Scompare uno tra gli outsider artist italiani più noti a livello internazionale. Insieme ad alcune riflessioni di Bianca Tosatti, tra le studiose che più hanno curato il suo lavoro, tracciamo un ricordo dell’artista e una lettura critica della sua ricerca, portato avanti con dedizione lungo un’esistenza scandita dai ricoveri manicomiali.

È morto in solitudine, Antonio Dalla Valle, o meglio, in “solitarietà”, che è quella maniera d’esser soli mediata dalla volontà, dall’intenzione: una condizione cercata e non subita, in cui la malinconia ha una dolcezza giusta, un tepore necessario. Bianca Tosatti apre il suo messaggio di cordoglio con questo termine ricercato, che è già metafora e memoria di una biografia tutta speciale, raccontata lungo una linea non conforme. Lei, critica e storica dell’arte, penna finissima, studiosa appassionata di Outsider Art, ha inviato lo scorso 27 marzo una comunicazione commossa, “a tutti gli amici, i collezionisti, le persone buone e vicine agli artisti irregolari”.

Antonio Dalla Valle

IL SILENZIO, OLTRE IL VINCOLO DELLA LOGICA RAZIONALE

Antonio Dalla Valle se n’è andato, con i suoi 81 anni e la sua genuina idea di margine, di differenza, di indipendenza, che per forza di cose diventava quest’esser soli e concentrati, immersi in una dimensione propria, dolorosamente separata, fieramente autentica, aperta al non dicibile, al non visibile, a ciò che non è codificato. Dalla Valle – tra i maggiori esponenti di quell’Arte Irregolare che Dubuffet battezzava, 70 anni fa, col termine Art Brut – ha abitato il margine “che separa il mondo del mistero e dell’abisso da quello regolato sulla misura uniforme del nostro pensiero razionale”. E s’invera prepotente l’immagine di un altrove fattosi proiezione celeste, esperienza viscerale, disciplina creativa e personale, e poi rottura del vincolo rispetto alle convenzioni dell’arte, a quelle sociali, a quelle del linguaggio e delle logiche chiare. “Le sue opere”, conclude la studiosa, occupatasi a lungo del lavoro dell’artista, “ci hanno dato una grande lezione: l’arte non si lascia disturbare dai suoi significati e la poesia è il punto in cui il linguaggio riposa in se stesso”.
Riposavano nel loro silenzio le parole e i numeri che Antonio Della Valle – con i suoi molti ricoveri psichiatrici e la tragica, variabile soglia vissuta tra presenza e alienazione – tracciava sui quaderni, le carte, i muri, le superfici di oggetti misteriosi.
Il silenzio era quello delle cose opache, degli involucri fragili e impermeabili, degli elenchi sigillati e sottratti alla lettura, dei testi inventati i cui codici dovevano rimanere appesi, naufragati chissà dove, spesso nascosti, al riparo in quel retroterra dello sguardo che è smisurata reinvenzione delle forme note, dei nessi causali, dei paesaggi meridiani, delle prospettive centrali. Tutto avveniva sottoterra, lungo una direttrice obliqua, là dove gli scarti diventavano occasioni, dove l’infinitesimale appariva essenziale, dove una sequenza di cifre, la carcassa di una pennarello, un filo di lana, un lembo di plastica o una fioritura di parole erano materia prima per una genesi lenta, condotta tra il piano dell’estetica, la scommessa del linguaggio e la pratica della salvezza quotidiana.

Una scultura di Antonio Dalla Valle

DAL MANICOMIO ALLE GRANDI MOSTRE

Antonio Della Valle nasce nel 1939 da una famiglia modesta, a Cles, in provincia di Trento; l’infanzia la trascorre lì, tra le valli del Trentino, nel piccolo centro montano di Roncio. Da ragazzo apprende il mestiere di muratore, emigra in Germania a 20 anni e nel ’62 torna a casa, provato da un’esperienza di lavoro e di lontananza molto dura. Il primo ricovero avviene prestissimo, al manicomio di Pergine, e ne molti altri ne seguiranno, presso varie istituzioni psichiatriche. La sua produzione creativa non è, in quei luoghi, né compresa, né agevolata. La catena infelice si interrompe nel 1997, quando Antonio viene accolto dalla Fondazione Sospiro, importante centro di studi e di cura inaugurato all’interno di Villa Cattaneo, nei pressi di Cremona. Qui inizia a frequentare La Manica Lunga – Officina Creativa, atelier guidato dall’artista Paola Pontiggia, in cui gli ospiti della Fondazione sono incoraggiati a sperimentare il proprio talento.

 

Antonio Dalla Valle, Quaderno, s.d., coll. privata
Antonio Dalla Valle, Quaderno, s.d., coll. privataAntonio Dalla Valle, Quaderno, s.d., coll. privata

Per lui è l’inizio di una stagione nuova, tra consapevolezza e progressiva rivelazione: i suoi lavori scultorei, grafici, pittorici, non erano più considerati cumuli di cose senza senso, imbrattamenti, diavolerie persino distruttive, ma il frutto di un’urgenza profonda e di una sensibilità acuta per la grammatica delle forme, per il piano intricato della scrittura, per l’universo criptico dei numeri, per gli incastri tra simboli, significati e significanti, scarti casuali e raffinate soluzioni plastiche. Un’avvincente occasione di riflessione estetica e insieme un canale di connessione col mondo.
Per lui arriveranno molte mostre istituzionali, tra Cremona, Bruxelles, Parigi, Liegi, Genova, San Marino, e poi testi critici e monografie, in italiano e in francese, oltre all’acquisizione di sue opere all’interno di prestigiose collezioni: dalla stessa Fondazione Sospiro al Musée de l’Art Brut di Losanna, dalla collezione Menozzi di Reggio Emilia al Mad Musée di Liegi e alla Art Collection & Marge di Bruxelles.

Un’opera di Antonio Dalla Valle

DAL CORPO AL CONCETTO, PRIMA DEL LINGUAGGIO

Sono piccoli atti di insurrezione poetica e di rivendicazione identitaria, le opere di Antonio Dalla Valle. Cavalcando proprio quell’ipotesi – filosofica, oltre che esistenziale – di identità aperta, strutturalmente inquieta, squarciata, messa in crisi e problematizzata da una condizione psichica complessa. Nel suo caso l’intuizione poetica resta una faccenda di abbandono e di interruzione: lasciare andare la zavorra del senso, zittire il rumore del già detto, lasciare venire i suoni inauditi, la pelle porosa della scrittura e l’impasto organico dei segni, liberi di galleggiare in un vuoto iniziale. E di farsi corpo, innanzitutto.
Per Antonio Della Valle, e per quelli come lui, la genesi di certi piccoli amuleti, assemblati a partire da residui qualunque e da scritture sommerse, ha a che fare con questo spazio-tempo aurorale, in cui tutto era ancora fuori dalla scena, non formalizzato, non interpretabile. Un pre-linguaggio allo stato gassoso. Qui, il nesso originario tra l’intima brutalità corporea e la grazia universale del concetto potevano coincidere. E allora si nascondeva e si rapprendeva la struttura del mondo, nelle brevi testimonianze confezionate come opere d’arte, intercettate nel luogo delle regole smentite, delle cronologie spezzate, degli accumuli senza scopo, delle liturgie eterodosse.

Una scultura di Antonio Dalla ValleUna scultura di Antonio Dalla Valle

TRA ARTAUD E DUCHAMP

Della Valle, scrive ancora Tosatti in suo testo, “è stato definito, nelle sue cartelle cliniche, il piastrellista. È sempre stato ricoverato, da quando aveva 13 anni, in un istituto psichiatrico e lui tappezzava le stanze dove viveva di quaderni, come se fossero piastrelle. Io ho letto sulle sue cartelle “Distruggere tutto.” Ogni volta che veniva trasferito da una parte all’altra, da un ospedale all’altro. Bisogna dire che Antonio Dalla valle è un paziente molto malato, uno psichiatrico severo, per intenderci, spesso questi quaderni sono sporchi di escrementi e così via. Quindi ancora oggi facciamo molta fatica a difendere queste produzioni. (…) Abbiamo quaderni con una sola parola, che ricorre ossessivamente in questa tessitura di regolarità sconvolgente. Una scrittura appuntita che ricorda il punteruolo, l’incisione, la ferita, come le scritture che venivano scalpellate sulle lapidi, sui frontoni dei templi”.
E spesso i quaderni diventavano oggetti consacrati alla segretezza, a quel silenzio originario che continuava a tornare, sospendendo il giudizio, la logica ovvia della comunicazione, l’estroflessione immediata del senso. Quaderni ricoperti di nastro trasparente, impacchettati, chiusi, con quel nucleo di lettere, punti, cifre e grafie custodito per sempre, negato agli occhi altrui per essere restituito in una forma oggettuale, intima, scultorea. Paradossalmente aperta. La confessione sigillata diventava un sussurro invisibile, tutto da immaginare, da postulare, così che ognuno potesse farne senso, daccapo, a suo piacimento, appropriandosi liberamente di un’ipotesi, più che di un messaggio.
Antonio per me”, aggiunge Tosatti, “è il Duchamp di questo tipo di produzione artistica. È un grande concettuale che mi commuove sempre. Lavora proprio con la testa”. Un concettuale che pensa a partire dal corpo, con l’impronta fisica della mano, e le nevrosi viscerali e muscolari, e le deiezioni organiche, e la passione per gli scarti, le cose perdute o rotte, inutili, dimenticate, da toccare e incollare, da manipolare e rigenerare. “Antonio Dalla Valle”, commenta in un altro testo la storica dell’arte, “appartiene a quella famiglia di artisti a cui appartengono Artaud e Wölfli, gli artisti per i quali la parola si incorpora nella vita, gli artisti che reagiscono all’inospitabilità del mondo confezionando la loro assenza”.

Una scultura di Antonio Dalla Valle

SCULTURE COME OGGETTI NON IDENTIFICATI

Accanto ai lavori grafici compaiono a un certo punto quelli tridimensionali. Ad esempio i piccoli parallelepipedi in plastica trasparente, diari-contenitori di frammenti sparsi, raccolti nel corso della giornata e poi distrutti, seguendo l’andamento del tempo che consuma e cancella, oltre ogni idea di feticismo o di sacralità preziosa. Nacquero poi gli “obelischi”, costruzioni di cartone ricoperte di scritte, arrotolate, affidate al sigillo del nastro adesivo e incastrate tra loro, a formare architetture minime. Stessa logica per i cubi in plexiglass, delicate custodie di testi, elenchi, scritture, e poi per le molte variazioni plastiche, con cui sperimentare l’armonia e il conflitto tra le forme e a cui affidare oggetti personali, materiali di riciclo, residui inessenziali. La sfericità entra quindi nel suo immaginario vulcanico, sempre scandito da una combinazione tra vitalismo e delicatezza. Prendono vita così le sfere composte da ritagli di stoffa, pennarelli, fettucce, cavi, spaghi…: microcosmi chiusi in sé stessi, intercettati nel lento galleggiare tra costellazioni silenziose e rumorose memorie quotidiane.

Opere dell’artista Antonio Dalla Valle

Se n’è andato, Antonio Dalla Valle, avendo intorno e addosso quello stesso silenzio assoluto, una maniera consapevole e discreta di stare al mondo, mettendosi in ascolto, soprattutto. L’opera stessa non era che un gesto d’accoglienza, un tentativo di catturare la frequenza del cielo, della terra, delle cose inanimate, e di conservarne alcune tracce sparse. Opere mute, perché profonde, scandalosamente irregolari, non appartenenti a nessuno: né a sé stesse, né all’autore, né a chiunque le avrebbe guardate, provando a capirne le ragioni. Tra oggetti non identificati e scritture indisciplinate, commuovono questi innumerevoli esercizi di resistenza poetica, di conoscenza, di permanenza leggera – eppure audace – nella miope dittatura di un mondo inospitale.

–       Helga Marsala

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.