Gli anniversari dei due viaggi in Sardegna sono alla base dell’antologica dedicata a Carlo Levi dal Museo MAN d Nuoro per i 120 anni dalla sua nascita. In mostra 89 opere e il triplice intervento audiovisivo di Vittoria Soddu

Nasce come una serie di appunti, un diario di viaggio destinato a un volume fotografico sull’isola, per poi giungere alla realizzazione del libro pubblicato per la prima volta nel 1964. Tutto il miele è finito è il risultato di due viaggi in Sardegna intrapresi a dieci anni di distanza (1952-1962) da Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975), grazie alla mediazione di Emilio Lussu, il cui titolo muove da un canto funebre in cui la madre piange il figlio morto: “Mi si volgeva in mente il ritmo di un canto funebre ascoltato a Orune, dove il morto, il figlio, è il miele della casa, che la padrona ha perduto. Un canto che il celebre autore di Cristo si è fermato a Eboli, dopo averlo trascritto, dovette decifrare con l’aiuto degli amici sardi.

Album di viaggio di Carlo Levi, Una bambina a Orune, 1952, gelatina ai sali d’argento, 65 x 95 mm. Roma, Fondazione Carlo Levi, Fondo Fotografico
Album di viaggio di Carlo Levi, Una bambina a Orune, 1952, gelatina ai sali d’argento, 65 x 95 mm. Roma, Fondazione Carlo Levi, Fondo Fotografico

CARLO LEVI E LA SARDEGNA

Attraverso il reportage di un luogo mitico percorso da una storia millenaria, in un contesto che fluttua tra arcaismo e colonialismo, Levi denuncia i problemi socio-economici di un’isola che tenta di ottenere una reale autonomia. È infatti del 1962 l’approvazione del Piano di Rinascita per favorire lo sviluppo industriale che nel tempo si rivelerà fallimentare, ma questa è un’altra storia. “Nel chiuso dell’isola mille aspetti diversi stanno insieme e condizioni umane diverse, e diversi visi e attitudini, e lotte e attività e sentimenti, spesso contrastanti e contradditori, sempre difficili a capirsi, un paese geloso e oscuro che rifiuta i luoghi comuni e le idee ricevute”. Levi era affascinato da quella terra di contrasti e antiche tradizioni, pura e arcaica, come si evince dal suo articolo per L’Illustrazione Italiana del 1952, e, a 120 anni dalla sua nascita, il Museo MAN gli dedica un ampio progetto attraverso 89 opere tra dipinti, disegni e incisioni, che documentano la sua ricerca artistica.
Una selezione di fotografie tratte dall’inedito Album di viaggio del 1952 attesta le tappe dell’itinerario isolano accostato alla prima parte del progetto audiovisivo dell’artista Vittoria Soddu (Sassari, 1986), che s’ispira a una delle cornacchie donate a Levi e soprannominata Orune per mettere in scena la trasformazione di una donna in uccello. A seguire la prima parte dell’opera pittorica: una serie di autoritratti, tra cui il celebre Autoritratto con la mano gialla del 1930. Ritratti e paesaggi ritornano costantemente nella produzione pittorica di Levi, questi ultimi rappresentano il rapporto tra l’uomo e il territorio, quel legame esistenziale e profondamente emotivo che non l’ha mai abbandonato. Da Torino, dove nacque, ad Alassio, dove la famiglia possedeva una casa come attesta l’opera Aria, a Parigi, dove soggiorna periodicamente nel corso degli Anni Venti e dove ritornerà nel 1939 a causa delle leggi razziali e dopo il primo arresto per l’irriducibile militanza che lo costringerà al confino in Lucania.

Carlo Levi, Autoritratto, 1945, olio su tela, 46 x 38 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Carlo Levi, Autoritratto, 1945, olio su tela, 46 x 38 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

NATURA MORTA E RITRATTI SECONDO LEVI

L’ambito parigino ha profondamente influenzato la cifra stilistica dell’artista, che negli Anni Venti oscilla tra Post Impressionismo e linguaggio macchiaiolo mentre negli Anni Trenta la sua attenzione è esplicitamente rivolta ad Amedeo Modigliani e ai Fauves. E se la natura morta e alcuni ritratti tra cui La Santarcangelese, negli stessi anni, virano verso soluzioni stilistiche vicine alla Scuola Romana attraverso pennellate pastose, “ondose” e veloci, nel dopoguerra l’artista sceglie di esprimersi con un linguaggio più realistico ma al contempo sospeso che lo avvicina agli stilemi del Realismo Magico.
Nel ritratto, la scoperta, quando avviene, è istantanea, e subito certificata e resa durevole nell’opera, che permane come un organismo autonomo e vivo, perché è il frutto di un rapporto e di una presenza: della collaborazione necessaria e preziosa della persona ritratta, che, momento di una relazione creatrice, dà quello che è anche senza saperlo. Il ritratto, il cui significato è stato spesso analizzato dall’artista nei suoi scritti, è uno strumento di analisi e comprensione dell’esistenza umana. Per Levi tutta l’arte è ritratto, quel ritratto che è soprattutto un invito alla libertà.

Carlo Levi, Autoritratto (gufo con l’occhialino), 15 maggio 1973, feltri colorati su carta, 23,6 x 22,5 cm. Collezione Antonino Milicia e Nino Sottile Zumbo. Photo Antonio Cilona
Carlo Levi, Autoritratto (gufo con l’occhialino), 15 maggio 1973, feltri colorati su carta, 23,6 x 22,5 cm. Collezione Antonino Milicia e Nino Sottile Zumbo. Photo Antonio Cilona

CARLO LEVI E VITTORIA SODDU

A chiudere l’antologica una serie di dodici disegni, esposti in Italia per la prima volta, tratti dal ciclo della cecità, realizzati nel 1973 durante la convalescenza post operatoria successiva a un intervento agli occhi. Con esse il prosieguo dell’intervento dell’artista Vittoria Soddu, realizzato nell’ambito di una residenza sostenuta dalla Fondazione Film Commission in collaborazione con il Museo MAN. Anticipato da Back to back, traccia sonora che fa da sfondo alla sezione dedicata ai Carrubi dov’é la voce dello stesso Levi a essere da protagonista, il cortometraggio Ogni andare è un ritornare è un fluire lento e poetico di gesti semplici e quotidiani della comunità contemporanea della provincia nuorese. Una ricostruzione delle visioni dello scrittore in dialogo con il territorio ma anche una rappresentazione del mito attraverso l’incarnazione della cornacchia, simbolo di trasformazione e del lato oscuro dell’esistenza umana. Il tutto immerso in una atmosfera sospesa e senza tempo.

Roberta Vanali

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Roberta Vanali
Roberta Vanali è critica e curatrice d’arte contemporanea. Ha studiato Lettere Moderne con indirizzo Artistico all’Università di Cagliari. Per undici anni è stata Redattrice Capo per la rivista Exibart e dalla sua fondazione collabora con Artribune, per la quale cura due rubriche: Laboratorio Illustratori e Opera Prima. Per il portale Sardegna Soprattutto cura, invece, la rubrica Studio d’Artista. Orientata alla promozione della giovane arte con una tendenza ultima a sviluppare ambiti come illustrazione e street art, ha scritto oltre 500 articoli e curato circa 150 mostre per gallerie, musei, centri comunali e indipendenti. Tra le ultime: la doppia mostra di Carol Rama in Sardegna, L’illustrazione contemporanea in Sardegna, Archival Print. I fotografi della Magnum. Nel 2006 ha diretto la Galleria Studio 20 a Cagliari. Ha ideato e curato la galleria online Little Room Gallery (2010-13). Ha co-curato le mostre del Museo MACC (2015-17), per il quale nel 2018 è stata curatrice. Ha scritto saggi e testi critici per numerosi cataloghi e pubblicazioni. Il cinema è l’altra sua grande passione.