A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, la Royal Academy of Arts di Londra riesce a creare una mostra divulgativa curata con filologica precisione, arricchita da opere dall’alto valore artistico e socioculturale; raccontando criticamente la problematicità dell’eredità storica degli anni postrivoluzionari. I volti e i luoghi della Russia sotto il dominio di Lenin e Stalin si materializzano su ceramiche, fotografie, dipinti, film, ricostruzioni ambientali di un’importante mostra del 1932; e ancora, poster, calendari, prototipi di avveniristiche opere di design.

Sono oltre duecento le opere di artisti, designer, fotografi, registi, ceramisti che hanno segnato la storia delle avanguardie artistiche del primo Novecento, da Kazimir Malevich a Vassily Kandinsky, da Marc Chagall a Vladimir Tatlin, fino ad artisti meno noti, come Alexander Deineka, Boris Kustodiev, Kuzma Petrov-Vodkin. L’ispirazione per il progetto di Londra è una mostra organizzata nel 1932 a Pietrogrado, l’attuale San Pietroburgo, al Museo di Stato Russo, per celebrare l’arte nazionale nei primi quindici anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. Orchestrata dal critico d’arte e autore Nikolay Punin, la mostra di Pietrogrado è riconosciuta tanto come momento celebrativo per le avanguardie artistiche in terra sovietica quanto commemorativo rispetto alla loro simbolica fine. Dal 1932 in poi, Stalin ammetterà infatti il realismo socialista come unico stile rappresentativo per le arti prodotte in Russia, sempre più controllate dal regime.

BANDIERA ROSSA

Gli sviluppi della rivoluzione, iniziata con una manifestazione di lavoratori a Pietrogrado, quindi sfociata in scontro armato, porteranno all’abdicazione dello Zar Nicola II fino alla presa del comando della Duma da parte dei Bolscevichi. Diversi artisti verranno coinvolti nel progetto di consolidamento del potere: nell’opera di pittori, designer e scultori resta costante l’affermazione dei principi politici della dittatura del proletariato; la rappresentazione idealizzata delle personalità ai vertici del comando; la fusione di nuovi simboli, necessari per la propaganda dell’ideologia marxista-leninista, con l’immaginario visivo della Russia prerivoluzionaria. Oltre alla ceramica, come in Donna che ricama uno striscione, di Natalia Danko (1919), da una serie di 311 sculture in porcellana, alla Royal Academy si incontra il realismo dei ritratti di Lenin, a firma di Isaak Brodsky (Vladimir Lenin e una manifestazione, 1919). Le rappresentazioni ottimistiche del nuovo ordine lasciano presto il posto, tuttavia, a rappresentazioni del regime colte fra luci e ombre. Su tutte, il visionario Insurrezione di Kliment Redko (1925). Un ritratto del potere ambiguamente celebrativo e delatorio: qui, gli stilemi rappresentativi delle icone ortodosse incontrano un uso cromatico a contrasti forti, di impronta espressionista e futurista. Per atmosfera vicino al distopico Metropolis di Fritz Lang, piuttosto che al film Kino Pravda di Dziga Vertov, quest’ultimo proiettato in mostra, il dipinto rimarrà lontano dagli occhi del pubblico, fino agli Anni Ottanta.

Kazimir Malevich, Contadini, c. 1930. Olio su tela, 53 x 70 cm. Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Foto (c) 2016, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra
Kazimir Malevich, Contadini, c. 1930. Olio su tela, 53 x 70 cm. Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Foto (c) 2016, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra

CERAMICHE E TATUAGGI

Gli oggetti in porcellana restano, nelle sale a tinte forti del museo, alcuni degli esemplari artistici che testimoniano un passaggio radicale: lo scarto tra stilemi rappresentativi tradizionali e grammatiche visive avanguardistiche. Uniti sotto il Commissariato Popolare per l’Istruzione, il Narkompros, diversi artisti poterono dipingere composizioni suprematiste, fluttuanti su piatti immacolati (questi ultimi ancora con il marchio dello zar). Ne sono testimonianza, in mostra, piatti e teiere disegnati da Kazimir Malevich e Nikolai Suetin. Fanno pendant le ceramiche, non meno sorprendenti, di Maria Lebedeva e Alexandra Shchekotikhina-Pototskaya. Tra i professionisti che studiarono, con maggior intensità, gli stilemi del ricco patrimonio folclorico russo, le due artiste sapranno applicare tale grammatica visiva al contesto contemporaneo. Attraverso un uso sapiente della composizione, la vita delle metropoli e delle campagne è quindi rappresentata sotto nuove forme, nonché costellata dai nuovi simboli del regime: bandiere, falci, stelle, martelli. Nuove icone squillanti tra fiori di campagna o tatuate su marinai in congedo e a passeggio.

PASSIONE DEL CONTADINO

Tra le sale che svelano un volto della Russia meno noto al grande pubblico ve n’è una, in particolare, intitolata Il destino dei contadini: una selezione di opere sulla posizione vulnerabile dei servi della gleba, inginocchiati dall’avanzamento di urbanizzazione e industrializzazione. Gli artisti qui in mostra mettono in luce due facce di una stessa medaglia: la rappresentazione bucolica, a ogni costo, della vita campestre, incoraggiata dalle gerarchie; e quella maggiormente realistica, dai tratti espressionistici, della sofferenza lontana dalle metropoli. Un vaso di Ivan Ivanovich Riznich, dall’Industria di Stato di Leningrado (1929), rappresenta una vita di campagna dai toni radiosi, straordinariamente prossimi al realismo magico di Passeggiata di Marc Chagall (1917-18). Un carattere controbilanciato da Terra di contadini di Boris Grigoriev (1917): rappresentazione di un’umanità ferita e ferina. Qui, cubismo e primitivismo incontrano l’arte folclorica della Russia rurale.

Alexander Deineka, Operaie tessili, 1927. Olio su tela, 161.5 x 185 cm. Museo Statale Russo, San Pietroburgo. Foto (c) 2016, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. (c) DACS 2016. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra
Alexander Deineka, Operaie tessili, 1927. Olio su tela, 161.5 x 185 cm. Museo Statale Russo, San Pietroburgo. Foto (c) 2016, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. (c) DACS 2016. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra

SHOCK WORKER

Il piano quinquennale (NEP) per opera di Stalin, avviato nel 1929, ebbe tra gli obiettivi principali il potenziamento dell’industria, già iniziato da Lenin. Opere come Costruzione di una nuova officina (1926) e Operaie tessili (1926) di Alexander Deineka rappresentano la vita delle industrie, nonché la nascita di un nuovo modello di genere femminile: quello di una donna lavoratrice fisicamente inflessibile nonché neutralizzata negli attributi di genere secondari (divise bianche e lineari, acconciature austere). Altre opere, come Operaio da Dneprostroi, a firma di Isaak Brodksy (1932), mettono in luce la costruzione di genere di un nuovo modello di lavoratore industriale: quello dello shock worker, l’operaio destinato alle mansioni fisicamente più logoranti e usuranti, specie nell’industria meccanica. Come ha scritto lo storico dell’arte John Milner, curatore della mostra: “In questo periodo, uomini, donne, macchine e politica erano interconnessi”. Non sorprende come le opere di Deineka, su tutte, riescano a parlarci di cambiamenti sociali vicini ai nostri: armonizzando realismo, cubismo e astrattismo, oggi, in tempi di robotica e digitalizzazione, le sue immagini risultano stranianti e familiari.

NUOVI MONDI

Uno degli allestimenti in mostra più significativi è Brave New World, con opere di Vassily Kandinsky (Agitazione e Cresta blu, 1917); Lyubov Popova (Costruzione di spazio-forza, 1921); Sofya Dymshits-Tolstaya (Vetri-propaganda, 1919-21); Konstantin Yuon (Nuovo pianeta, 1921). È uno dei momenti in cui emerge, con più forza, l’ottimismo verso un futuro utopicamente possibile. Anche attraverso il teatro: straordinari i video delle coreografie di Vsevolod Meyerhold, inventore della tecnica della biomeccanica (1928); la poesia (Nemici ci circondano…, di Vladimir Mayakovsky, 1921); il design, con un’installazione ambientale e oggetti d’arredamento di El Lissitzky (1930). Si intervallano inoltre ritratti pittorici e fotografici: come l’intenso primo piano della poetessa Anna Achmatova, a firma di Kuzma Petrov-Vodkin (1922); e quelli in bianco e nero di Alexander Blok, Dmitri Shostakovich e altri a opera di Moisey Nappelbaum.

Isaak Brodsky, V. I. Lenin e manifestazione, 1919. Olio su tela, 90 x 135 cm. Museo Storico di Stato. Foto (c)con l'assistenza del Museo Storico di Stato e del Centro Esposizioni ROSIZO. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra
Isaak Brodsky, V. I. Lenin e manifestazione, 1919. Olio su tela, 90 x 135 cm. Museo Storico di Stato. Foto (c)con l’assistenza del Museo Storico di Stato e del Centro Esposizioni ROSIZO. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra

L’ORIZZONTE DI ICARO

I progetti utopici investirono ogni aspetto del quotidiano sovietico. Sfidando ogni limite: l’aliante disegnato da Vladimir Tatlin, il Letatlin, riprogettato varie volte tra il ’29 e il ’32, doveva essere “una bicicletta volante per lavoratori”. Come in una scena del film Andrei Rublev di Andrei Tarkovsky (1977), in cui un monaco sorvola la campagna russa su un aerostato, prima di un catastrofico atterraggio, così il prototipo di Tatlin rimarrà un incredibile, utopico esperimento. Alla fine del percorso della Royal Academy ci attende, infine, un black cube: si sussegue, al suo interno, una proiezione di fotografie segnaletiche di uomini e donne. Sono alcuni intensi ritratti delle vittime delle cosiddette purghe staliniane, iniziate nel ’34.
“Nessuna generazione ha mai avuto un destino simile nel corso della storia”, ha scritto la poetessa Anna Achmatova. La mostra alla Royal Academy sa raccontarne, in modo articolato e critico, glorie e tragedia.

Elio Ticca

Londra // fino al 17 aprile 2017
Revolution: Russian Art 1917-1932
ROYAL ACADEMY OF ARTS
Burlington House
www.royalacademy.org.uk

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Elio Ticca
Nato a Nuoro nel 1988, si laurea allo IUAV di Venezia in arti visive e dello spettacolo. È in partenza per il Regno Unito per approfondire i propri studi in storia dell'arte alla University of Leeds, attratto dalle connessioni fra l'arte di ogni tempo, i gender studies, gli studi warburghiani, le scienze umane e le discipline umanistiche contemporanee. Cerca un proprio Gesamtkunstwerk personale sulla tela, attraverso l'obiettivo della videocamera, con un violino, attardandosi nella città nel tentativo di lasciarla. Spinto dalla passione verso (vecchie) nuove forme estetiche, necessarie allo sviluppo umano, collabora con Artribune dal 2013.

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