Il Padiglione Italia alla Biennale? “Deve essere uno spazio di possibilità”. Intervista alla curatrice

Cecilia Canziani ha curato il progetto “Con te con tutto” che Chiara Camoni presenterà nel nostro padiglione nazionale alla 61° Biennale di Venezia. Così, Canziani ci ha raccontato il suo rapporto con l’artista, la sua pratica di lavoro e cos’è per lei la Biennale

La 61ª Biennale Arte di Venezia si apre in un clima segnato da tensioni politiche e sospensioni istituzionali, mentre il dispositivo dei padiglioni nazionali mostra sempre più chiaramente la sua natura anacronistica: un modello novecentesco che fatica a confrontarsi con le trasformazioni geopolitiche e con le nuove forme di produzione culturale. In questo scenario, il Padiglione Italia 2026 – promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura – presenta Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani. Una proposta che non aderisce alla retorica identitaria della rappresentanza nazionale e che sposta l’attenzione su pratiche relazionali e comunitarie, mettendo in discussione il quadro politico che la Biennale continua a riprodurre.

Cecilia Canziani e Chiara Camoni. Ph: Camilla Maria Santini
Cecilia Canziani e Chiara Camoni. Ph: Camilla Maria Santini

Il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia

Il titolo Con te con tutto indica una postura fondata su prossimità, cura e coesistenza tra corpi, materiali e comunità. È l’esito di un dialogo più che quindicennale tra artista e curatrice, che ha generato libri, laboratori, letture condivise e progetti come La Giusta Misura, dove teoria, artigianato e collaborazione si intrecciano. Questa genealogia, radicata in pratiche lente e situate, entra però in attrito con un sistema istituzionale che privilegia narrazioni immediate, facilmente traducibili in un linguaggio di rappresentanza nazionale. Il Padiglione si configura come un ecosistema: opere, testi, attivazioni e dialoghi che costruiscono un campo di relazioni più che un percorso espositivo lineare. Il catalogo – concepito come un reader – intreccia saggi, materiali d’archivio e contributi di studio, trasformandosi in uno strumento critico più che in un dispositivo celebrativo. Una scelta, questa, che rivendica la complessità come valore politico, in un contesto che spesso la percepisce come un ostacolo alla comunicazione istituzionale.

La presenza di Chiara Camoni alla 61° Biennale di Venezia

In un’edizione segnata dalla quasi totale assenza di artisti italiani nella mostra internazionale, Con te con tutto non assume il ruolo di compensazione simbolica. Si colloca, invece, come gesto di responsabilità: costruire contesto, sostenere pratiche che resistono alla semplificazione, mantenere aperto uno spazio di densità critica. La storia instabile del Padiglione Italia – tra pressioni politiche, spostamenti e identità mutevoli – diventa un terreno di lavoro consapevole, non un limite da occultare. È un modo per affrontare le contraddizioni strutturali del sistema, anziché aggirarle. In un momento in cui la Biennale è letta come un termometro geopolitico, Con te con tutto propone un’altra misura: quella della relazione, dell’ascolto, della coesistenza. Una misura che non elude la dimensione politica, ma la sposta su un piano diverso: quello delle pratiche quotidiane e delle forme di vita che sfuggono alla retorica della rappresentanza. In questo senso, il Padiglione non si limita a occupare uno spazio, ma tenta di ridefinirlo, trasformando le fragilità del sistema in un’occasione per interrogare il ruolo dell’arte e della curatela nel presente.

Colonne, 2025, vista d'insieme dell'intallazione, SpazioA, Pistoia. Ph: Camilla Maria Santini
Colonne, 2025, vista d’insieme dell’intallazione, SpazioA, Pistoia. Ph: Camilla Maria Santini

Intervista alla curatrice Cecilia Canziani

Il Padiglione Italia 2025 nasce dal suo dialogo più che decennale con Chiara Camoni. In che modo questa lunga relazione di ricerca ha influenzato la visione curatoriale del progetto? Quali aspetti del lavoro di Camoni ritiene oggi particolarmente urgenti da condividere in un contesto internazionale come la Biennale?
Con Chiara ci conosciamo – e lavoriamo insieme – da più di quindici anni. Abbiamo fatto tante cose: la sua prima mostra istituzionale che raccoglieva un decennio di lavori, curata insieme a Ilaria Gianni (un altro lungo sodalizio) a Nomas Foundation è stata importante perché attraverso il display e l’attivazione di laboratori che precedevano l’inaugurazione abbiamo messo in luce l’aspetto della collaborazione e della convivialità – un aspetto che nel tempo è diventato sempre più centrale nel suo lavoro. Poi abbiamo lavorato a libro, edito da NERO, in cui abbiamo raccolto opere, parole e affidato i testi alle tante persone che erano vicine a Chiara: curatori e curatrici certo, ma anche chi, come Paola Aringes e Silvia Perotti, lavoravano con lei affiancandola nella partica di studio. Uno dei progetti più importanti per entrambe è stato La Giusta Misura, iniziato a partire da un’estate trascorsa a leggere una accanto all’altra, e a scambiarci pensieri e riflessioni durante lunghe passeggiate. Abbiamo avuto voglia di continuare quello scambio e Valentina Gensini, che dirige Le Murate (oggi MAD), ci ha dato la possibilità di farlo. Così durante l’inverno abbiamo esteso l’invito ad altre persone, costruendo diversi appuntamenti in cui riflettere sul genere, sulla materia, sul legame tra artigianato e arte, sulla convivialità insieme a Chiara Frugoni, Francesco Ventrella, Matteo Zauli e affiancate da artiste, colleghi e studenti abbiamo letto, ascoltato, dibattuto, mentre a due a due tessevamo un grande tappeto, sempre con la supervisione di Paola Aringes. La Giusta Misura è stato anche un modo per entrare l’una nel linguaggio dell’altra, scambiandoci i ruoli.

Ci dica di più…
Molte volte Chiara mi ha invitata a scrivere del suo lavoro: uno dei miei testi preferiti è stato scritto un’estate, all’ombra di un albero dove c’era un nido di api. Il loro brusio è entrato nella scrittura, mi è sembrato perfetto perché nella mostra che Chiara stava preparando, già nel titolo annunciava la presenza di insetti e piccole creature di terra e di aria. Quello che voglio dire è che la motivazione, la metodologia e anche le urgenze che Con te con tutto porta in superficie, nascono dalla consuetudine con il lavoro di Chiara e anche con il desiderio di inscrivere in una istituzione come la Biennale i gesti quotidiani, gli affetti, la vita che nutre una ricerca – la mia, come quella dell’artista.

Il suo percorso intreccia ricerca accademica, pratiche editoriali, progetti pubblici e collaborazioni con istituzioni molto diverse. Come ha tradotto questa pluralità di esperienze nel formato del Padiglione Italia e quali strumenti critici ha ritenuto indispensabili per leggere il presente attraverso l’arte?
Mi sono sempre sentita non del tutto curatrice, non del tutto ricercatrice e alla soglia dei cinquanta anni, che festeggio proprio in concomitanza con l’apertura della Biennale, posso dire che forse questa oscillazione tra due ruoli nei quali non mi identifico del tutto, sia quello che mi connota. Mi piace fare tante cose: mi piace insegnare perché il confronto con gli studenti e le studentesse è stimolante e perché penso meglio quando parlo – pensare in presenza, dice Chiara Zamboni, è un’espressione nella quale mi ritrovo. Mi piace scrivere, perché in quel momento sono sola e il silenzio fa bene. Mi piace allestire e pensare le mostre: è una parte pratica, un pensiero di tipo diverso. Mi piace fare libri, Les Cerises è un progetto editoriale unico in Italia perché mette in diretto contato le immagini dell’arte e il pubblico dei più piccoli, senza infantilizzarlo. Mi piace lavorare insieme ad altre persone e in questi mesi mi manca molto IUNO, il suo caos allegro che per me è una caratteristica degli spazi indipendenti, da cui provengo e che penso siano così necessari nel sistema dell’arte. Penso di aver portato tutte queste esperienze nel Padiglione, aprendo la curatela alla pluralità. Ci siamo io e Chiara, ma c’è anche la sensibilità di altre voci che emerge nei Dialoghi e nel Public Program. Il catalogo della mostra poi è stato pensato come un reader, con saggi di Annalisa Metta, Francesco Ventrella, Esther Kinski, Laura Tripaldi, ma anche brani di testi che hanno a che fare con il lavoro di Chiara o che abbiamo letto insieme, scritti di chi frequenta lo studio (anche l’apparato fotografico si deve intendere in questo modo) e anticipazioni di alcuni interventi del programma pubblico. Insomma più che una mostra è un programma intero di opere e azioni che si richiamano l’un l’altra. Anche il sostegno al progetto vuole essere coerente con la postura di questo Padiglione: con Zegna c’è un rapporto di lunga durata.

Di che tipo?
Insieme a Simone Menegoi e Andrea Zegna ho curato il progetto ZegnArt – una bellissima avventura – e Chiara Camoni era una delle artiste alle quali era stata commissionata un’opera per la collezione diffusa che univa idealmente i global store dell’azienda. I valori di Zegna e l’impegno negli ultimi anni nel progetto Oasi Zegna ci sono sembrati più che mai in sintonia con il nostro approccio. Ifis, che sostiene tutto il programma di eventi è la prima banca certificata per la parità di genere, e nel loro Parco di Sculture realizzeremo un episodio de La Giusta Misura – insomma abbiamo cercato una coerenza anche in questo aspetto che si rispecchia anche nel sostegno dei donor di cui abbiamo sentito davvero l’affetto e la vicinanza nel sostenere il Padiglione. Ho cercato di dare al lavoro una dimensione il più possibile corale, certo con tutte le difficoltà e i limiti di mettere insieme un gruppo di venti persone, in un tempo molto breve. Sono molto grata alla Direzione Generale Creatività Contemporanea e al commissario Angelo Piero Cappello per aver affiancato una progettualità così complessa.

La Biennale 2025 si apre in un clima politico complesso, segnato dalla sospensione del Padiglione Russia e dalle discussioni intorno alla partecipazione del Padiglione Israele. Come vive, da curatrice, la tensione tra autonomia artistica e responsabilità istituzionale in un evento che è inevitabilmente anche un dispositivo geopolitico?
La Biennale di Venezia non è mai stata neutra, e oggi questa dimensione è semplicemente più visibile. Da curatrice, il punto non è scegliere tra autonomia artistica e responsabilità istituzionale, ma evitare le semplificazioni: da un lato la neutralità come alibi, dall’altro l’arte ridotta a presa di posizione. Il lavoro sta nel tenere aperto uno spazio in cui le opere possano attraversare queste tensioni senza diventare strumenti di propaganda.

Nel tempo il Padiglione Italia ha oscillato tra scelte controverse, pressioni politiche, direzioni artistiche incoerenti e momenti di forte esposizione mediatica, come mostra bene la sua storia recente tra Giardini e Arsenale. Nel costruire il suo progetto, ha guardato criticamente a queste edizioni precedenti? Ci sono curatele da cui ha scelto di prendere le distanze – per evitare derive propagandistiche, eccessi spettacolari o compromessi istituzionali – o esperienze che invece ha ritenuto utili per capire cosa significa davvero rappresentare l’Italia in un contesto internazionale così carico di aspettative e tensioni politiche?
Ho guardato alle edizioni precedenti come a un campo di possibilità e di errori. Più che prendere le distanze da singole curatele, mi interessava evitare la funzione illustrativa. Rappresentare l’Italia non significa semplificarla, ma accettarne la complessità, anche quando è difficile da restituire.

Mai come quest’anno la presenza italiana in laguna è stata quasi azzerata. In questa edizione l’unico artista con un legame diretto con l’Italia è Theo Eshetu (britannico di origini etiopi, ma romano di adozione), mentre la scena nazionale è rimasta sostanzialmente fuori dal discorso curatoriale globale. Questa marginalità sostanziale solleva interrogativi sul modo in cui l’Italia sostiene, promuove e legittima i propri artisti. Come interpreta questa assenza quasi sistemica? E, da curatrice del Padiglione Italia, sente il peso di dover colmare un vuoto lasciato da un sistema che fatica a portare i propri artisti sulla scena internazionale, o ritiene che il problema sia più ampio e riguardi il modo in cui l’Italia viene percepita (o non percepita) nelle dinamiche mondiali del sistema arte contemporanea?
Penso che la mostra internazionale rappresenti sempre lo sguardo di chi la cura e sono più interessata a questo aspetto che alla conta delle presenze o esclusioni. In generale in ogni caso non la leggerei tanto come un’assenza, ma come il rischio di una fragilità strutturale: bisogna lavorare sulla continuità, sul sostegno e sulla costruzione di contesto. Programmi come Italian Council partono proprio da questa constatazione. Allo stesso tempo, questa edizione è stata segnata anche da condizioni eccezionali che hanno inevitabilmente inciso sui tempi e sulle possibilità di sviluppo del progetto curatoriale. Ma detto questo voglio sottolineare che spesso sono le pratiche artistiche stesse ad aprire spazi di confronto: il nostro Padiglione ospita opere di altri artisti e artiste, cronologie diverse e diversi linguaggi.

Crede che i padiglioni nazionali, nati in un’altra epoca e in un altro sistema di poteri, siano ancora un modello adeguato a rappresentare la produzione artistica contemporanea, o è arrivato il momento di immaginare forme espositive post-nazionali?
I padiglioni nazionali sono un modello storico che continua a funzionare, ma oggi in una condizione più fluida e interdipendente. Non credo vadano superati, ma attraversati criticamente. Possono ancora essere utili se diventano spazi di interrogazione, non forme di rappresentazione che cristallizzano l’identità.

Nel suo lavoro ricorre spesso l’idea di “misura”, di relazione tra corpi, spazi e comunità. In che modo questa sensibilità si traduce nella progettazione di un padiglione che, per definizione, è anche un luogo di rappresentazione identitaria?
La misura, per me, è una questione di relazione: tra opere, spazio e pubblico. Anche in un contesto identitario come il padiglione, significa evitare gesti eccessivi e lavorare su una costruzione che tenga insieme le differenze senza forzarle in una narrazione unica.

Nonostante i vari bandi istituzionali a livello interazionale l’arte italiana spesso fatica a consolidare strutture di sostegno e narrazioni condivise. Quali sono, secondo lei, i nodi ancora irrisolti del nostro ecosistema artistico e quali opportunità intravede nel confronto con la scena globale?
I nodi sono noti: discontinuità, frammentazione e una difficoltà a costruire narrazioni condivise nel tempo. Il confronto internazionale è un’opportunità se non viene vissuto in modo difensivo, ma come spazio in cui misurarsi davvero, anche accettando di non essere sempre centrali.

Lei insegna Fenomenologia dell’arte contemporanea e Storia dell’arte in vari contesti accademici. Quanto è importante, oggi, che una curatrice mantenga un rapporto vivo con la ricerca storica e teorica, e come questa dimensione influisce sulle sue scelte espositive?
Per me è vitale, e tanti e tante colleghe risponderebbero – ne sono certa – allo stesso modo. La ricerca si fa anche fuori dalle aule, chiaramente, ma lo scambio quasi quotidiano con le nuove generazioni, la possibilità di confrontarsi con il lor immaginario e rapporto con il presente e con la storia dell’arte costituisce un osservatorio stimolante. L’insegnamento richiede un grande dispendio, ma nutre in profondità. L’accademia poi, rispetto all’Università, permette un lavoro speculativo a partire dall’osservazione delle pratiche: l’Accademia di Belle arti, dove insegno, è parte del Dottorato di Interesse Nazionale dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, questo percorso appena iniziato in Italia è davvero interessante e i seminari con i nostri studenti e studentesse, come il confronto con colleghe e colleghi è impagabile.

Negli ultimi periodi il sistema dell’arte italiano sembra dominato da mercato e politica. Come interpreta questo equilibrio di poteri e quali problemi emergono quando produzione artistica, ricerca e istituzioni rispondono a logiche che non sempre vanno nella stessa direzione?
Mercato e politica sono sempre stati presenti, ma oggi incidono in modo più diretto. Il problema emerge quando la ricerca e la produzione si adeguano a queste logiche, perdendo autonomia. Il rischio è una riduzione dell’arte a funzione, invece che a spazio critico.

Molti osservatori sostengono che il formato Biennale, così come lo conosciamo, sia in crisi: troppo grande, troppo costoso, troppo dipendente da logiche di rappresentanza. Da curatrice che vi partecipa dall’interno, quali riformulazioni immagina possibili o necessarie?
Non credo che la Biennale sia in crisi. È un formato che continua a funzionare proprio perché accetta la complessità e non la semplifica. È uno dei pochi luoghi in cui il sistema dell’arte si espone davvero, con tutte le sue contraddizioni — ed è esattamente questo a renderla necessaria. La Biennale di Venezia continua a tenere insieme scala internazionale e ricerca, senza ridursi a modello e contenendo le contraddizioni dei nostri giorni.

Guardando al futuro, quale ruolo dovrebbe assumere la curatela in un mondo attraversato da crisi ecologiche, sociali e politiche? E quali responsabilità sente oggi più urgenti nel suo lavoro, dentro e fuori le istituzioni?
La curatela oggi deve assumersi una responsabilità: non solo selezionare opere, ma costruire contesti leggibili. In un tempo di crisi, il lavoro è mantenere uno spazio di complessità e di attenzione, senza semplificare né sottrarsi.

La storia del Padiglione Italia è segnata da un paradosso: prima “homeless”, nel 1999 con Szeemann, poi temporaneamente collocato ai Giardini ribattezzando il Padiglione Venezia, e infine spostato all’Arsenale dopo anni di polemiche, pressioni politiche e soluzioni provvisorie. Guardando a questa traiettoria fatta di occasioni mancate, conflitti istituzionali e identità instabili, che cosa rivela secondo lei della difficoltà dell’Italia nel definire una propria posizione culturale coerente all’interno della Biennale? E come questa eredità condiziona – o complica – il lavoro di chi oggi cura il Padiglione?
La storia del Padiglione Italia riflette una difficoltà a definire una posizione stabile e condivisa, ma anche una certa tendenza a rispondere alle contingenze più che a costruire visioni di lungo periodo. Questa instabilità complica il lavoro, ma è anche un dato con cui confrontarsi. Più che risolverla, si tratta di renderla visibile e lavorarci dentro con consapevolezza, evitando di trasformarla in un limite e provando invece a farne uno spazio di possibilità.

Giuseppe Amedeo Arnesano

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Giuseppe Arnesano

Giuseppe Arnesano

Storico dell'arte e curatore indipendente. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali all'Università del Salento e in Storia dell'Arte Moderna presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha conseguito un master universitario di I livello alla LUISS Master of Art di Roma.…

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