La nostra rubrica di talent scouting stavolta dà spazio a Gaia De Megni, classe 1993, già vincitrice di numerosi premi.

Le parole chiave della sua ricerca sono performance, linguaggio testuale e filmico, display e dispositivi visivi. Dall’allestimento rigoroso, preciso, senza fronzoli, elegante e minimale ‒ al limite del clinico ‒, le opere di Gaia De Megni si fondano sulla potenza della parola e del cinema d’autore, attraverso performance, video, installazioni e sculture. Come nel caso delle lastre di marmo su cui l’artista ha inciso delle frasi, perché, ci dice: “Volevo monumentalizzare i contenuti che avevo deciso di proporre, nel tentativo di fermare l’intangibilità delle immagini in movimento”.
Gaia De Megni nasce a Santa Margherita Ligure nel 1993. Si avvicina al mondo dell’arte iniziando il triennio in Pittura e Arti Visive alla NABA di Milano. Prosegue gli studi nella stessa accademia, frequentando il Master in Arti Visive e Studi Curatoriali. Si qualifica tra i vincitori della Biennale Giovani Monza nel 2017 con l’opera Cinque modi per scomparire e l’anno successivo presenta la performance Propaganda (2018) al Museo del Novecento di Milano, grazie alla partecipazione al workshop dell’artista Marcello Maloberti in collaborazione con la Fondazione Furla. Nel 2019 è vincitrice del Premio Arte Accademia per la prima edizione del Ducato Prize e sempre nello stesso anno vince il premio “Lydia!” della Fondazione il Lazzaretto con l’opera San Carlo esposta negli spazi della Chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano.

Quando hai capito che volevi fare l’artista?
Da pochissimo.

Hai uno studio?
Non ancora.

Quante ore lavori al giorno?
Non saprei, forse dovrei darmi degli orari.

Ami lavorare prima o dopo il tramonto?
Ci sono cose che faccio meglio prima del tramonto, altre dopo.

Gaia De Megni, Propaganda, 2018, performance
Gaia De Megni, Propaganda, 2018, performance

Che musica ascolti, che cosa stai leggendo e quali sono le pellicole più amate?
Passo facilmente da Glenn Gould a Milva e adoro Armando Trovajoli. Sto leggendo Il codice dell’anima di James Hillman. Per quanto riguarda le pellicole che più amo: One Plus One di Jean-Luc Godard, Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, A proposito di tutte questesignore di Ingmar Bergman, Le due inglesi di François Truffaut, Fuori orario di Martin Scorsese e Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet.

Un progetto che non hai potuto realizzare, ma che ti piacerebbe fare.
Avrei voluto intervistare Jonas Mekas.

Quali sono i punti di forza e quelli deboli del tuo lavoro?
Non credo ci siano punti di forza o deboli nella mia ricerca. Penso sia qualcosa in continuo sviluppo.

Qual è il tuo bilancio fino a oggi?
Grandi speranze.

Come ti vedi tra 10 anni?
Con i capelli bianchi.

Analizzerei il tuo lavoro partendo da alcune parole chiave. Comincio con performance. Penso a Propaganda, opera del 2018 in cui un performer in tenuta militare recita un copione anonimo che tu stessa leggi alle sue spalle.
È stato un lavoro particolarmente importante per il mio percorso. Ho inserito per la prima volta la figura del performer all’interno di un progetto per dar vita a una “macchina cinema” in grado di mostrare agli occhi di chi guarda differenti parti di un film. Fondamentale è stata l’occasione in cui ho potuto presentare questo progetto: È il corpo che decide, workshop dell’artista e professore Marcello Maloberti e trampolino di lancio che mai avrei immaginato. A me e al mio migliore amico Orso Azzi ‒ il ragazzo che ha interpretato il militare ‒ era stata affidata la sala con Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano di Lucio Fontana, che si è rivelata una vera e propria cassa di risonanza, rendendo la parte audio di Propaganda udibile ovunque, in un loop di quasi due ore.

Gaia De Megni, Cinque modi per scomparire, 2017, incisioni su marmo, 60x85 cm
Gaia De Megni, Cinque modi per scomparire, 2017, incisioni su marmo, 60×85 cm

Linguaggio testuale. Penso all’opera Cinque modi per scomparire del 2017, con le tavole di marmo bianco su cui hai inciso delle frasi.
Nei mei lavori scultorei ho provato a dar spazio all’immaginazione dello spettatore. Come se leggendo un sottotitolo su schermo totalmente nero o totalmente bianco, il regista diventasse la fantasia di chi guarda. Ho prediletto la pietra perché volevo monumentalizzare i contenuti che avevo deciso di proporre, nel tentativo di fermare l’intangibilità delle immagini in movimento. Cinque modi per scomparire è una riflessione sull’ultima parola prima del gran finale, le ultime immagini prima del canonico “FINE”.

Linguaggio filmico. Penso ai tuoi continui riferimenti a grandi maestri del cinema e ai loro linguaggi: Antonioni, Ozu e Fellini, che ritroviamo nella tua opera Nulla si sa, tutto si immagina del 2018.
Mi ha sempre affascinato il potermi soffermare sulla minuziosità di alcuni autori nel costruire un’immagine per affrontare riflessioni più ampie. I paesaggi abbandonati e la crisi della coppia borghese di Michelangelo Antonioni; il potere degli oggetti e gli interni svuotati di Yasuirō Ozu; l’eterno carnevale di Federico Fellini; l’elemento acqua nel cinema di Jean Vigo e poi Jean-Luc Godard con la pedagogia dello schermo. Ho provato a soffermarmi sul potere di ognuna di queste tematiche per cercare di comprendere il linguaggio delle immagini che ci circondano e ciò che possono comunicare.

Display. L’allestimento delle tue opere è sempre rigoroso, preciso, senza fronzoli, minimale ed elegante.
Frequentando l’Accademia a Milano, ho avuto la possibilità di apprendere moltissimo dalle varie personalità che s’incontrano durante il percorso di studi. Ad esempio l’importanza del soffermarsi a ragionare sul valore del display, il ruolo delle immagini e dei contenuti, il rapporto con lo spazio e il contesto dove si decide di inserire un’opera d’arte. Sono tutte caratteristiche con un ruolo molto importante e a cui presto subito attenzione, un po’ come se fossero un’inquadratura.

Gaia De Megni, Nulla si sa, tutto si immagina, 2018, incisioni su cubi in marmo, 38x48x48 cm
Gaia De Megni, Nulla si sa, tutto si immagina, 2018, incisioni su cubi in marmo, 38x48x48 cm

Dispositivi visivi. Sei anche interessata a nuovi strumenti per guardare.
Sto analizzando in che modo approcciamo i contenuti che ci vengono proposti e come possiamo fare per sentirli più vicini a noi e alle nostre esigenze. M’interessa la diversità che ognuno di noi ha nel decodificare un’immagine attraverso il proprio background. Di conseguenza sto provando a capire se è possibile far sì che queste diverse interpretazioni possano in qualche modo possedere il proprio dispositivo per farlo.

Stai preparando una mostra nello spazio di Ermanno Cristini a Varese. Di cosa si tratta?
Presenterò Dedalo, un progetto che s’insinuerà negli spazi di Anonima Kunsthalle, a cura di Clara Scola. Quest’anno il protagonista sarà lo sgabuzzino che si trova all’interno dello spazio, dentro il quale mi è stato chiesto di sviluppare il lavoro. L’opera che presenterò sarà legata al mondo dello schermo cinematografico, all’acqua e all’utilizzo di un performer in abiti di scena, con l’intento di dar vita a un piccola sala di proiezione.

Daniele Perra

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.