Art Basel Miami Beach 2019: il meglio e il peggio secondo Artribune

Dopo la fitta agenda che ha animato per tutta la settimana la metropoli della Florida, è giunta l’ora di bilanci… cosa ci ha entusiasmato e cosa non ha proprio funzionato?

Anche l’edizione 2019 di Art Basel Miami è giunta al termine, portandosi via con sé quella miriade di fiere, mostre, aperture speciali ed eventi che hanno costellato ogni angolo della metropoli per tutta la durata della Art Week. Tra i tanti spunti positivi, abbiamo anche qualche annotazione negativa da segnalare: ecco i Top e i Flop di Art Basel Miami 2019 secondo noi.

1. TOP: MERIDIANS, LA NUOVA SEZIONE DI ART BASEL

L’installazione The Garden (1996) dell’artista americana Portia Munson, proposta in un riallestimento di P.P.O.W. all’interno della nuova sezione Meridians, rappresenta un’affollata camera da letto di una donna, riempita di simboli tradizionalmente associati al femminile. Photo: Maurita Cardone

Novità di questa edizione di Art Basel Miami Beach è la sezione Meridians che, curata da Magalí Arriola, vuole mettere in comunicazione molteplici generazioni di artisti provenienti da diverse aree geografiche. Ospitata in un nuovo spazio di oltre 5.000 metri quadrati al primo piano del Convention Center (che quest’anno ha finalmente completato una massiccia ristrutturazione), la sezione raccoglie 34 progetti di larga scala che spaziano tra mezzi e discipline e, con un percorso espositivo arioso, offre al visitatore un’immersione indisturbata nell’arte e un gradita pausa di riflessione dall’affollamento dei booth del piano di sotto.

2. FLOP: IL FAENA, UN FESTIVAL IN CERCA DI IDENTITÀ

Il pubblico si accalca intorno ai budda di Zhang Huan durante la serata di apertura del Faena Festival. Photo: Maurita Cardone

Alla sua seconda edizione, il festival organizzato dall’imprenditore di origini argentine Alan Faena, nell’omonimo distretto nato intorno al suo albergo, delude rispetto allo scorso anno. Le opere in mostra (tra cui lavori di Gabriel Chaile, Zhang Huan e Myrlande Constant) tra il forum, l’hotel e la spiaggia erano di qualità e la serata di apertura è stata molto partecipata, ma il cartellone del festival appare poco coeso e il pubblico ne risulta disorientato. Intitolata The Last Supper e curata da Zoe Lukov, questa edizione del festival fatica a trovare un’identità compiuta.

3. TOP: I MOMENTI DI DEPURAZIONE SENSORIALE

Nei Raleigh Gardens, popolati dalle opere di Claude e Francois-Xavier Lalanne, si trova un attimo di ristoro dal frastuono sensoriale della art week. Foto: Maurita Cardone

In una art week affollata di pubblico quanto di eventi, le giornate sono frenetiche e il bombardamento di arte e glamour rischia di risultare estenuante. Preziosi sono i momenti di pausa in cui si riesce a respirare e pulire la mente. Sono una ventata di aria fresca progetti come The Art of Listening: Under Water della norvegese Jana Winderen che immerge il pubblico in un’esperienza sonora sottomarina a Collins Park, o come Black Power Naps, una meditazione guidata ospitata in pausa pranzo nel Museum of Art and Design e rivolta in particolare alla popolazione di colore, la cui bassa qualità della vita e del sonno è vista dalle due artiste, Niv Acosta e Fannie Sosa, come parte dell’eredità della schiavitù. Offrono invece una pausa nel verde The Raleigh Gardens dove, tra piante tropicali, fontane e laghetti, si incontrano le creature di Claude e Francois-Xavier Lalanne. Affacciati sulla spiaggia, i  giardini sono progettati da Peter Marino e Raymond Jungles.   

4. FLOP: LE CHIASSOSE FIERE COLLATERALI

L’ingresso della fiera Scope nella giornata di apertura. Photo: Maurita Cardone

Da quando nel 2002 Art Basel ha aperto i battenti a Miami Beach gli eventi e le fiere organizzati in concomitanza proliferano e se ne aggiungono di nuovi ogni anno. Ma, se le grandi collezioni e i musei riescono a riempire la art week di esperienze artistiche autentiche e di alta qualità, non si può dire lo stesso delle fiere collaterali dove il mercato dell’arte mostra il suo volto peggiore. Per attirare l’attenzione di un pubblico sottoposto a costante  bombardato sensoriale, le gallerie si cimentano in allestimenti acrobatici a prova di selfie, accozzaglie di opere sguaiate, inutili o semplicemente brutte. La spettacolarizzazione dell’arte mostra il lato più deprimente di un sistema in cui sembra vincere chi fa più chiasso. 

5. TOP: L’ARTE ITALIANA CHE SI FA SPAZIO

Un’installazione di Lara Favaretto all’interno della sua personale Blind Spot al The Bass. Photo: Maurita Cardone

Nel sovraffollamento di una settimana di arte in cui si incontrano le creatività di tutto il mondo, l’arte italiana riesce a ricavarsi spazi di visibilità e qualità. In questa art week tante sono le gallerie venute dalla Penisola per partecipare alle diverse fiere, distinguendosi quasi sempre per allestimenti sobri che sanno rimettere al centro il lavoro dell’artista. Molti anche gli artisti italiani portati in fiera da gallerie internazionali, come Federico Solmi presente a Untitled con la spagnola ADN Galeria che porta il suo The Grand Voyage.  Fuori dalle fiere, anche i musei dedicano una speciale attenzione agli italiani, come The Bass che ha appena inaugurato una personale di Lara Favaretto e ha acquisito un’opera di Paola Pivi che era parte della mostra a lei dedicata lo scorso anno. O The Wolfsonian che, nel corso di una iniziativa dedicata al design italiano, ha esposto opere di Arianna Carossa, accostate ad arredi Kartell.

6. FLOP: LE GALLERIE ITALIANE CHE NON AMANO IL RISCHIO

Lo spazio monografico dedicato ad Afro all’interno del booth della galleria Tornabuoni ad Art Basel Miami Beach. Photo: Maurita Cardone

L’Italia, si sa, a livello istituzionale non fa molto per supportare e promuovere i propri artisti. A guardare quello che di arte italiana le nostre istituzioni portano all’estero, si rischia di pensare che abbiamo smesso di produrre arte una sessantina di anni fa. Sarebbe bello, allora, che a colmare le lacune ci pensassero le gallerie che, seppure per definizione mosse da motivazioni commerciali, potrebbero tornare ad essere scuderie, laboratori, strumenti di promozione di un nuovo che c’è e sa farsi apprezzare, ma che spesso non trova sufficienti occasioni di farsi conoscere. Dispiace quindi vedere che molte delle gallerie italiane presenti alle tante fiere che riempiono la art week di Miami non vogliano rischiare portando nomi ancora poco noti e preferiscano invece andare esclusivamente sul sicuro con grandi nomi del passato o opere mainstream di artisti internazionali. Va invece una nota di merito alla galleria Tornabuoni che ad Art Basel ha dedicato uno spazio monografico ad Afro che non è certo un emergente, ma in America è poco noto e un po’ di promozione se la merita.

7. TOP: LA PARTECIPAZIONE DEI MUSEI E DELLE GRANDI COLLEZIONI

Un’installazione di Mickalene Thomas all’interno delle mostra Better Nights a The Bass Museum. Photo: Maurita Cardone

Miami è ormai già da qualche anno una delle capitali dell’arte internazionale. La quantità di istituzioni culturali dedicate all’arte contemporanea e al design è impressionante, la città ne ha fatto la sua identità e ci ha costruito intorno un efficace marketing. È frutto di un’azione sinergica che nel corso dell’arte week si esprime al meglio, con le grandi collezioni e i musei cittadini che spalancano le porte, ospitano eventi, offrono visite guidate e inaugurano i pezzi forti della propria programmazione annuale. Ne è un esempio l’ICA che quest’anno ha presentato una grande retrospettiva di Sterling Ruby, oltre che speciali riallestimenti di pezzi della collezione (con gallerie dedicate, tra gli altri, a Louise Nevelson e Dan Flavin) e dello sculpture garden. Non è da meno The Bass che, oltre a una personale dell’italiana Lara Favaretto, ospita belle mostre di Mickalene Thomas e di Haegue Yang. Nella sua elegante sede disegnata da Herzog & de Meuron, il PAMM ha ospitato uno dei party più belli della settimana, durante il quale, mentre nel giardino si esibiva la cantante Jamila Woods, all’interno, il pubblico passeggiava tra la ricca collezione del museo e la personale di Teresita Fernàndez.

8. FLOP: IL PRESENZIALISMO DI CHI NON HA NIENTE DA DIRE

Photo: Maurita Cardone

Non è tutto oro colato durante l’art week. Tra le diverse decine di eventi in cerca di un momento di gloria, la cantonata è sempre dietro l’angolo. Gallerie (e sedicenti tali), aziende, minuscoli musei, collettivi, associazioni, artisti, designer e creativi di ogni genere arrivano da tutto il mondo per ingolfare la settimana di una miriade di mostre, proiezioni, dibattiti, feste, ricevimenti, performance, sfilate, serate musicali la cui sola utilità è di poter dire di aver organizzato un evento durante Art Basel. Il presenzialismo ha la meglio sui contenuti, a beneficio di autoproclamati VIP con niente da dire, ma vanità da vendere.

9. TOP: L’ARTE AFRO AMERICANA: QUELLA VERA!

il booth dedicato a Faith Ringgold dalla Pippy Houldsworth Gallery all’interno della sezione Survey di Art Basel. Photo: Maurita Cardone

È già da un po’ che l’arte africana e afro americana è entrata nel mainstream internazionale. Così tanto da far venire il dubbio che a volte dietro ci sia un’operazione di pulizia delle coscienze. Diventata di moda, nella ripetizione di un’estetica, quest’arte rischia di perdere la sua forza e freschezza. Ma se nel rumore di fondo si possono ancora rintracciare gli elementi più autentici di una produzione artistica intrisa della propria cultura, è attraverso uno sguardo più approfondito e serio alle opere degli artisti che hanno messo le basi di un genere. Va in questa direzione il booth dedicato a Faith Ringgold dalla Pippy Houldsworth Gallery all’interno della sezione Survey di Art Basel. Così come  la mostra Better Nights di Mickalene Thomas a The Bass, permette di comprendere le radici private di un’estetica collettiva.

10. FLOP: LA POVERTÀ NASCOSTA SOTTO I PONTI

Un angolo di strada dietro l’angolo dalla fiera NADA. Photo: Maurita Cardone

Alberghi di lusso e ville da capogiro compongono il paesaggio di Miami Beach. Attraversata la baia, a Miami, nei vecchi quartieri oggi spaccati dalle highway e soffocati dai grattacieli, la popolazione di origini africane e latine è poverissima. A pochi passi da fiere d’arte in cui si vendono opere da milioni di dollari, basta girare l’angolo per ritrovarsi sotto cavalcavia alla cui ombra si estendono tendopoli dove chi non ha niente trova supporto in chi è nelle sue stesse condizioni. Il nesso tra la ricchezza del mondo dell’arte e la povertà di una popolazione marginalizzata non è forse di causalità diretta e la crisi abitativa è una realtà di molte città americane. Ma resta il fatto che da quando Miami è diventata città d’arte aprono gallerie e chiudono botteghe di quartiere, showroom di grandi marchi spuntano ovunque mentre spariscono le manifatture, gli affitti aumentano e c’è richiesta solo di professioni legate alla creatività e al turismo. Niente di nuovo sotto il sole, ma non sarebbe bello se, tanto per cambiare, in una città che è già laboratorio di culture, il mondo dell’arte provasse a sperimentare modelli più inclusivi ed equi?

11. TOP: GLI UFFICI STAMPA (BENEDETTI!)

Photo: Maurita Cardone

Districarsi nella art week di Miami (lo abbiamo detto) non è impresa facile e il traffico infernale che affligge la città non aiuta. Non c’è pianificazione che tenga: c’è sempre una nuova fiera, una mostra che non avevi considerato, un evento che ti era sfuggito e quell’ora di ritardo causa ingorgo sul ponte. Un applauso quindi agli uffici stampa che organizzano visite private, preview e appuntamenti nel corso di tutta la settimana, pazientemente assistono i giornalisti, li aiutano a districarsi tra le centinaia di cose da vedere e a organizzare gli spostamenti, gestendo spesso più clienti allo stesso tempo. Ottimo lavoro! Grazie.

12. FLOP: I MONOPATTINI ELETTRICI (MALEDETTI!)

Sulla spiaggia della città, l’installazione di Leandro Elrich, Order of Importance, è un’ironica interpretazione del traffico che affligge Miami. Photo: Maurita Cardone

La piaga di Miami è il traffico. E durante l’art week raggiunge livelli emergenziali. L’assenza di uno straccio di linea metropolitana si fa sentire e, nonostante le varie opzioni a disposizione, il traffico è tutto su strada, in superficie, cosicché anche gli autobus si ritrovano bloccati in ingorghi esasperanti. In cerca di alternative, quest’anno abbiamo provato i monopattini elettrici (l’anno scorso ci eravamo trovati bene con il bike sharing) e il verdetto è: mai più! Una pletora di compagnie diverse offre app poco intuitive e con una serie di richieste assurde (tra cui, in qualche caso, la patente di guida americana) per poi scoprire che le zone in cui è consentito l’utilizzo e il rilascio dei monopattini sono pochissime e ritrovarsi a dover fare lunghe deviazioni solo per trovare un posto dove poter mollare il veicoletto. Il tutto per costi superiori a quelli di un Uber. Bike sharing vs Monopattini elettrici: 3-0.

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.