Simboli del soft power, il passero e l’ape sono metafore di un Paese che ha scelto la conversione culturale, sostenibile e comunitaria dello sviluppo. E ora la piattaforma Harabel ha prodotto una nuova opera, firmata Sislej Xhafa.

Nel cielo di gru della città che cresce, la colonna sonora è un cinguettio ininterrotto. Sono onnipresenti, volano felici dentro e intorno ai dodici giardini di Skanderbeg Square, la piazza più iconica di Tirana ridisegnata dallo studio 51N4E con il concept dell’artista Anri Sala – un progetto antiretorico e antimonumentale fatto di essenze autoctone della nazione, piccoli specchi d’acqua, forme di cura e di ristoro. Per le persone e le creature, come i passeri – harabel nella lingua albanese.
Harabel è anche il nome di una piattaforma del contemporaneo che agisce in parallelo con un archivio/lab digitale di arte contemporanea della scena locale; un programma di talk collegato a un blog; committenze di arte pubblica. Tutto in doppia lingua – inglese e albanese – per essere radicati liberi e interconnessi, a partire dalle parole.

Adrian Paci, The Calligraphy. Courtesy Harabel Contemporary, Tirana
Adrian Paci, The Calligraphy. Courtesy Harabel Contemporary, Tirana

HARABEL, LA NUOVA PIATTAFORMA DEL CONTEMPORANEO A TIRANA

Il nome Harabel definisce identità, missione e stile”, racconta Ajola Xoxa, founder assieme a Driant Zeneli della piattaforma gestita dagli uffici della Sky Tower nel quartiere Blloku, chiuso ai tempi del regime e oggi al centro della scena metropolitana. “Non è l’aquila simbolo dell’Albania e della forza, ma un passero, un uccellino che si trova sempre e dappertutto, forte e solido, immanente. Harabel è una comunità di persone unite dalla passione per l’arte come responsabilità, che agisce da cerniera tra conoscenza, archivio e committenza ad artisti albanesi che vivono all’estero e in patria. L’attenzione alla scena locale, anche con collaborazioni e disseminazione in spazi e luoghi curati da altri soggetti, supera la questione generazionale e riguarda spesso artisti che dopo la caduta del comunismo si sono liberati, storie cui offrire il riconoscimento negato dalla storia”.
Un committment che ha come metodo il networking con soggetti diversi: istituzioni internazionali, reti culturali e associative, ambasciate, privati.

Sislej Xhafa, Bleta, 2021 © Gent Onuzi for Harabel Contemporary
Sislej Xhafa, Bleta, 2021 © Gent Onuzi for Harabel Contemporary

L’OPERA DI SISLEJ XHAFA PER HARABEL

Dopo Adrian Paci, Alban Muja, Sadik Spahija, l’intervento di Sislej Xhafa continua una ricerca che non teme il confronto con memorie da elaborare in contesti complessi. Bleta – “ape” in albanese – è un’opera che obbliga al cammino e all’attraversamento, tra aree industriali dismesse, ospedali, il grande cimitero della città. Luoghi dove divertimento e dolore si alternano e si mescolano.
Fino a qualche anno fa passare da là significava chiudere i finestrini e girare lo sguardo, oggi quella collina in lontananza è un landfill che si sta riqualificando, un parco urbano con piantumazioni, fiori. E arte contemporanea. In quel paesaggio alieno c’è una finestra, che si nota ma non si impone tra i giovani alberi, sembra in legno e invece è in bronzo; sembra inquadrare un orizzonte e invece coglie uno dei tubi di sfiato della discarica; sembra poggiare su una terra conosciuta e invece è sospesa su qualcosa di ignoto, in decantazione, in metamorfosi; sembra un oggetto e invece è una visione. Niente è come sembra, e il fuori sincrono da sperdimento inquieta e interroga, tra acacie che si immaginano odorose, cicale erba fresca e camion, che a ritmo cadenzato scaricano, spostano, accumulano. È il rifiuto come reperto, realtà aumentata di senso, funzione, relazione, valore.

Alban Muja, Enough Is Enough. Courtesy Harabel Contemporary, Tirana
Alban Muja, Enough Is Enough. Courtesy Harabel Contemporary, Tirana

Un’archeologia del contemporaneo che accomuna la memoria individuale e quella stratificata delle civiltà, tra vita materiale e Weltanschauung trattenute nelle tracce irriducibili che permangono. Quella collina vive, respira, comunica; è un centro energetico di superfici che si sommano, tubi che spuntano dal corpo della terra come un sistema nervoso e venoso. E quella finestra, con la rete per i mosquitos, è una soglia, un confine, una consolazione e un’interrogazione, un segno intimo e sconosciuto. Non è dato sapere su cosa poggia, eppure bleta – la sentinella, la creatura operosa figlia della responsabilità individuale, della comunità e di una infinita elaborazione – compie un gesto che rilascia piacere, cura e conoscenza. Nei luoghi, dentro lo spirito del tempo.

– Cristiana Colli

https://harabel.com.al/

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Cristiana Colli
Cristiana Colli nata a Reggio Emilia nel 1964. Laureata in Scienze Politiche, giornalista dall’85, cura l’ideazione e l’organizzazione di progetti culturali, eventi, mostre, festival e iniziative di valorizzazione. Per istituzioni pubbliche e private, musei, aziende, ordini professionali, fondazioni realizza e promuove strategie di comunicazione sociale e culturale legate al paesaggio, all’architettura, all’arte contemporanea e al design. Sul fronte della ricerca economica e sociale dal 2003 collabora con il Consorzio A. Aster e dal 2007 lavora con Symbola-Fondazione per le Qualità Italiane. È direttore responsabile della rivista rivista MAPPE – Gagliardini.