“Voglio sbagliare ancora”. Intervista fiume al maestro Mario Ceroli 

Gli anni sono solo un numero, e Mario Ceroli lo sa bene. Dopo una carriera lunga sette decenni, la sua curiosità non si è mai spenta: lo dimostrano le sue parole con cui, a partire dalla sua recente mostra alla Cardi Gallery di Milano, ripercorre il suo lavoro. In attesa della grande mostra a Brera Modern

Guardare alla terra e ai suoi elementi nella loro più umile e intrinseca corporeità per poi assurgere al mito – attraverso la lettura dei grandi modelli della storia dell’arte e della letteratura, sublimati dalla forza dell’eternità – è qualcosa di intimamente consono all’indole di Mario Ceroli (Castel Frentano, 1938), artista che non si fa etichettare, anzi rigetta qualsiasi incasellamento in gruppi o correnti, affrancandosi da ingerenze e imposizioni grazie a opere che racchiudono le stigmate dell’unicum
Le realizzazioni scultoree del ciclo Discorsi platonici sulla geometria, datate alla seconda metà degli Anni Ottanta, hanno accolto i visitatori negli spazi di Cardi Gallery a Milano con la magniloquenza dei modellati dell’Atlante Farnese – in cui il titano, analogamente, sostiene sulle spalle il globo terracqueo –, focalizzando sguardo e mente sugli imponenti prismi variopinti da loro retti come ponderosi fardelli, frutto di speculazioni filosofiche e dilemmi esistenziali, proliferati e stratificati nei millenni. Con i loro tre metri d’altezza, le figure soverchiano gli spazi e, insieme, stimolano immaginazione e sensi facendo perno sulla speciale tecnica di costruzione per strati lignei. 

Mario Ceroli, Discorsi platonici sulla geometria (Uomo con cubo), 1985-90. Russian pine wood, cm 275 x 170 x 135
Mario Ceroli, Discorsi platonici sulla geometria (Uomo con cubo), 1985-90. Russian pine wood, cm 275 x 170 x 135

La mostra di Mario Ceroli a Milano 

Legno, dunque, qui e sempre. È il pino di Russia il materiale più amato dallo scultore di origini teatine, formatosi a Roma negli anni Cinquanta alla scuola di Pericle Fazzini, Leoncillo ed Ettore Colla, e da vari decenni felicemente insediatosi in un casale a pochi chilometri da Roma divenuto studio e centrale operativa, con annesso deposito gremito di opere – più di 1700 – al pari di un museo di arte contemporanea. E, come nel DNA creativo dell’artista, che da decenni assembla assi lignee per raggiungere imponenti tridimensionalità, qui tutto parla il linguaggio dei tronchi d‘albero, dei boschi e della terra che nei loro confronti gioca il ruolo di “madre generatrice”, alimentandoli e facendo loro da substrato. La mostra milanese allestita da Cardi Gallery, intitolata La Meraviglia – termine di per sé carico di visionarietà e di potenziali emotivi –, si è concentrata sulla produzione dei tardi Anni Settanta –  emblematiche, per il loro essere costituite da paglie e rami, le opere La Nascita di Venere, Inferno, Pier delle Vigne caratterizzate da rilievi plastici anche se concepite come quadri – e Ottanta – le gigantesche sculture, novelli Atlanti, qui esposte rappresentano alcune delle prove più potenti della decade –, offrendo anche alcuni saggi dell’attività di Ceroli datata all’ultimo ventennio. Indicative in proposito opere aggettanti come Senza titolo (2008) o scavate sulla superficie lignea come L’amore con la madre terra (2012) che con la loro fisicità – tormentata da combustioni e asprezze – si pongono ciclicamente a sottolineare il percorso univoco, ma multiforme, che per mano dell’artista dalla terra prende il volo e alla terra continua a fare ritorno. Curata da Davide di Maggio, la rassegna anticipa un’altra esposizione, complementare a quella milanese, che verrà allestita nella sede londinese della Cardi Gallery, e parallela a quella che gli verrà dedicata a Palazzo Citterio, sempre a Milano, a fine anno, e dove sarà proprio la produzione più recente a essere privilegiata in una disanima complessiva del corpus dell’artista. In occasione della mostra milanese, abbiamo incontrato e intervistato Mario Ceroli, affrontando gran parte dei temi che attraversano la sua produzione. 

Intervista a Mario Ceroli

Parliamo dunque di quest’ultima sua mostra. 
Devo dire, una grande gioia tornare a Milano, penso che fossero almeno trent’anni che mancavo, e sono troppi perché io, che ho avuto la fortuna di fare questo lavoro, so come vanno le cose, c’è anche chi ti vuole allontanare…  

Però ne ha fatte tante altre altrove… 
Ma sì, però ricordo con piacere gli Anni Sessanta a Milano, erano un’epoca da perdere la testa. La mia è stata una generazione fantastica: dall’arte al teatro, dalla musica alle canzonette. Feci mostre da Giorgio Marconi, Gino di Maggio, Guido Le Noci, Arturo Schwarz.  

A Roma invece?  
Lì i miei punti di riferimento erano invece Plinio de Martiis (La Tartaruga) e Gian Tomaso Liverani (La Salita), con loro si lavorava a stretto contatto. Adesso queste cose non capitano più. Forse non ci sono più gallerie – o forse prima ce ne erano molte di più – dove esista una vera attività dalla quale gli artisti non siano mai esclusi. La Tartaruga organizzava anche concerti: a esempio, di Sylvano Bussotti, ricordo The Rara Requiem. E fra i compositori a Roma c’erano anche Nono e Sciarrino. Per il cinema e il teatro, Pasolini e Carmelo Bene: con quest’ultimo dovevo mettere in scena Pinocchio, ma poi non si fece nulla. Inoltre, tutte le sere alle sette alla Libreria Feltrinelli di via del Babuino si tenevano eventi speciali: fortunato me che li ho vissuti! Inge Feltrinelli è stata geniale, ha sempre mantenuto viva l’attività culturale. 

La sua opera è molto legata al teatro, tra arte e spettacolo, a partire da Cassa Sistina di cui Germano Celant aveva individuato la “dimensione scenica”. 
Per quanto riguarda il teatro ho avuto la fortuna di conoscere Paolo Radaelli, milanese geniale, molto amico di Luca Ronconi. È stato lui nel ’67, quando ero appena tornato dagli USA (avevo aperto una mostra alla Bonino Gallery di New York) a farmi conoscere Ronconi per il quale poi realizzai nel ’68 le scenografie di Riccardo III per il Teatro Alfieri di Torino… e fu una svolta, anche per Ronconi stesso che prima faceva il teatro “con la cartapesta”. Ronconi ce l’aveva nel sangue il teatro, e Orlando Furioso, che mise in scena al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel ’69, poté essere concepito grazie alle invenzioni nate con Riccardo III. La mia maniera di fare scenografia è stata una ‘liberazione’, anche se non sta a me dirlo. Strehler, Visconti, e altri facevano il teatro con la cartapesta. In genere, si detesta il teatro che scricchiola, invece lo scricchiolio – quello del legno – fa molto bene alla rappresentazione. 

Mario Ceroli, Pier delle Vigne, 1979. Russian pine wood and branches, cm 304 x 55 x 627
Mario Ceroli, Pier delle Vigne, 1979. Russian pine wood and branches, cm 304 x 55 x 627

Spera di poter lavorare ancora per il teatro? 
La “teatralità” è stata la mia fortuna. E oggi chi lo fa il teatro come lo faceva Bene, Bolognini, Ronconi, Strehler? Non lo fa più nessuno … anni fa dovevo inscenare La traviata con Bolognini e Morricone… evviva, che meraviglia! Erano venuti a Roma per parlarne con me, ma poi il teatro non aveva soldi e non se ne fece nulla. Soddisfazione ebbi invece da Omaggio a Martin Luther King, realizzato al Teatro Olimpico di Roma nel ’74 con Goffredo Petrassi e Giorgio De Chirico

Cardi Gallery ha dato un segnale importante con questa sua mostra a Milano e un altro lo darà con l’esposizione che si aprirà fra qualche mese nella sua sede di Londra… 
Sì certo, presto ci sarà anche quella di Londra. Questa di Milano l’ha voluta così Cardi, io avrei messo molte più opere recenti, nuovissime, che ho già pronte. A Roma, in studio, sto lavorando molto perché a dicembre si inaugurerà a Milano a Palazzo Citterio una rassegna a me dedicata. La stessa andrà poi a Roma alla GNAM, alla Galleria d’Arte Moderna, e saranno esposte tutte cose nuove. Mi diverto ancora a lavorare, produco molto, forse anche troppo, però trovo che sia la cosa più divertente, come andare a ballare, muoversi, fare sport: fa bene al corpo, alle mani, all’occhio.  

Ma come sono mutate le sue opere negli ultimi decenni? Maurizio Calvesi parlava di un cambio di tecnica a fine degli Anni Ottanta, dalla bidimensionalità della tavola alla tridimensionalità scultorea. Da allora quali altri cambiamenti sono intervenuti? 
Sì certo, è cambiato il mio modo di lavorare e anche il materiale che uso: sempre pino di Russia, sì, ma insieme a lamine di rame o a canne di bambù, fusi insieme. C’è ancora tanta curiosità in me, voglio sbagliare ancora. 

Da cosa nasce il suo legame con il pino di Russia?  È un legno speciale per sue qualità fisiche o c’è fra voi una storia affettiva. Viene forse da boschi che lei ha amato? 
Legami personali no, non sono mai stato in Russia, nessun rapporto con quella terra se non per aver fatto le scenografie dell’opera Norma che dal Teatro alla Scala di Milano giunse al Bolshoi, ma io neanche alla prima andai perché ero in USA. L’amore per il legno credo sia un suggerimento che mi viene dal legno stesso, quando uno si innamora si innamora. E poi anche l’odore della resina di pino è qualcosa che fa bene, è sano. Ricordiamoci comunque che sono nato ai piedi della Maiella, quella per me era come la testiera del letto… 

Mario Ceroli, Discorsi platonici sulla geometria (Uomo con cono), 1985-90. Russian pine wood, cm 275 x 170 x 135
Mario Ceroli, Discorsi platonici sulla geometria (Uomo con cono), 1985-90. Russian pine wood, cm 275 x 170 x 135

Alberto Burri è stato importante per lei, anche il maestro apprezzava la sua opera? 
Mi voleva un gran bene, mi diceva “tu sei bravo, sei proprio bravo!”. 

L’ha anche guidata nel suo percorso artistico?  
No, perché Burri era un orso, non faceva il Maestro. Però era anche il suo momento, non poteva che esserlo: chi erano allora i maestri? Lui e Fontana. Lucio, quando veniva a Roma, però mi diceva: “invece che alle mostre d’arte, mi porti a ballare al Piper?”. Leoncillo è stato sì il mio maestro, ho fatto l’operaio per lui, iniziando molto presto a lavorare la ceramica, ma ho collaborato anche con Pericle Fazzini, Ettore Colla, e con molti altri artisti attivi a Roma. A esempio, ho aiutato Fazzini a realizzare il Cristo Redentore per la Sala Paolo VI. 

Quali furono i suoi esordi?  
Ho fatto la mia prima mostra a sedici anni, nel ’54. Poi alla Galleria San Sebastianello di piazza di Spagna ho presentato le ceramiche e i tronchi di legno con i chiodi piantati nella corteccia: era il 1958. Come allora, prendere oggi un pezzo di legno e segarlo, oppure iniziare a impostare una cosa nuova con un pezzo di cartone, è sempre per me un piacere incredibile. 

Rivedere in mostra a Milano opere degli Anni Sessanta, accostate ad altre dei Duemila, ha suscitato in lei emozioni particolari? 
Sì, mi sono emozionato. È stata montata bene questa mostra, la galleria è molto spaziosa e le mie opere, tutte molto grandi, sono state ben valorizzate. Mi sono anche ricordato del momento in cui a Milano, per Renato Cardazzo, alla Galleria Il Naviglio, avevo realizzato nel ’67 le mie Ninfee in una vasca del cortile … ecco sì, mi sono emozionato pure ricordando quel momento.  

È cambiato il rapporto con la materia rispetto al passato? 
Il mio approccio alla materia è immutato, mi sono affezionato alle cose, utilizzo tutto quello che mi capita, non è che sto a tagliare solo il legno e i ramoscelli, uso stracci, vetro, marmo, pneumatici… È come vedere vivere un bambino, io sono nato con questi pezzi di legni, vivo ancora in mezzo a questi oggetti, là dove abito e lavoro, dove penso: io voglio sbagliare ancora perché è l’unica possibilità per vivere, e io amo vivere, muovermi, lavorare: a 86 anni è una gioia pazzesca… 

Mario Ceroli, La nascita di Venere 1979. Russian pine wood and straw, cm 300 x 35 x 300
Mario Ceroli, La nascita di Venere 1979. Russian pine wood and straw, cm 300 x 35 x 300

Lei è stato considerato un precursore dell’Arte Povera, perché usava cartoni, stracci, legno. Fu presente nel ’67 alla Galleria La Bertesca di Genova con artisti capitanati da Germano Celant, ma poi in tale compagine mai lei entrò. 
Ma quel modo di fare arte è nato proprio grazie alla mia generazione… meno male che c’è stata la mia generazione altrimenti l’Arte Povera, Bonito Oliva e Celant non sarebbero emersi… 
Noi invece eravamo già fuori. Schwarz, de Martiis, Liverani: questi galleristi hanno fatto per l’Arte Povera un lavoro immane, e poi anche Alfred Schmela di Düsseldorf. In Francia non si fece nulla. Roma, Milano, e Torino, con Luciano Pistoi, sono state invece determinanti. Palma Bucarelli ha lasciato a Roma un’eredità pazzesca: si è mai visto un museo italiano comprare arte contemporanea? Certo, ebbe l’appoggio di Argan. Ma se si va a Roma alla Galleria d’Arte Moderna oggi si può vedere la collezione eccezionale che ha acquisito proprio Bucarelli. Come ci riuscì non si sa. Curò anche la V Biennale des Jeunes Artistes nel ’67 al Musée National d’Art Moderne di Parigi cui io, Pascali, Pistoletto, Kounellis e altri partecipammo… fu una mostra straordinaria, organizzata proprio lì, in loco, da Bucarelli. 
 
E all’estero, come vanno oggi le sue mostre? 
Un artista contemporaneo nato in America è diverso da uno nato in Italia. Sembra che noi in Italia non abbiamo mai fatto nulla.

Alle aste però ci sono state affermazioni importanti e mostre prestigiose si sono aperte in musei internazionali… 
Le aste sono la rovina dell’arte, sono la bugia. Ci vuole l’opera! Ho fatto una mostra con Maurizio Cattelan a Chicago. Una meraviglia Cattelan! Però poi quando fa la banana….  

E a New York? 
Una grande mostra a New York non l’ho mai avuta e mai l’avrò. Spero solo di poter mettere a disposizione il mio spazio qui a Roma, che è interessante, con tanto di teatro. Mi piacerebbe esporre le opere di artisti contemporanei, voglio che questi spazi siano utili a qualcuno: opere mie insieme a quelle di altri. Sarebbe il mio sogno farne una Fondazione, mia figlia si sta dando da fare, ma è tutto difficile. Se fossimo in Canada, tanto per fare un esempio, sarebbe diverso. 

Pensa ancora che l’artista sia un “ladro di immagini”, come sosteneva anni fa?  
No, l’artista vero è uno come Fontana, che si divertiva. Se non c’è divertimento, non c’è creatività. 

Alessandra Quattordio

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Alessandra Quattordio

Alessandra Quattordio

Alessandra Quattordio, storica dell’arte e giornalista indipendente, ha esordito a fine Anni Settanta come curatrice dei cataloghi d’arte e fotografia editi dalla Galleria del Levante a Milano. Dopo la laurea in Storia dell’arte all’Università Statale di Milano, inizia a collaborare…

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