“WE’RE ALL IN THE SAME BOAT”: la storia di quei manifesti apparsi sui muri di Firenze

La giovane artista Michela Carlotta Tumiati ha scelto di riprendere le parole del Manifesto della Barcolana del 2018, realizzato da Marina Abramović, per dar loro un nuovo significato alla luce dei fatti attuali. Ci racconta tutto in questa intervista.

Michela Carlotta Tumiati, Lima
Michela Carlotta Tumiati, Lima

Era il 2018 quando l’artista internazionale Marina Abramović realizzava i manifesti della 50esima edizione della regata Barcolana di Trieste, che si svolge annualmente. Un’opera dalla vicenda tumultuosa, che aveva scosso l’opinione pubblica: raffigurava la Abramovic recante in mano, come un vessillo, una bandiera con scritto “WE’RE ALL IN THE SAME BOAT”. All’epoca l’argomento di discussione sulla bocca di tutti era il fenomeno umanitario dell’immigrazione, correlato alle vicende quotidiane, spesso tragiche, che accadevano nel Mediterraneo. Oggi, la stessa frase è stata ripresa da una giovane artista lodigiana e tramutata in un manifesto dal titolo Lima affisso su tutti i muri di Firenze, città in cui attualmente risiede: “siamo tutti sulla stessa barca”. Ora che il nemico comune è infinitesimamente piccolo e minaccia la stabilità di tutti i paesi – quelli che fino a ieri non si sarebbero mai sognati di scivolare all’interno di un’emergenza umanitaria – queste parole risuonano oggi con una nuova intensità, un differente senso di urgenza. L’autrice è la 29enne Michela Carlotta Tumiati: l’abbiamo intervistata per farci raccontare la storia di questo manifesto.

Michela Carlotta Tumiati, Manifesto Lima
Michela Carlotta Tumiati, Manifesto Lima

Dove si trovano i manifesti?
I manifesti si trovano in più punti della città di Firenze e sono stati affissi prima dell’attuazione del decreto che ha esteso a tutti la quarantena nelle proprie abitazioni. Ho anticipato quanto stava accadendo, dal momento che ero molto sensibile ed aggiornata sui processi di diffusione del Coronavirus.

C’è un motivo in particolare?
Uno dei primi focolai italiani è stata la mia città di origine, Lodi. Mio padre è dottore sanitario presso un ospedale della bergamasca e si è trovato sulla breccia dei primi casi; per questo è stato uno dei primi ad esserne contagiato. Questo evento, i vari episodi che si sono susseguiti e le sue parole mi hanno trasmesso una fresca testimonianza di quanto stava accadendo. Ho avvertito la drammaticità della situazione nella preoccupazione dei miei cari e dei miei amici.

Raccontaci della necessità di riprendere le parole di Marina Abramović, in un contesto oggi differente dal quello del 2018 in cui lei realizzò il suo manifesto.
Il riferimento al manifesto della Barcolana è evidente, ma il motto ora è più che mai attuale. Il lavoro, oltre a rendere omaggio alla grande artista Abramović, si arricchisce di ulteriori significati: il simbolo sullo sfondo corrisponde infatti alla Lettera L del Codice Internazionale dei Segnali Marittimi, denominato “Lima”. Questo, quando esibito in porto, significa “La nave è sotto quarantena”. Attraverso il messaggio “We’re all in the same boat” si vuole quindi dichiarare la necessità di una presa di coscienza di un problema comune, il quale ci pone tutti su uno stesso piano, (si è soliti dire “siamo tutti sulla stessa barca”).

Qual è il tuo punto di vista su come si sono svolti i fatti, a partire dall’inizio del contagio fino a ora?
Questo virus è una piaga molto pericolosa e riguarda drammaticamente ognuno di noi, tutte le regioni, l’Italia, l’Europa e tutto il mondo. Si è reso evidente come l’indifferenza iniziale, la prima reazione alla scoperta del virus, si sia dimostrata assurda. Questo dovrebbe far riflettere su come non sia più possibile ignorare ciò che avviene altrove nel mondo e pensare che qualcosa lontano non ci riguardi. Le conseguenze si riversano su tutti, invadendo limiti di spazio e tempo (come un virus in Cina può sconvolgere il mondo).

Qual è la metafora ultima di Lima, il tuo manifesto?
Il contenuto del manifesto rimanda alla metafora di un’umanità che si trova su una stessa nave in quarantena. Il paragone vuole però avvalersi di un’accezione positiva. Come su una barca, noi tutti siamo chiamati a reagire al problema e a comportarci come un equipaggio, collaborando e svolgendo ognuno il proprio compito.

In che modo, secondo il tuo parere, l’arte ha a che fare con tutto questo?
L’azione che ho compiuto, realizzando e presentando a tutta la città questi manifesti, è motivata da una mia convinzione per cui l’arte contemporanea non possieda vincoli e templi. Essa si apre alla totale libertà e sradica qualsiasi confine e canone estetico consolidato. Si esclude dal sacro e si offre alla dimensione dell’infinitamente aperto. Il medium del manifesto in questo caso l’ho trovato molto adatto ed efficace: in quanto mi piace l’idea che possa così essere visto da tutti e diventare un promemoria. Il compito dell’arte è quello di parlare alle persone e delle persone. L’arte vive nelle strade e riguarda la vita di noi tutti.

Puoi spiegarci meglio?
L’arte non deve essere qualcosa di sacro ed estraneo, è reale e tangibile, e dice alle persone: “eccomi! Sono qui! Io parlo di te, parlo di voi e per voi!” Ciò che travalica i secoli è quello che rende un’opera d’arte tale ed è il suo contenuto che la rende attuale. L’arte è ciò che innalza lo spirito, ciò che ci fa riflettere ed emozionare. Vi è qualcosa, un surplus rispetto alla sua esistenza materiale, a cui si allude e che sottointende l’opera, qualcosa che intuiamo e in cui ci riconosciamo, che può aiutare l’uomo nel suo essere in questo mondo.

Sei di origini lodigiane e attualmente vivi a Firenze, dove frequenti l’Accademia di Belle Arti. Dacci qualche informazione sulla tua formazione artistica.
Il mio percorso formativo è articolato ed è sempre stato animato da una grande passione per l’arte e per il patrimonio artistico. Dal mondo del design ho ereditato l’attenzione per la dimensione sensoriale umana e l’accuratezza del dettaglio. Dagli studi di architettura ho appreso la cura del disegno progettuale a 360° rivolto all’interazione tra edificio, contesto e paesaggio. Successivamente ho studiato presso la scuola di specializzazione in restauro, comprendendo la necessità del sodalizio tra valorizzazione e tutela dell’esistente con progetto del nuovo. Ho poi intrapreso diverse esperienze all’estero in workshop e congressi inerenti ai beni culturali (architettura, archeologia, arte, conservazione).

L’operazione di Lima si riconnette quindi a una ricerca artistica consolidata?
Il punto di partenza è sempre che l’arte può esorcizzare il male. Riguardo a questa emergenza sanitaria, ho realizzato una performance a inizio mese, legata al contenuto dei manifesti, che avrei voluto riproporre. Personalmente mi dedico tanto alla performance quanto alla pittura. Inoltre, la mia provenienza dal mondo dell’architettura e del design mi rende inevitabile l’affinità con mezzi di espressione tridimensionali e spaziali. Sento di avere ancora molto da imparare e voglio arricchirmi di diversi mezzi che via via reputo congeniali a quello che voglio esprimere. Credo sia necessario vivere così, aperti alla possibilità, senza la pretesa di definirci, dicendo di noi e delle cose le verità che si vanno scoprendo.

– Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.