Premio Lydia 2019. Intervista a Gaia De Megni

Gaia De Megni racconta “San Carlo”, il progetto vincitore del premio Lydia 2019 presso il Lazzaretto di Milano.

Gaia De Megni, San Carlo, 2019, performance at San Carlo al Lazzaretto, Milano. Courtesy Andrea Balza
Gaia De Megni, San Carlo, 2019, performance at San Carlo al Lazzaretto, Milano. Courtesy Andrea Balza

Gaia De Megni (Portofino, 1993) è una giovane artista innamorata del cinema, che cerca costantemente di decostruire adattandolo alla realtà dei giorni nostri. Attraverso l’utilizzo di più media ‒ come l’incisione su marmo o la performance ‒ vuole omaggiare i grandi nomi di un cinema ormai perduto. Dal Neorealismo italiano alla Nouvelle Vague, ha scelto Federico Fellini come suo maestro ed esempio: l’uomo che, forse più di tutti, ha saputo raccontare l’Italia utilizzando la pellicola, ed è proprio a lui che dedica la performance più installazione dal titolo San Carlo, presso il Lazzaretto di Milano.

Hai partecipato al bando per il premio Lydia, branca del più ampio Festival della Peste organizzato dalla Fondazione Il Lazzaretto, che consisteva nella presentazione di un’opera che si adattasse allo spazio del Lazzaretto di Largo Fra Paolo Bellintani 1. Quale idea hai presentato?
Per il premio Lydia ho presentato un’opera dal titolo San Carlo, che è una performance più installazione all’interno della chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano.

Di cosa tratta il progetto?
Il progetto è una rielaborazione del film Fellini Satyricon di Federico Fellini del 1969. Il mio intento era quello di scomporre e ricomporre lo script attraverso delle citazioni. Volevo inserire il tutto in un contesto come quello di San Carlo al Lazzaretto, un po’ come se il cinema si impossessasse del luog,o e l’ho fatto attraverso delle lastre in granito nero assoluto che ho progettato in modo tale che potessero essere appoggiate e che corrispondessero esattamente al perimetro della parte più alta degli inginocchiatoi, quella dove solitamente si appoggiano le mani per pregare.

Come hai interagito con lo spazio? Essendo fondamentale creare qualcosa che si adattasse a una chiesa ottagonale, quali strategie hai usato?
Il mio intento era quello di riuscire ad avere un’opera d’arte che in qualche modo si posasse sullo spazio, che non pretendesse un’unicità o di essere osservata da sola, come le opere posizionate in un classico white cube. Volevo che il lavoro entrasse all’interno dello spazio proprio in modo geometrico, quindi come se fosse costruito appositamente per quello spazio ed è ciò che poi ho fatto.

Gaia De Megni, San Carlo, 2019, performance at San Carlo al Lazzaretto, Milano. Il performer Orso Azzi. Courtesy Andrea Balza
Gaia De Megni, San Carlo, 2019, performance at San Carlo al Lazzaretto, Milano. Il performer Orso Azzi. Courtesy Andrea Balza

Arrivando davanti a San Carlo ci si rende subito conto di una cosa: il performer è fuori, perché?
Il performer è fuori perché in un certo senso è stata una scelta tecnica, mi piaceva l’idea che la voce iniziasse fuori e si concludesse dentro, soprattutto perché non volevo creare un’associazione troppo vicina a quella che può essere un sermone di un prete o la recita di una messa. Volevo che fosse chiaro il riferimento al film e che il film stesso s’inserisse nel contesto della chiesa. Ho voluto che la chiesa fosse una sorta di cassa, di speaker, di involucro di questa citazione. Poi il performer all’esterno è stato anche un modo per accogliere lo spettatore, la sua parola che iniziava fuori e finiva dentro dava al pubblico la capacità di ascoltare un discorso che partiva non amplificato e finiva amplificandosi nell’architettura.

Come si è evoluta la tua pratica artistica? Visto che il tuo chiodo fisso è il cinema, e in questa occasione il cinema di Federico Fellini, come hai deciso di affrontare la sua figura?
La figura di Fellini l’ho sentita molto vicina quando ho visto Amarcord per la prima volta, sembrava stesse parlando di me. Questa cosa è stata strana e particolare per me, che un film potesse corrispondere talmente tanto a una realtà che io ho vissuto e che vivo tutt’ora… La realtà di paese provinciale, insomma. Il fatto che fosse così vicino alla mia realtà di provincia mi ha dato la possibilità di interessarmi a questo, mi faceva così strano che qualcuno stesse parlando di me senza conoscermi. Piano piano mi sono resa conto di quello che è Fellini e di quello che fa attraverso il cinema: compie un’analisi intrinseca del popolo italiano principalmente. Questo è stato il motivo che mi ha spinta ad accostarmi al suo cinema.

Lucrezia Arrigoni

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Lucrezia Arrigoni
Nasce a Vigevano nel 1994. Attualmente studia Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA di Milano, precedentemente ha frequentato il corso di Comunicazione e Didattica dell'Arte all'Accademia di Brera diplomandosi nel 2018 con una tesi dedicata all'arte Cinetica con un focus sul Gruppo T. Fra i suoi interessi rientrano le modalità espositive e la relazione tra ambiente e pubblico, indagando le dinamiche relazionali e gli effetti percettivi. Vorrebbe diventare critica d'arte e curatrice, nel frattempo si dedica a progetti differenti che comprendono la mediazione culturale, la scrittura e la sperimentazione con le arti visive.