Muore a 85 anni Richard Nonas, l’artista antropologo che conferiva poesia alla materia

A dare la notizia della scomparsa dell’artista nato a New York nel 1936 è la P420 Art Gallery di Bologna. Ricordiamo l’antropologo che ha deciso di dedicarsi alla pratica artistica ripercorrendone la carriera

Richard Nonas, 2016, P420, Bologna. Photo Dario Lasagni
Richard Nonas, 2016, P420, Bologna. Photo Dario Lasagni

È morto a 85 anni Richard Nonas, antropologo e scultore statunitense la cui ricerca artistica si inserisce nell’ambito del minimalismo, pur trovando soluzioni concettuali e formali autonome e peculiari rispetto a questa corrente. A dare notizia della scomparsa di Nonas è P420 Art Gallery, galleria d’arte bolognese che rappresenta l’artista. “L’antropologia mi ha regalato il dubbio come definizione della vita umana. Mi ha regalato il dubbio come giustificazione di se stesso: uno squillante, pervasivo, corroborante, positivo dubbio come continua giustificazione della vita. L’antropologia mi ha fatto il dono del dubbio permanente. Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo”, è la citazione con cui Nonas è stato ricordato da P420.

RICHARD NONAS, L’ARTISTA ANTROPOLOGO

Nato a New York nel 1936, Richard Nonas studia Letteratura e Antropologia presso l’University of Michigan, il Lafayette College, la Columbia University e l’University of North Carolina, per poi lavorare per dieci come antropologo in America Latina, Nord Ontario e Yukon in Canada, Messico e Sud Arizona e come insegnante negli Stati Uniti. Risale agli anni Sessanta la decisione di dedicarsi alla pratica artistica, prendendo così avvio la sua personale ricerca sulla manipolazione della materia. Dopo un’esperienza a Parigi, torna a New York, che negli anni Settanta vive il clou delle sperimentazioni radicali e dei cambiamenti sociali. In questa temperie, realizza la sua prima opera, una serie di quadrati fatti con travi di legno e collocati per terra. Soluzione formale, questa, che lo iscriverebbe nella corrente del minimalismo, ma in realtà il lavoro di Nonas si contraddistingue per la componente emotiva ed empatica: i suoi interventi danno conferiscono ai luoghi per i quali sono pensati nuova prospettiva e nuovi significati, come l’installazione pensata nel 2017 per la Chiesa della Spina a Pisa: 14 parallelepipedi in ferro pieno collocati a 80 centimetri di distanza uno dall’altro riscrivevano nuove traiettorie e diagonali all’interno dello spazio, creavano linee che interferiscono con le altre preesistenti del luogo, sottolineando la caducità e la vuotezza proprie del monumento.

L’ARTE DI RICHARD NONAS ATTRAVERSO LE SUE PAROLE

“Mi sono ritrovato a non volere aggiungere nulla, nessun commento o spiegazione. Le mie precedenti spiegazioni sembravano spiegare troppo. Le mie teorie distorcevano la realtà. Mi sono trasformato in un artista. Vidi che oggetti semplici erano frammenti che potevano convogliare un’emozione umana complessa verso una via istantanea, immediata, indivisa che non era alla portata delle parole”, così Nonas raccontava la decisione, o meglio la necessità, di diventare artista. “Non sono più un antropologo. L’antropologia era la mia amica, la mia seria compagna. È stata l’antropologia a tirarmi fuori da me stesso, ad allargare i miei confini e a far si che continuassi a vedere. Mi ha aperto il mondo. L’antropologia ha distrutto la certezza della mia educazione, mi ha insegnato a giocare con la differenza”, raccontava nel 2011 l’artista in occasione della mostra No-Water-In alla Galleria P420. “Dall’antropologia ho ricevuto il dono del pensiero mutevole. Mi riferisco al sentimento, forte e positivo, di incertezza che la realtà delle vite altrui mi ha instillato, come una inveterata abitudine. L’inesorabile abitudine al dubbio: dubbio nei confronti di ciò che è più ovvio, dubbio nei confronti di ciò che è più piacevole, dubbio nei confronti di ciò che è più opportunisticamente utile, dubbio nei confronti di ciò che è oscuro e difficile, dubbio nei confronti di ciò che è doloroso, distruttivo o inutile. Mi riferisco al dubbio nei confronti di ogni cosa, persino dell’antropologia. Questa è l’antropologia cui mi riferisco. L’antropologia del dubbio. L’antropologia mi ha regalato il dubbio come definizione della vita umana. L’antropologia mi ha fatto il dono del dubbio permanente. Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo. Ho cominciato a fare oggetti; oggetti che dovevano deliberatamente essere confusi, che dovevano essere ambigui, che dovevano essere resistenti alle limitazioni del linguaggio e della spiegazione. Ho trasformato il mio dubbio in scultura. Ho reso fisico il dubbio stesso”.

– Desirée Maida

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.