Dopo il rodaggio d’autunno finalmente è a regime il nuovo Macro. Pericle Guaglianone è andato a dare un’occhiata. Convincono sia le diverse mostre da poco inaugurate che il nuovo assetto del museo.

Intanto la notizia. Il neo-direttore Luca Lo Pinto ha reso il Macro di Roma un complesso abbastanza fluido sul piano espositivo. Il museo ne aveva bisogno, è uno dei meno compatti del mondo dal punto di vista architettonico. La sua ricetta, strutturare il museo come un magazine, in rubriche, non è solo maquillage, funziona. La formula a ogni spazio la sua mission sorregge e valorizza la discontinuità strutturale del museo, mentre d’altro canto la visita si giova – finalmente – di un minimo di circolarità. Evviva.
Poi, fa piacere essere stati ascoltati! La sala grande (enormous secondo la segnaletica), fiore all’occhiello del museo, è stata infatti verniciata di nero, anche in alto, così da saldarsi più naturalmente col mood conturbante del favoloso foyer-agorà. Un intervento, questo, che avevo invocato qualche tempo fa in un articolo pubblicato su queste pagine e che spero vivamente non sia solo contingente. Anche perché per soluzioni ambientali più canoniche ci sono già le (numerose) altre sale del museo.

LE MOSTRE AL MACRO

Quanto alle mostre, il livello si mantiene sempre piuttosto alto, e c’è anche di che entusiasmarsi. La portata principale è costituita da una super-personale di Nathalie Du Pasquier (Bordeaux, 1957; vive a Milano), allestita nella sala maggiore. La mostra, meravigliosamente concepita, fatta di mille configurazioni (dipinti, installazioni, wall painting, sculture, eccetera), è scandita da interventi architettonici minimi ma utopici (“sarebbe bello fare una casa tutta coperta di mattonelle” scrive l’artista), e animata da messaggini a parete scritti in prima persona, in cui l’artista si rivolge in tono colloquiale al visitatore. Tematicamente si tratta di una sinfonia dedicata alla dimensione domestica. A convincere è la capacità di realizzare nature morte tanto iperrealiste quanto intimiste. Dominano geometria, grazia e senso del colore, in un universo brillantemente a metà strada tra il costruttivismo pop di Fernand Léger e il proto-postmodernismo di Domenico Gnoli.
Bene anche Retrofuturo, palinsesto assai connotato in termini ambientali, che intende contrapporre a un’idea un po’ statica e polverosa di collezione museale quella – viceversa – agile e prismatica di vetrina. Nel concreto, si tratta di un carosello espositivo che obbliga gli artisti all’opera secca. Ciò consentirà al visitatore di fare continuamente nuovi “incontri”, lungo un corridoio sempre identico ma che verrà via via riconfigurato tramite avvicendamenti. Il fondale fotografico fisso di Giovanna Silva (Milano, 1980), che riprende in modo freddo ma emozionale gli archivi del museo, è perfetto, perché potente ma neutro.

Retrofuturo. Appunti per una collezione (Gianluca Concialdi, Davide Stucchi, Giovanna Silva). Museo per l’Immaginazione Preventiva, MACRO, Roma 2021. Photo credit Agnese Bedini e Melania Dalle Grave di DSL Studio
Retrofuturo. Appunti per una collezione (Gianluca Concialdi, Davide Stucchi, Giovanna Silva). Museo per l’Immaginazione Preventiva, MACRO, Roma 2021. Photo credit Agnese Bedini e Melania Dalle Grave di DSL Studio

LE OPERE DI BONFILI E MARCHI

Tra le opere visibili al momento, tutte apprezzabili, spiccano quelle di Carola Bonfili e di Beatrice Marchi. Carola Bonfili (Roma, 1981) è presente con un video e un gruppo scultoreo ispirati al libro-totem del Rinascimento Hypnerotomachia Poliphilii, ricco di immagini e suggestioni iconologiche. Partendo da un particolare tratto da un’illustrazione, l’artista ha costruito un racconto centrato sul momento in cui tre ninfe incappucciate e mascherate, una volta raggiunto un ambiente segreto e ipogeo, anziché svelare i propri volti, scoprono che le maschere che indossano sono bifronti. Tre sculture bicefale sono accanto al televisore. Il video, dai toni ritualistici, oltre che dai significati archetipici complessi, è incisivo e difficile da dimenticare proprio perché imperniato su quella sola immagine così numinosa.
Beatrice Marchi (Gallarate, 1986) sorprende ed entusiasma. È presente con un video sui generis, proiettato sul pavimento, costruito pittoricamente ma assimilabile a un cartoon. In esso individui isolati slittano paralleli su tapis-roulant aeroportuali che li rendono strani spettri carichi di pathos. Sono icone di un’umanità di passaggio che sembra piangere e insieme mettersi in posa, soggetti esemplari di un presente così prosaico da essersi fatto onirico. Il lavoro è un gioiello, ha contenuti urban ma toni sorprendentemente mitici. Il taglio quasi gotico viene esaltato da una sintassi minimalista. Notevole anche l’ipnotico accompagnamento musicale fatto di voci in falsetto. Da vedere e rivedere.

Simone Carella, Io poeto tu. Exhibition view (Rä di Martino, Anna Franceschini, VEGA). Museo per l’Immaginazione Preventiva, MACRO, Roma 2021. Photo credit Agnese Bedini and Melania Dalle Grave of DSL Studio
Simone Carella, Io poeto tu. Exhibition view (Rä di Martino, Anna Franceschini, VEGA). Museo per l’Immaginazione Preventiva, MACRO, Roma 2021. Photo credit Agnese Bedini and Melania Dalle Grave of DSL Studio

GLI ALTRI PROGETTI AL MACRO

Gli altri progetti da poco inaugurati sono nella sezione corrispondente al vecchio corpo di fabbrica del museo. Meriterebbero dei focus a parte. Un fil rouge sembra comunque legare tra loro un trittico di mostre-omaggio. Mi riferisco a quelle dedicate a Simone Carella – regista, poeta e animatore culturale della Roma Anni Settanta –, con lavori creati per l’occasione da artisti visivi della nuova generazione; al performer concettualista Wolfgang Stoerchle, presentato attraverso l’occhio attento dell’editrice e ricercatrice Alice Dusapin; al magazine erotico Playmen, sorprendentemente ricco di contributi colti (ha ospitato inediti di Henry Miller e Carmelo Bene, oltre a lunghe interviste a Giorgio de Chirico e Michel Foucault).
Tre monografie splendide, perché puntuali e non pedanti. Il leitmotiv che le lega, in modo sottile ma palpabile, è un senso di nostalgia per una stagione fatta di libertarismo e sperimentazione, quella degli Anni Sessanta e Settanta, che comincia ad apparire, oltre che irripetibile, non più a portata di mano.
Tra queste mostre-revival, accomunate da un’idea sfrontata di sperimentazione, va a incunearsi l’ottima personale di Soshiro Matsubara (Hokkaido, 1980), fatta di incantate visioni da boudoir postmoderno. Si direbbe una sorta di contrappunto generazionale, atto a rappresentare alla perfezione il nostro presente, così differente e introverso.
A completare il bouquet delle novità ci sono l’ambiente immersivo dedicato alla sperimentazione sonora dedicato questa volta all’etichetta discografica indipendente Editions Mego, attiva da un quarto di secolo, e un focus sull’attività dell’editorial designer e art director belga Boy Veerecken. Due proposte godibilissime, oltre che arricchenti.

Pericle Guaglianone

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.