Modenese di nascita e milanese d’adozione, Alessandro Simonini si è laureato in Filosofia (2008) e Arti Visive (2012) a Bologna, città dove ha anche studiato recitazione. Ancor prima di artista, si definisce ricercatore. Religione, misticismo, rito, giudizio e apocalisse sono temi e termini che ricorrono nella sua ricerca multidisciplinare, che secondo l’artista “ha inizio laddove sorge l’interrogativo sull’origine dell’opera d’arte che ha essenzialmente a che fare con la verità, il suo ‘porsi in opera’”. I punti di forza e quelli deboli del suo lavoro? Il perfezionismo.

Alessandro Simonini nasce a Modena nel 1985 e vive a Milano. Nel 2008 si laurea in Filosofia all’Alma Mater Studiorum di Bologna e studia recitazione presso la Scuola di Teatro Louis Jouvet. Sempre a Bologna nel 2012 consegue la Laurea Magistrale in Arti Visive. Nel 2019 svolge una residenza presso Viafarini a Milano. Tra le sue mostre più recenti: STRINGS. LIGHT AND VISION, a cura di Maria Abramenko, White Noise Gallery, Roma, 2019; BienNoLo, a cura di ArtCityLab, Matteo Bergamini e Carlo Vanoni, Ex Laboratorio Panettoni Giovanni Cova, 2019; JUDGE-MENT, CURRENT project, Milano, 2018; 10x10per, a cura di Out44, Davide Gallo Arte Contemporanea, Milano, 2017. Nel 2011 vince il premio della critica Next Generation, Premio Patrizia Barlettani a cura di Roberto Milani, Milano.

Quando hai capito che volevi fare l’artista?
Il fuoco cammina da sempre con me.

Hai uno studio?
Sì, si chiama Omuamua legacy. È uno spazio di informazioni interconnesse che condivido con altri artisti.

Quante ore lavori al giorno?
A volontà.

Ami lavorare prima o dopo il tramonto?
Il mattino ha l’oro in bocca.

Alessandro Simonini, Phàrmakon, 2019, cassetta del pronto soccorso, specchi, 20 x 37 x 14 cm. Intervento per BienNolo 2019. Photo Fabrizio Stipari
Alessandro Simonini, Phàrmakon, 2019, cassetta del pronto soccorso, specchi, 20 x 37 x 14 cm. Intervento per BienNolo 2019. Photo Fabrizio Stipari

Che musica ascolti, che cosa stai leggendo e quali sono le pellicole più amate?
Da Marilyn Manson a Bach, dipende dallo stato d’animo. La domenica ascolto Battiato. Sto rileggendo Simbolica massonica del terzo millennio di Irène Mainguy. Tra le pellicole La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, Matrix, tutto Lynch e La spada nella roccia prodotto dalla Disney.

Un progetto che non hai potuto realizzare ma che ti piacerebbe fare.
ALEPH, la mia prima performance. Ma ogni cosa a suo tempo.

Qual è il tuo bilancio fino a oggi?
Grazie.

Come ti vedi tra 10 anni?
Ovunque e come sarò, sarà molto meglio di quanto io possa immaginare adesso.

Ti sei laureato in Estetica a Bologna. Quanto il tuo percorso di studi ha influenzato la tua ricerca?
Nel mio lavoro mi definisco ricercatore ancor prima di artista. Il “progetto” è l’ombra del mio vissuto esattamente come l’esistenza è una possibilità di rapporti che l’uomo può determinare, è trascendersi, pro-gettarsi. Dunque, l’evoluzione di un progetto rappresenta, e con essa le mie opere, un modo di essere-nel-mondo. Ecco, questo senza l’esistenzialismo ontologico di Heidegger non sarebbe possibile come, in qualità di artista, la mia ricerca ha inizio laddove sorge l’interrogativo sull’origine dell’opera d’arte che ha essenzialmente a che fare con la verità, il suo “porsi in opera”. L’Arte, nella sua enigmaticità, rappresenta veramente per l’uomo la “salvaguardia”.

Hai svolto una residenza a Viafarini a Milano. A cosa ti è servita?
Oltre che ampliare lo spazio d’azione e produzione, al di là della zona domestica di comfort, Viafarini ha rappresentato per il mio percorso artistico un momento di apertura, confronto e visibilità fondamentale. Ho conosciuto tanti artisti con i quali condivido una vocazione tutt’altro che semplice da portare avanti, ma anche altre figure del sistema dell’arte con le quali si sono creati o potrebbero crearsi i presupposti per future collaborazioni.

Alessandro Simonini, The Judgement, 2012, collage su parete, acrilico, 700 x 300 cm. Veduta dell’installazione presso Spazio Elastico, Bologna
Alessandro Simonini, The Judgement, 2012, collage su parete, acrilico, 700 x 300 cm. Veduta dell’installazione presso Spazio Elastico, Bologna

Quali sono i punti di forza e quelli deboli del tuo lavoro?
Il perfezionismo.

Preferisci il misticismo, la religione, i riti e il magico al reale.
Un tempo la religione non esisteva e l’uomo sapeva del mondo spirituale come noi oggi sappiamo delle cose dei sensi. Religione, al di là del diffuso fraintendimento culturale, è ciò che la parola stessa esprime: il religarsi, il ricollegarsi dell’uomo col suo divino, con il mondo spirituale. In potenza tutti noi, se facciamo attenzione, siamo in grado di trovare nel reale gli strumenti conoscitivi per evolvere, magica-mente.

Parole come giudizio e apocalisse sono a te particolarmente care.
Nel 2012, l’anno della Fine secondo un’interpretazione della profezia Maya, a Bologna riflettevo sul tema dell’Apocalisse a partire dal Libro della Rivelazione di Giovanni e attraverso la tecnica del collage su tela, tavola e parete, con il progetto Apocalypsis: Revelation or Revolution?. Citando la tradizione figurativa gotica, rinascimentale e simbolista, feci vestire i panni del Dio irato a Sigmund Freud, lo psicanalista per antonomasia, il perfetto sostituto del sacerdote nel rituale della “confessione” terapeutica, perché quando l’avvenire sembra un’illusione, velo di Maya, il cambiamento è in atto e di fronte al tribunale della Ragione, nel giorno del Giudizio Universale, l’unico comandamento è “conosci te stesso”.

Hai intitolato il tuo progetto per UNA VETRINA ‒ il lavoro è esposto a Roma dal 10 al 17 febbraio ‒ JUDGE-MENTAL (torture). Di che cosa si tratta?
Il display romano, ridotto al raggio critico di visione di una vetrina, si presta bene alla revisione di un’installazione site specific in progress, inaugurata nel 2018 con la mia personale presso CURRENT project a Milano sul tema del “giudizio”. Viviamo giudicando e di conseguenza abbiamo paura di essere giudicati, ma il senso di ciò che è giusto e sbagliato è unicamente frutto della mente umana. Una tassonomia quasi lombrosiana di dita puntate, i calchi in gesso di più di 300 indici diversi, ricopre le due pareti principali dello spazio che, a testimonianza di questo senso del giudizio la cui multiformità genera rispecchiamento ‒ come La vergine di Norimberga ‒, si fa macchina di tortura.

Hai in cantiere un lavoro performativo piuttosto articolato. Ci vuoi anticipare qualcosa?
ALEPH è la prima lettera dell’alfabeto ebraico e il titolo della performance alla quale lavoro da diversi anni che, attraverso il simbolismo della trasmutazione alchemica, rappresenta in chiave contemporanea il senso dell’Arcano I dei Tarocchi, Il Mago. È un’iniziazione, un atto psicomagico e l’esortazione a penetrare nei misteri della divinità che in noi si rispecchia.

Daniele Perra

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.