A Torino tre artisti riflettono sull’idea di casa

Giuseppe Abate, Bea Bonafini e Ottavia Plazza portano negli spazi torinesi di Société Interludio la loro interpretazione dello spazio domestico. Fra pittura, ricamo, argilla e grafite

A Torino una generazione di artisti nati tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta si interroga sulle possibili rappresentazioni dell’ambiente domestico nel contemporaneo in termini di spazio, relazione e identità. Sono Giuseppe Abate (Bari, 1987), Bea Bonafini (Bonn, 1990) e Ottavia Plazza (Alessandria, 1992).
Cosa definisce dunque una casa? La risposta è aperta e molteplice. Casa è luogo di geografie affettive, dimensione in cui agisce un sentimento dello spazio o ancora campo di maturazione di un lessico familiare, per dirla con Natalia Ginzburg.
Per i tre artisti di Société Interludio casa è però soprattutto un luogo di incidenze, nel senso più letterale del termine. E dunque non in quello figurato del manifestarsi di un evento dannoso, quanto piuttosto in quello di incontri che seguono traiettorie perpendicolari o oblique, pur all’interno di uno stesso piano.
Ogni intervento entra così provvisoriamente a definire l’ambiente espositivo non solo come oggetto estetico in sé, ma piuttosto come porzione integrante di un’interazione vitale di stanze che diventano esse stesse opera e, metaforicamente, nel loro insieme casa.

Incidente domestico, installation view (salotto). Photo Stefano Mattea

Incidente domestico, installation view (salotto). Photo Stefano Mattea

GLI ARTISTI IN MOSTRA A TORINO

Ottavia Plazza, con le sue tele, dilata gli ambienti della galleria con prospettive apparentemente incongrue che, se si cerca il disegno, “non tornano”, ma se si segue la via della pittura pura diventano luogo tangibile e da abitare.
Pur in uno spazio costruito seguendo regole proprie, pur all’interno di architetture impossibili, dove esterno e interno si confondono, quella di Plazza è pittura che non inganna, bensì dichiara apertamente la sua piena natura attraverso il colore. Colore che diventa, esso stesso, dato biografico e di contesto di un luogo libero e sospeso sulla soglia tra realtà e rappresentazione, senza però una possibile definizione.
Su un diverso concetto di limite, questa volta tra generi e pratiche, si colloca invece il lavoro di Bea Bonafini che contamina pittura, arazzo, scultura e tecniche artigianali attraverso un processo di decontestualizzazione e ri-connessione del medium usato con l’obiettivo di creare una nuova mitologia del presente, una “lingua viva”, seppur frammentata e molteplice.
Una ricerca attraverso la materia è anche quella di Giuseppe Abate, che utilizza ricamo, tessuto, argilla e grafite per proporre una convergenza di discorsi teorici sul tema dei mass media e della creazione del desiderio attraverso i prodotti di consumo, che diventano qui icone di un abbecedario del contemporaneo e dei suoi falsi bisogni.
Ecco che il luogo del domestico così rivisto e reinterpretato diviene, in una prospettiva volutamente non univoca, lo spazio della negoziazione di una nuova concezione di casa (e forse, perché no, anche di società): contemporanea, arbitraria, decostruita, molteplice.
Giano bifronte che muove dal passato, ma abita il presente, non senza difficoltà, ma con sguardo lucido e consapevole.

Sara Panetti

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Sara Panetti

Sara Panetti

Sara Panetti (Ivrea, 1983), laureata in Metodologia e storia del museo, del restauro e delle tecniche artistiche all’Università degli Studi di Torino, è Dottore di Ricerca nello stesso ateneo. Curatrice indipendente, scrive per Titolo – Rivista scientifico-culturale d’arte contemporanea (Rubbettino…

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