Che cosa significa mostrare un’opera? A Macerata una mostra ripensa il senso dell’esposizione
Giuseppe Ghezzi può essere considerato il ‘trisavolo’ di Harald Szeemann? Da questa domanda provocatoria parte “Expositio Mundi”, la mostra in corso a Macerata che riflette sui limiti e sulle possibilità dello spazio espositivo
Che cosa significa mostrare un’opera? E quale dialogo si instaura con il pubblico nel momento in cui si decide di collocare un lavoro artistico in uno spazio condiviso? La domanda è cruciale, tutt’altro che scontata, e rimanda al concetto stesso di progetto espositivo: un’idea relativamente recente che, nel corso del Novecento, ha ossessionato studiosi, critici e intellettuali, diventando uno dei principali motori della riflessione sull’arte. Negli ultimi decenni, tuttavia, questo concetto si è profondamente trasformato, spesso inseguendo l’innovazione a ogni costo e integrando linguaggi, dispositivi e tecnologie che hanno modificato radicalmente l’atto del guardare e dell’immaginare. Su queste e altre riflessioni si fonda Expositio Mundi. La mostra come medium, la mostra inaugurata poche settimane fa a Macerata e articolata in tre sedi storiche della città marchigiana: Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti. Tre luoghi già di per sé carichi di storia e dotati di una forte identità, scelti dai curatori Lorenzo Benedetti e Giuliana Pascucci come punti di partenza per interrogare il significato del mostrare, inteso come “medium democratico”.

Expositio Mundi: a Macerata gli artisti riflettono sul concetto di mostra
Protagonisti della rassegna sono una manciata di artisti internazionali che, in modi e periodi diversi, hanno contribuito a ridefinire l’esposizione come linguaggio autonomo e pratica critica. È il caso di Giulio Paolini e Joseph Beuys, che accolgono il visitatore nella saletta d’ingresso di Palazzo Buonaccorsi, ponendolo al centro della riflessione (dandogli del “tu”, si potrebbe dire), e di Adelaide Cioni, che poco più avanti presenta un ambiente spaziale da attraversare, nel quale perdersi e ritrovarsi. Raffinato e tagliente è invece il triplice intervento di Fabrizio Cotognini che, attraverso una serie di dipinti, sculture e disegni all’intersezione tra storia, iconografia sacra e mito, propone una personale interpretazione del luogo espositivo come teatro della memoria.

Il museo come spazio di dialogo. La mostra Expositio Mundi
“Expositio Mundi è un progetto ambizioso, in cui gli artisti e le loro opere, di cui molte realizzate appositamente attraverso progetti site-specific, rivestono un ruolo fondamentale”, ha dichiarato il curatore Lorenzo Benedetti. “La mostra è stata anche per questo motivo, l’occasione per avviare collaborazioni e dialoghi, i cui esiti hanno generato nuove relazioni, nuove possibilità di lettura e nuovi significati”. Il dialogo, appunto, con il pubblico, si fa ancora più serrato nelle opere interattive di Veit Stratmann e Catherine Biocca: con l’installazione Tears Don’t Fall, quest’ultima trasforma le sale storiche di Palazzo Buonaccorsi in un “corpo” vulnerabile, attraversato da suoni e lamenti che amplificano una sensazione di vuoto. Al di là dell’ampia costellazione di artisti e artiste contemporanei – oltre ai nomi già citati figurano Ed Atkins, Paolo Chiasera, Michele Ciacciofera, Felix Gonzalez-Torres, Jason Hirata, Oliver Laric, Jonathan Monk, Maurizio Nannucci, Laura Paoletti (protagonista di un intervento diffuso presso la Biblioteca Mozzi Borgetti), Dimitar Solakov, Nedko Solakov, Veit Stratmann e Agnès Thurnauer – il vero fulcro teorico del progetto è però una figura poco nota ai più: Giuseppe Ghezzi. Pittore, letterato e curatore ante litteram, tra Seicento e Settecento diede forma a un’idea moderna di esposizione, contribuendo ad aprire l’arte a un pubblico più ampio.

Giuseppe Ghezzi “pioniere” della curatela
L’episodio a cui la rassegna rimanda risale al 1676, quando Giuseppe Ghezzi organizzò nel chiostro di San Salvatore in Lauro, a Roma, una rassegna di dipinti rinascimentali provenienti da collezioni private. Con quell’iniziativa inaugurò (forse senza averne piena consapevolezza) un modello destinato a lasciare un segno profondo nella modernità: la mostra come strumento di diffusione culturale. “Considerato il primo curatore moderno, Ghezzi aprì al pubblico i capolavori dell’arte custoditi in collezioni private, trasformando l’esposizione in uno spazio di accesso, conoscenza e condivisione”, sottolinea il curatore. A trecentocinquant’anni da quel primo tentativo di mettere in dialogo opere e pubblico, la mostra in corso a Macerata – visitabile nelle tre sedi fino al 10 gennaio – offre una riflessione articolata sul ruolo dell’esposizione oggi, proponendo molteplici interpretazioni e chiavi di lettura. Una riflessione quanto mai attuale, in un momento storico in cui l’idea stessa di spazio condiviso è sempre più messa in discussione dalla diffusione degli ambienti virtuali e dalle possibilità offerte dalle tecnologie digitali.
Alex Urso
Macerata // fino al 10 gennaio 2027
Expositio Mundi. La mostra come medium
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