Questa mostra a Venezia racconta bellezza e resilenza malgrado le guerre
Fino al 1° agosto 2026, la Fondazione Pinchuk di Venezia presenta a Palazzo Contarini Polignac una mostra collettiva dedicata alla necessità di fare arte nonostante le guerre e le tragedie del presente
C’è, per dirla con Giuseppe Ungaretti, un’“allegria dei naufragi” che lega i festosi lampadari di Simone Post fatti di marshmellow, bastoncini di zucchero, catenine di caramelle e l’immagine fotografica, realizzata e ritoccata a mano da Tacita Dean, del regale sakura, il pruno giapponese i cui rami estesi in piena fioritura sono appoggiati a sostegni artificiali per reggere il peso dello splendore. Entrambe le opere sono esposte nelle sale di Palazzo Contarini Polignac in Still Joy – From Ukraine into the world, evento collaterale ufficiale della 61sima Biennale di Venezia, curato da Bjorn Geldhof e Oleksandra Pogrebnyak e presentato dal PinchukArtCenter e dalla Fondazione Victor Pinchuk. Il filo tematico, che lega e rafforza, è doppio: la bellezza ai bordi della catastrofe e la resilienza dell’arte, un calmo (vedi l’ambiguo senso della parola Still del titolo), irradiante centro di gravità che permane al nocciolo dell’esistente. Il viaggio che riprende dopo il naufragio.

La mostra “Still Joy” a Palazzo Contarini Polignac di Venezia
Su questo senso di gioia persistente e resiliente, le opere d’arte affacciate sul Canal Grande s’interrogano e si accordano come in una sinfonia, a tratti dissonante. Prendiamo la video-installazione che apre la mostra, del duo ucraino composto da Yarema Malashchuk e Roman Khimei: riprende scene da rave parties a Kyiv, prima dell’invasione russa e poi, durante il corso della guerra. Brividi corrono sulle note e sui corpi dei partecipanti. E compongono, per l’occasione, una strana, dura eco con l’altro rave party, dalla finta allegria, che si è tenuto, corredato da bodyguards corrucciati, per l’apertura del padiglione russo ai Giardini, nei giorni della vernice. Ma anche le dissonanze fioriscono. Come in una sinfonia di Mahler. Come le piante “rifugiate” di Zhanna Kadyrova, superstiti dei bombardamenti, raccolte dall’artista nei dintorni di scuole, ospedali e librerie. Superstiti come il lupo di mare della poesia ungarettiana. Torna alla mente l’organo con le canne costruite con i gusci delle bombe esplose portato due anni fa dalla stessa Kadyrova a Palazzo Polignac. Questa volta, l’artista ucraina – che ha presentato durante l’inaugurazione un libro sulla sua opera pubblicato da Distanz – sceglie un registro in apparenza più morbido. Non metallo lacerato che risuona ma organismi viventi e feriti che si riadattano alla vita in luoghi nuovi. Ci si può chiedere: in attesa di tornare a casa? E la casa qual è, in un mondo in subbuglio, trauma e movimento dove i confini si spostano insieme alle persone?

L’opera di Ashfika Rahman per la Fondazione Pinchuk
Un nuovo centro, come risposta, pare arrivare dall’installazione evocativa della bengalese Ashfika Rahman, vincitrice del Future Art Prize, promosso sempre dalla Fondazione Pinchuk, nel 2024. Than Para – No Land Without Us è un insieme di campanelle da tempio sospese su fili dorati che recano le impronte digitali di individui dalle undici comunità indigene delle Chittagong Hills nel Bangladesh. Molti di loro non hanno documenti d’identità e la loro cultura è minacciata. Sono loro la terra eppure appaiono in dissolvenza, rappresentati dal tintinnio di campanelle per l’ascolto di una divinità si spera non troppo lontana o indifferente. Le campanelle sembrano formare una sfera vibrante. Ricorda così l’aforisma di Blaise Pascal amato da Borges, secondo cui Dio è una sfera il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.

La resilienza dell’arte nelle mostre di Venezia
Anche questa opera pare estendersi nella laguna oltre la facciata intarsiata di marmi dell’antica dimora dei Contarini. Fino a toccare le “cartografie degli sfollati”, o meglio sloggiati, senza fissa o sicura dimora (Cartographies of the displaced) creata da Oscar Molina e ospitata a Palazzo Mora nel Padiglione di El Salvador. La tragedia di Gaza non è sullo sfondo, ma in primo piano. La gioia resiliente della Fondazione Pinchuk si apre, forse involontariamente, per un dialogo con altre opere “forti” che si possono vedere a Venezia in questi giorni. Come i corpi di un dipinto su corteccia (a Palazzo Grassi) di Michael Armitage, stesi in una cella, che emanano luce e colore. Resilienze e corrispondenze. Tornando a Palazzo Polignac, il britannico Ryan Gander costruisce la speranza come una disciplina (Hope is a discipline – An Apology). E ci scherza su, molto serio: un animatronic, che rappresenta l’artista stesso, filosofeggia su un mucchio di spazzatura. Già, i fiori, anche quelli salvati da Zhanna Kadyrova, possono prosperare sui rifiuti. La vita cova sotto le macerie. I corpi tracciati e intrecciati dai segni del carboncino di Nikita Kadan galleggiano estatici, liberi e orgiastici sopra scheletri di edifici in un cielo che sembra venire da un romanzo di Michail Bulgakov. La vita, sembra dirci, sorride ai superstiti.
Fabio Sindici
Venezia // fino al 1° agosto 2026
Still Joy
PALAZZO CONTARINI POLIGNAC – Dorsoduro, 874
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