5 esperimenti neuroscientifici che hanno influenzato la nostra visione dell’arte contemporanea

In che modo l’immagine e la sfera creativa influiscono sui meccanismi del nostro cervello? A svelarlo sono cinque esperimenti tra arte e neuroscienze che vi raccontiamo qui.

Nel volume La visione dall’interno. Arte e cervello (Bollati Boringhieri, Torino 2003) il pioniere della neuroestetica Semir Zeki afferma che, seppur inconsapevolmente, la gran parte degli artisti – Pollock, Fontana, de Kooning, per citarne alcuni – ha intuito molto prima degli scienziati, con tecniche del tutto personali, l’organizzazione del cervello visivo e di conseguenza le dinamiche della percezione artistica da parte dei suoi fruitori. Ma quali sono gli esperimenti nel campo neuroscientifico che hanno confermato e talvolta stravolto la conoscenza di come l’essere umano si approcci all’esperienza estetica?

-Marta Pizzolante

 

1. LA SCOPERTA DEI NEURONI SPECCHIO

La scoperta dei neuroni specchio

La scoperta dell’esistenza dei “mirror neurons” nei macachi e dei relativi meccanismi di mirroring nel cervello umano, insieme alla nuova enfasi sulla rilevanza dei processi emotivi per la percezione sociale, sono stati il primo grande caposaldo nella spiegazione dei processi correlati alla percezione dell’estetica contemporanea. Ma cosa si intende per “neuroni specchio”? Si tratta di un gruppo di neuroni individuati per la prima volta nell’area cosiddetta F5 delle scimmie e presenti nell’essere umano all’interno della corteccia pre-motoria e in altre aree, come il lobo parietale. Questo gruppo di neuroni sembra attivarsi esattamente allo stesso modo sia quando un’azione è svolta in prima persona dall’individuo sia quando l’individuo vede svolgere la stessa azione da altri. Attraverso questa enorme scoperta la ricerca neuroscientifica ha messo in luce i modi in cui entriamo in empatia con gli altri, enfatizzando il ruolo dei modelli impliciti dei comportamenti e delle esperienze altrui – cioè la simulazione incarnata (“embodied simulation”). I neuroni specchio infatti implicano che la nostra capacità di dare un senso alle azioni, emozioni e sensazioni degli altri dipenda da questo meccanismo.

2. SEMIR ZEKI: PADRE DELLA NEUROESTETICA

Gli studi di Semir Zeki

La percezione dell’elaborato artistico si avvale di un organo sensoriale principe: la vista. Tutti gli studi sulla visione sono fondamentali nella comprensione dell’esperienza estetica, perché anche l’occhio, oltre al cervello, essendo un organo complesso, ha vita separata ed autonoma. Dalla pupilla al nostro telencefalo il percorso è lungo e le variabili che intervengono sono potenzialmente infinite: è essenziale comprendere come quell’immagine della realtà che noi catturiamo con lo sguardo riesca ad arrivare alle zone del cervello dove viene sottoposta a un’elaborazione sempre più complessa. Pionieri di questa convinzione i Gestaltisti a cui tutt’oggi molti studiosi fanno riferimento (vedi Vilyanur Ramachandran e il suo libro “Che cosa sappiamo della mente”, Mondadori 2004). Già nel lontano 1993 Semir Zeki dell’University College di Londra e i suoi colleghi dell’Hammersmith Hospital di Londra avevano compreso l’importanza dell’indagine dei processi fisiologici che caratterizzano la visione, con l’obiettivo di identificare le aree coinvolte nell’elaborazione di informazioni sul colore o sul movimento. Utilizzando la tomografia a emissione di positroni (PET) gli scienziati sottopongono ai partecipanti vari tipi di stimoli: quadrati colorati, quadrati in bianco e nero e quadrati in movimento. Attraverso questo test, Zeki individua le zone della visione che si attivano per la percezione sia del colore che del movimento. Nonostante le mappe di attivazione risultanti nello studio PET di Zeki risultino piuttosto rozze e oggi gli scienziati della vista impieghino sofisticate tecniche di fMRI per studiare l’organizzazione della corteccia visiva umana, questo studio ha rappresentato una vera e propria svolta per l’individuazione dei correlati neurali della bellezza.

3. WHEN ART MOVES THE EYES: A BEHAVIORAL AND EYE-TRACKING STUDY

WHEN ART MOVES THE EYES A BEHAVIORAL AND EYE TRACKING STUDY

In uno studio di Davide Massaro, gli autori cercano di misurare il gradimento estetico e correlarlo con i movimenti di esplorazione visiva, registrata con la tecnica di eye-tracking (che permette di tracciare i movimenti oculari monitorando costantemente lo sguardo) considerando una serie di opere d’arte non molto note distinte in due categorie: dipinti dinamici e dipinti statici. I tipi di dipinti differiscono per il contenuto, ovvero rappresentano figure di essere umani caratterizzati dall’accentuata gestualità o statici oppure paesaggi e ambienti naturali. Ai quarantadue soggetti vengono poste due domande: “valuta da un punto di vista estetico l’immagine che osservi” e “quantifica il movimento che vedi”. Ciò che emerge dai risultati è che, paragonando due figure umane rappresentate, una dinamica e l’altra statica, nel caso dell’immagine statica chi guarda si concentra soprattutto sul volto mentre molto meno esplorate sono le parti del corpo. Considerando, invece, una figura dinamica il suo corpo viene guardato più a lungo se è nel corso di un movimento dinamico, rispetto a quando viene colto in un atteggiamento più statico. I risultati dell’eye-tracking dimostrano che le immagini umane statiche attirano minori esplorazioni oculari rispetto alle immagini di natura dinamica. L’attrazione esercitata dalle immagini di contenuto umano è inoltre indipendente dal dinamismo, per cui i soggetti gradivano una figura statica quanto una dinamica, mentre la dimensione del dinamismo sembra dare un vantaggio nelle preferenze estetiche quando vengono considerate paesaggi o ambienti naturali.

4. DAL LABORATORIO AL MUSEO

Dal laboratorio al museo

Uno dei limiti di questo tipo di ricerche è l’artificialità e artificiosità delle situazioni, poiché gli esperimenti vengono condotti all’interno di un ambiente controllato, come il laboratorio. In uno studio condotto dall’University of Bern e intitolato Physiological correlates of aesthetic perception of artworks in a museum viene proposto un esperimento in un ambiente che possa essere il più ecologico possibile, quale il Kunstmuseum St.Gallen in Svizzera. Trenta visitatori vengono provvisti di braccialetti che permettono di registrare parametri quali frequenza cardiaca media, il livello di conduttanza della pelle e la variabilità della frequenza cardiaca fornendo anche informazioni circa la posizione degli spettatori, quindi cosa stanno guardando e ciò che suscita in loro la fruizione di 76 opere d’arte moderna e contemporanea. I risultati suggeriscono, per la significatività delle risposte corporee misurate negli spettatori, che un meccanismo prettamente umano – il trovare il piacere estetico nella contemplazione di artefatti – è collegato inevitabilmente a parametri fisiologici e biologici. La variabilità della frequenza cardiaca, inoltre, è la misura fisiologica più influenzata dalle componenti estetico-emotive.

5. I TAGLI DI LUCIO FONTANA VISTI DALLE NEUROSCIENZE

Abstract art and cortical motor activation an EEG study

Nel lavoro Abstract art and cortical motor activation: an EEG study gli autori, utilizzando l’elettroencefalogramma (EEG), cercano di capire se e in che misura l’osservazione delle opere dei tagli di Lucio Fontana evochi, in chi guarda, la simulazione del gesto. I soggetti sono sottoposti all’osservazione di tre riproduzioni digitali ad alta definizione di tre opere di Lucio Fontana e tre stimoli di controllo realizzati dagli sperimentatori rimuovendo il più possibile le componenti dinamiche dell’immagine. I risultati mostrano come l’osservazione degli stimoli originali provochi una desincronizzazione dei ritmi sensomotori, associati all’attivazione delle aree motorie, che è significativamente maggiore rispetto all’osservazione degli stimoli di controllo: è come se il soggetto, osservando lo stimolo originale e quindi il quadro reale, simulasse mentalmente il gesto che il pittore ha effettuato per produrlo. Si attiverebbe quindi il sistema motorio di chi guarda, ma senza che si attivino i muscoli: i risultati confermano un’attività muscolare del tutto assente. Questo tipo di effetto viene registrato indipendentemente dalla familiarità dei soggetti con questi stimoli: in tutti i partecipanti si misura lo stesso effetto, presente indipendentemente dalle informazioni che il soggetto ha sulla natura degli stimoli osservati. Possiamo essere quindi veri esperti d’arte, fini conoscitori delle correnti artistiche che si sono susseguite nella storia o semplici amateurs e appassionati: quello che questo studio insieme a tanti altri ci vuole dire è che tutti siamo in grado di entrare in empatia con un’opera d’arte e più in particolare con quello che un artista ci vuole dire, con il messaggio che vuole trasmetterci. Basta volerlo.

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Marta Pizzolante, classe 1997, vive a Milano, è laureata in Psicologia e studia Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Trento. Si occupa di indagare il rapporto tra scienza ed estetica, facendo ricerca nell’ambito delle neuroscienze e scrivendo articoli per alcune riviste d’arte.