Fase Due (V). Tempo di morire, tempo di vivere

“Le generazioni di mezzo sono proprio quelle che cambiano la storia – e la storia dell’arte”. È questa la tesi centrale dell’articolo che state per leggere, scritto come risposta a un editoriale che l’artista Gian Maria Tosatti ha pubblicato pochi giorni fa.

Marta Roberti, Self Portrait in Garland Pose with a Pangoline, 2020, pastello e grafite su carta cinese artigianale, 100x130 cm
Marta Roberti, Self Portrait in Garland Pose with a Pangoline, 2020, pastello e grafite su carta cinese artigianale, 100x130 cm

Caro Gian Maria [Tosatti],
ti rispondo qui perché i temi e le questioni che hai sollevato nel tuo ultimo articolo intitolato Cent’anni mi sembrano importanti, e particolarmente adatte a questa serie Fase Due: uso dunque questo spazio per risponderti su alcuni punti, nella speranza ovviamente che si apra una discussione (la quale è sempre una buona cosa, soprattutto di questi tempi).
Dunque, premesso che apprezzo molto l’onestà della tua riflessione, credo che all’interno del tuo discorso ci siano almeno un paio di aporie. Esse hanno a che fare con un tema che mi appassiona da sempre, e che potremmo chiamare “storia generazionale”: quando ci si addentra nella storia generazionale, infatti, spesso capita di non rendersi conto di come anche le generazioni – allo stesso modo degli individui che le compongono – si muovono nel tempo. Mi spiego meglio. Quelli che infatti tu citi come i padri che (giustamente) andrebbero o andavano uccisi (metaforicamente, culturalmente), non sono affatto i tuoi e i nostri padri artistici, ma piuttosto i nostri “nonni”: basta guardare qualche data di nascita (Celant 1940, Calzolari 1943, Prini 1943, Pistoletto 1933, Kounellis 1936, Mario Merz 1925, Marisa Merz 1926 ecc. ecc.). Infatti, la generazione che avrebbe dovuto condurre e portare a termine questa uccisione, questo ‘assassinio genitoriale’ (e non l’ha fatto), è quella degli autori emersi nell’arte italiana tra fine Anni Ottanta e inizio Anni Novanta – di fatto, quasi tutti nati biologicamente insieme all’Arte Povera, nella seconda metà degli Anni Sessanta.
Ne consegue che i nostri veri padri sono, invece, proprio quelli che tu non riconosci come tali, e che identifichi credo come una sorta di “fratelli maggiori” (o al massimo di zii), vale a dire gli artisti e i curatori che consideri “giovani invecchiati” (e che oggi sono cinquantenni-sessantenni): Obrist (1968), Cattelan (1960), Hirst (1965), Koons (1955), Bonami (1955), Ai Weiwei (1957), e potremmo continuare per un bel po’. Questo elemento cambia parecchio tutta l’impostazione del ragionamento. Perché quelli – e non i poveristi – sono infatti per noi e per i nostri compagni di strada i padri da abbattere, da uccidere; loro è l’ordine da destituire oggi. Un ordine – come si vede già a un primo, sommario sguardo, dai nomi che ti ho appena fatto, a cui possiamo aggiungerne a piacere molti altri – fatto principalmente di ostentazione, di autocelebrazione, di cinismo, di sberleffo-Anni-Novanta, di finzione, di gigantismo. Di conservatorismo: di restaurazione. (E quindi, in quest’ottica, la ‘crisi’ dell’arte di cui tu parli assume un senso e un valore forse più circostanziati.)

LE GENERAZIONI DI MEZZO

Seconda considerazione: nella storia dell’arte e della cultura esistono, eccome, le cosiddette “generazioni di mezzo”. Le generazioni di mezzo sono quelle che tribolano maggiormente, che attraversano e a volte vengono schiacciate da eventi traumatici (crisi economiche e sociali, conflitti politici, dittature, guerre): non di rado, le generazioni di mezzo sono proprio quelle che cambiano la storia – e la storia dell’arte. Il caso più famoso è quello di alcuni artisti che contribuiranno poi all’informale italiano (in particolare appartenenti al Fronte Nuovo delle Arti), e in modo pressoché analogo degli action painter americani. Anche qui, basta dare un’occhiata alle date di nascita: Birolli era del 1905, Santomaso del 1907, Corpora del 1909, Morlotti del 1910, Turcato del 1912, Vedova (il più giovane) del 1919. Si tratta cioè di autori che hanno faticato non poco a sganciarsi dalle secche prima della retorica novecentista, poi di quella post- e neo-cubista, per trovare finalmente “la loro voce”, il loro stile maturo… tra i quaranta e i cinquant’anni. Anche negli Stati Uniti, a parte Pollock (che era nato nel 1912, e che dunque ‘inventò’ il dripping a 35 anni: che non sono comunque 20 né 25, soprattutto se rapportati agli Anni Quaranta), erano tutti non proprio dei giovanotti quando hanno creato i primi capolavori, e quando hanno ottenuto i primi riconoscimenti: de Kooning ha iniziato a dipingere la mitologica Woman I, che lo occuperà per ben due anni (1950-52), a 46 anni; Rothko sempre nel 1950 – l’anno per esempio di un’opera come White Center ‒ aveva 47 anni; Kline 40, Still 46, Newman 45.

Anna Capolupo, Odalisca, 2019, tecnica mista su legno, cartapesta e palla da bowling, dimensioni ambientali
Anna Capolupo, Odalisca, 2019, tecnica mista su legno, cartapesta e palla da bowling, dimensioni ambientali

Ecco, io credo che la generazione a cui entrambi apparteniamo (di quarantenni, appunto) sia una “generazione di mezzo” abbastanza tipica: non è sicuro, ma penso che sia molto probabile. Ne scorgo attorno a me i segnali. Artiste e artisti che da pochi anni (in alcuni casi addirittura da pochi mesi) stanno realizzando lavori sorprendenti, importanti, evolutivi, con cui molto spesso mettono in discussione, trasformano e a volte stravolgono la loro ricerca precedente… Sono convinto che, nel prossimo futuro, ne vedremo delle belle. E, francamente, ne sono felice. Per cui no, non penso affatto che sia giunto, come tu scrivi, “il nostro tempo di morire”; al contrario, credo che la storia sia ancora in gran parte da scrivere, e che questo momento sia fondamentale, ricchissimo di stimoli e di idee destinate a influenzare – e forse a cambiare – gli anni e i decenni a venire.
Il che non esclude affatto, è ovvio, che gli attuali ventenni e trentenni non realizzino anche subito opere ancora più incredibili, stupefacenti ed elettrizzanti di quelle dei nostri coetanei. Personalmente non vedo l’ora! Ma, se ci pensi bene, anche la retorica del “giovane artista” ‒ o dell’artista giovane – come unico depositario di una carriera brillante è l’ennesimo retaggio di un sistema già vecchio, che sta ancora in piedi (malamente) ma che fa acqua da tutte le parti, e che sarebbe meglio lasciarsi definitivamente alle spalle. Il criterio under 35 (per cui a 40-45 o ti sei “sistemato” – qualunque cosa significhi – o ti viene fatto capire senza troppe smancerie che rimarrai una ‘nullità’ a vita) sarà utile al massimo per i bandi e per i concorsi, ma non per la storia e per la critica d’arte: sono numerosissimi infatti come sai i casi di gente che è stata ed è creativamente fecondissima, scoppiettante anche a 60, 70, 80, addirittura 90 anni (solo per citare qualche nome a caso: Louise Bourgeois, Peter Saul, Giorgio Morandi, Francis Bacon, Judy Chicago, Carol Rama, Maria Lai, Christo, Gerhard Richter, lo stesso de Kooning ecc. ecc.).

IL MUTAMENTO PROFONDO

Ti lascio con le parole di un grandissimo scrittore e intellettuale afroamericano, James Baldwin: “Spetta agli uomini liberi avere fiducia e rispetto per ciò che è costante – e nascita, lotta per la sopravvivenza e morte sono costanti, e così anche l’amore, anche se non tutti la pensano così. Spetta agli uomini liberi apprendere la natura del mutamento, ed essere capaci e disposti a cambiare. Non parlo del mutamento che avviene in superficie, bensì di quello che avviene nel profondo. Mutamento nel senso di rinnovamento, dunque, che però diventa impossibile se si credono costanti cose che non lo sono: la sicurezza, per esempio, o il denaro o il potere. Crederlo equivale ad aggrapparsi a chimere, dalle quali si può solo essere ingannati, così che ogni speranza – e ogni possibilità – di libertà scompare” (La prossima volta il fuoco, Fandango 2020, pp. 103-104).

‒ Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Fase Due (I). Niente è come prima
Fase Due (II). Il peso della insostenibilità
Fase Due (III). Il problema del disprezzo
Fase Due (IV). Il ritardo dell’arte contemporanea

Dati correlati
AutoreGian Maria Tosatti
CuratoreGian Maria Tosatti
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).