile, certo, ma anche perché ognuna delle sale ha una funzione differente e di conseguenza chiama a un approccio pittorico diverso. Per ciò si spiega, ad esempio, la divertente scena dei Bambini cinesi che giocano (nella sala “ricreativa” del tempio) e al tempo stesso la quieta solennità delle Gru (nella sala prevista per il riposo degli ospiti importanti).
La sequenza logica stanza – funzione – stile spiega molto ma non spiega tutto. Non spiega ad esempio le due sue opere più note e straordinarie, la Tigre e il Drago che si fronteggiano nella sala centrale. Si narra che Rosetsu li abbia dipinti in una sola notte, e quel che è certo è che li dipinse in loco e montati – lo si capisce bene dal tratto continuo delle pennellate, dal loro vigore, dalla furia, quasi.
(Sarà provinciale anche solo pensarlo, ma la tigre non è incredibilmente risonante con quella celeberrima di Antonio Ligabue?)

Nagasawa Rosetsu, Tigre, 1786. Dettaglio da una serie di 6 pareti mobili, Muryōji, Kushimoto
Nagasawa Rosetsu, Tigre, 1786. Dettaglio da una serie di 6 pareti mobili, Muryōji, Kushimoto

LA VERSATILITÀ E IL MERCATO NASCENTE

Girare intorno al tempio più e più volte, attraversando le sale in un senso, nell’altro, in un altro ancora. E forse sarebbe sufficiente. Ma, come dicevamo, questa è la più grande retrospettiva mai organizzata su Rosetsu, con una sessantina di opere che provengono da templi e musei del Giappone, ma anche da istituzioni tedesche e statunitensi.
E così si scopre che questa mostra pare una collettiva; che il nesso forma-funzione, in altre parole, non riesce a esaurire, men che meno a spiegare, l’estrema versatilità di Rosetsu. Nell’arco della sua breve vita e nel corso della sua ventennale attività, infatti, il pittore cambia continuamente stile – anzi, maneggia contemporaneamente una palette poderosa di stili. E di formati e di tecniche e di supporti, assai più di quanto si facesse tradizionalmente: scorrono così rotoli verticali e orizzontali, di lunghezze e larghezze talora inedite (Bambù e Luna, per dire, misura 155,8 x 11,3 centimetri); dipinti panoramici su pareti mobili e paraventi; ventagli e album di disegni; segni minuscoli e minuziosi a china, realizzati con pennelli microscopici, accanto a segni gestuali che fanno uso di pennelli ispidi e grezzi, e finanche delle sole dita (azzardato pensare a una linea che conduce fino al Gruppo Gutai?); giochi di pieni e vuoti che testimoniano una modernità folgorante (osservare con grande attenzione Viaggio verso la scogliera rossa del 1795-99).
(Una spiegazione parziale in realtà esiste, e meriterebbe un spazio consono: in sintesi, nel 1790 nascono in Giappone le “mostre commerciali”, l’equivalente dei Salon parigini. Gli artisti sono così costretti a produrre opere sempre nuove e senza conoscere il committente: nasce il mercato dell’arte grazie a – o per colpa di – la borghesia, e da un certo punto di vista nasce il concetto di “evoluzione” artistica.)

Rosetsu. Il fantastico immaginario del Giappone. Exhibition view at Museum Rietberg, Zurigo 2018. Photo © Museum Rietberg Rainer Wolfsberger
Rosetsu. Il fantastico immaginario del Giappone. Exhibition view at Museum Rietberg, Zurigo 2018. Photo © Museum Rietberg Rainer Wolfsberger

SALVIAMO ROSETSU DALLE T-SHIRT

Ora, a essere pessimisti, si potrebbe temere l’effetto Hokusai-Hiroshige-Utamaro. Perché Rosetsu fa parte anch’egli di un trio, quello che la vulgata definisce la “genealogia degli eccentrici”, composto dallo stesso Rosetsu, da Itō Jakuchū e da Soga Shōhaku.
A salvarci sarà forse l’estrema delicatezza delle sue opere, che è poi la ragione per la quale viaggiano poco e, quando lo fanno, possono essere esposte soltanto per due mesi (in alcuni casi, un mese soltanto, per cui alcuni pezzi in mostra a Zurigo sono stati sostituiti a inizio ottobre).
Forse, dunque, la fragilità ci salverà dal vedere la Tigre riprodotta su t-shirt, calamite da frigorifero, matite, ciondoli…

Marco Enrico Giacomelli

Zurigo // fino al 4 novembre 2018
Rosetsu. Il fantastico immaginario del Giappone
MUSEUM RIETBERG
Gablerstrasse 15
+41 (0)44 4153131
www.rietberg.ch

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.