L’arte delle “termiti” in mostra a Parigi. Il graffitismo invade degli spazi museali

Se “l’arte dell’elefante bianco” è metafora di una produzione ingessata e ufficiale, quella delle “termiti” è sovversiva e generatrice di caos. La seconda è protagonista di una mostra inaspettata al Palais de Tokyo

Il morso delle termiti, ospitata al Palais de Tokyo di Parigi, offre un’interessante riflessione sul tema del graffitismo, in continuità con Lasco Project, un programma sperimentale, iniziato nel 2012, che aveva consentito a una sessantina di artisti internazionali di realizzare, all’interno del museo, interventi negli spazi di servizio, corridoi, scale, passaggi, sotterranei per quasi un chilometro, componendo un sorprendente e unico modello di arte urbana all’interno di un’istituzione museale. Un’esperienza che, sostiene Hugo Vitrani, curatore della mostra e ideatore di Lasco Project, “tenta una rilettura speculativa della storia dell’arte dal punto di vista del graffitismo. Dove i graffiti non sono soggetto o estetica, ma esperienza, atteggiamento, immaginario, pensiero sotterraneo”. 

A. One, Face scribbeled on my desk (1989). Aérosol sur toile © A. One
A. One, Face scribbeled on my desk (1989). Aérosol sur toile © A. One

L’arte delle “termiti” al Palais de Tokyo

Su questa traccia, la mostra si arricchisce di un’ulteriore chiave di lettura fornita dal saggio White Elephant Art vs. Termit art di Manny Farber, pittore e critico cinematografico, apparso nella rivista Film Culture nel 1962. A contrapporsi, nel testo, ci sono, per un verso, l’arte dell’elefante bianco, metafora di una produzione ingessata e più ufficiale, e, per l’altro, quella delle termiti, sovversiva e generatrice di caos, in grado di espandere i propri confini senza gerarchie prestabilite. L’attività operosa e ostinata delle termiti, spontanea, disordinata, ctonia e vandalica come i graffiti, del resto, diventa un appiglio teorico con il quale rileggere l’esperienza e la fruizione di una particolare tipologia di spazio urbano, contaminato da interventi non eterodiretti. Per il titolo, in italiano, il riferimento oltre a Farber, va al Calvino de Le città invisibili nel passaggio in cui si confrontano le differenti visioni dell’esploratore veneziano e del condottiero mongolo: “Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”.

Graffitismo e arte urbana al museo

Una cinquantina gli artisti (Chaz Bojórquez, Aline Bouvy, A. One (Anthony Clark), Samuel Bosseur, Brassaï, Miriam Cahn, Sophie Calle, COCO 144, Martha Cooper, Dado (Miodrag Durić), John Divola, Miho Dohi, Ida Ekblad, Mathias Enard, ENERI, Caley Feeney, Futura 2000, Richard Hambleton, Thomas Hirschhorn, Jenny Holzer, Antwan Horfee, Renaud Jerez, David L. Johnson, Margaret Kilgallen, Olivier Kosta-Théfaine, Mierle Laderman Ukeles, Renée Levi, Tala Madani, Mark Manders, Ari Marcopoulos, Roberto Matta, Gordon Matta-Clark, Julia Maura, MODE 2, Tania Mouraud, NOC 167, Nestor Nomakh, PHASE 2, Alexander Raczka, RAMMELLZEE, Jay Ramier, Leomi Sadler, SAEIO, Ataru Sato, SKKI©, Robert Smithson, SNAKE 1, STAY HIGH 149, Lisa Signorini, Hito Steyerl, Hervé Télémaque, Toni, Lily van der Stokker, VALIE EXPORT, Marion Widcoq, Martin Wong, Gérard Zlotykamien), celebri e non solo di vocazione graffitara si ritrovano accanto ad altri meno noti o totalmente sconosciuti.  Questi ultimi, nel corso di un decennio, hanno operato in incognito, spostando lo sguardo sulla città residuale, degli interstizi, dell’illegalità, dove hanno intrecciato linguaggi stratificati. L’obiettivo della mostra non è certo quello di redigere un manifesto ideologico o di rivendicare posizioni antisistema, piuttosto di osservare trame del tessuto urbano, metamorfiche, sfuggite ai modelli dominanti, luoghi di sospensione dell’ordine temporale ufficiale, di resistenza, d’ingegnosità, di scarto. Sono soprattutto i muri, per consuetudine percepiti come delimitanti e limitanti, segno di confine o, peggio, di segregazione, a mostrarsi come territori inesplorati, opere aperte che esprimono, nell’epoca del capitalismo avanzato, relazioni complesse tra soggettività differenti, tra identità e marginalità, tra interiorità ed esteriorità.
Distante da posizioni che, in altri contesti e non senza polemiche, hanno ingabbiato l’anarchismo strutturale della creatività urbana in logiche museali spesso estranee alla sua vocazione, la mostra, sebbene accolta all’interno di un’istituzione, nei vasti fondali e doppifondi del Palais de Tokyo, consente di tracciare pratiche di lavoro ibride, in stile “ termite”, per l’appunto, che per il curatore, “ha la particolarità di progredire attaccando i propri vincoli, di solito per lasciare dietro di sé solo segni di un’attività divorante, operosa e disordinata“.

Marilena Di Tursi

Paris // fino al 10 settembre 2023
Il morso delle Termiti
PALAIS DE TOKYO
13 Av. du Président Wilson
https://palaisdetokyo.com/

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Marilena Di Tursi

Marilena Di Tursi

Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto…

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