L’art week di Miami Beach inaugura con il Faena Festival. Il report

Miami Beach scalda i motori. E inaugura la settimana dell’arte con il Faena Festival. Il report della serata inaugurale e le immagini

Miya Ando’s Sora Versailles 2018. Photo by Kerry McLaney courtesy of Faena Art
Miya Ando’s Sora Versailles 2018. Photo by Kerry McLaney courtesy of Faena Art

L’invasione dell’arte è ufficialmente iniziata a Miami. Già da lunedì la città è tutta presa in un crescendo di eventi che culminerà con Art Basel Miami Beach, la fiera principale che aprirà ufficialmente dopo le varie preview giovedì 6 dicembre. In un inizio dicembre che sa di estate, quest’anno Miami ha aperto la sua ormai affollatissima (di eventi quanto di visitatori) art week con una scintillante novità, il Faena Festival. Sette giorni di perfomance, installazioni, video e mostre, sparpagliate nelle diverse location del nuovo Faena district, una zona della città che promette di conquistarsi un posto di rilievo nella fervente scena artistica di questa parte d’America.  Lunedì sera, l’evento inaugurale del festival era di quelli dove esserci era tassativo. Lusso e stravaganza hanno fatto da specchio a una creatività a volte schiacciata dalla spettacolarità, ma l’atmosfera non è mancata e la serata è stata tutta da vivere.

Photo Credit Courtesy of Faena Art
Photo Credit Courtesy of Faena Art

IL DISTRETTO

Dichiarato ufficialmente distretto della città nel 2014, questo quartiere di Miami Beach è il frutto di una visionaria operazione imprenditoriale che nel giro di pochi anni ha ridato vita a una serie di fatiscenti condomini e hotel e fatto spazio a sei isolati di alberghi (per un totale di oltre 200 stanze), tre edifici residenziali, un centro culturale e un centro commerciale il tutto con progettisti del calibro di Norman Foster e Rem Koolhaas. Dietro tutto questo c’è l’imprenditore argentino Alan Faena che, in occasione della presentazione alla stampa ha spiegato la sua visione. “Questo per me è un sogno che si avvera”, ha detto. “In una settimana che è tutta rivolta alle fiere e al lato commerciale dell’arte, volevo fare un festival che fosse per tutti, dove tutti possano venire a godere dell’arte”. Spiegando poi che a organizzare il festival è la Faena Art, una organizzazione non profit che nasce con l’intento di creare un ponte creativo tra l’America del Nord e quella del Sud e che ha sede, oltre che a Miami, a Buenos Aires. Alan Faena ha invitato il pubblico a vivere il festival come un’esperienza, in linea con le scelte curatoriali della rassegna che punta tutto sulla multidisciplinarietà e l’arte immersiva.

From left to right: Tavares Strachan’s We Belong Here, 2018and Derrick Adams’ America’s Playground, 2018. Photo by Kris Tamburello, courtesy of Faena Art.
From left to right: Tavares Strachan’s We Belong Here, 2018and Derrick Adams’ America’s Playground, 2018. Photo by Kris Tamburello, courtesy of Faena Art.

IL PROGRAMMA

Star di questa prima edizione del festival è l’artista e architetto cileno e newyorchese d’adozione, Alfredo Jaar (Santiago del Cile, 1956), noto, tra l’altro, per il suo “A Logo for America”, installazione al neon apparsa a Times Square nel 1987 e lì riproposta nel 2014, prima di essere ospitata nella londinese Piccadilly Circus nel 2016, subito dopo l’elezione di Trump. E da quell’opera il festival prende a prestito il titolo e il tema di questa sua prima edizione. “This is Not America” è infatti una delle scritte che compaiono nell’installazione ed è il titolo del festival che gli artisti scelti dalla curatrice Zoe Lukov sono stati chiamati ad interpretare, creando opere specificamente pensate per riflettere sull’identità americana in un momento politico fatto di chiusura di confini e di “America first”. Artisti provenienti da ogni zona del mondo che, ha spiegato Lukov, “esplorano i vari modi in cui siamo americani, l’essere americani come idea e come narrativa, nella molteplicità e cacofonia che è l’essere americani oggi”.
This Is Not America vuole essere una riflessione su un’idea potente quanto controversa, più grande dei confini fisici di un paese che si fonda su concetti che a volte dividono ma che, nei secoli, hanno creato un popolo.

L’INAUGURAZIONE

L’opening di lunedì sera è iniziato dal Faena Forum, uno degli edifici del distretto. Nello spazio dell’anfiteatro al centro del complesso, avvolti da una splendida acustica e da rigogliose piante tropicali del genere che riempie le strade di Miami, ballerini di diverse etnie, si contorcevano in movimenti viscerali, interagendo e mescolandosi con il pubblico, in una performance ideata da Isabel Lewis. Poi i visitatori sono stati invitati a spostarsi in un’altra delle sale del Forum dove l’artista Cecilia Bengolea ha danzato a ritmi techno, avvolta in una tuta di vinile semi-trasparente e fluo, sullo sfondo di un video su cui si muoveva un corpo umanoide. Poi il pubblico è stato richiamato da ritmi di tamburi africani suonati da bambini in costumi tribali. Poi ancora danzatrici con i corpi decorati da spugne di mare hanno dato vita a un coinvolgente ballo di gruppo.
Lasciato il forum, artisti e pubblico hanno formato un corteo che, attraversata la strada, si è spostato in spiaggia dove nel buio della notte si stagliava il blu vivace della scritta al neon “We Belong Here”, dell’artista Tavares Strachan. In lontananza, dall’acqua emergeva l’opera di Jaar che dà il titolo al festival e che, alternando la scritta “America” alla bandiera e la mappa del paese, condensa spirito e contenuti di una manifestazione che è frutto della commistione di culture che ha dato vita e continua ad animare gli Stati Uniti. L’opera è stata installata su una barca normalmente utilizzata per messaggi pubblicitari e, per la durata della art week, barca e opera navigheranno lungo la costa di Miami Beach, a ricordare che popolazioni e culture coesistono da un lato all’altro dei confini.
Poco più distante, circondata dalla sabbia bianca, la riproduzione di una casa nello stile tipico della cittadina di Levittown, nello stato di New York, insediamento costruito nel 1947 e considerato la prima comunità suburbana degli USA, simbolo del sogno americano. L’opera si chiama “How to Win Friends and Influence People”, dal titolo di un famosissimo libro di auto-aiuto, scritto da Dale Carnegie nel 1936 e diventato un classico dello stile di comunicazione americano. Ma se la casa rappresenta il sogno americano, questo non durerà a lungo: l’artista che l’ha realizzata, George Sànchez, darà al fuoco la sua stessa opera mercoledì 5 dicembre, in occasione della ricorrenza di Santa Barbara che, nella tradizione cubana, è identificata con Changò, dea dei fulmini e della guerra.
A completare questa galleria su sabbia, le opere “America’s Playground” di Derrick Adams e “A Matter of Time”, di Luna Paiva.

MENTRE ALL’HOTEL…

L’ultima parte dell’opening itinerante si è svolta nello sfavillante Faena Hotel dove i visitatori sono stati accolti da un trionfo di fiori composti da lucine bianche, avvolti in una nebbia irreale. Arpe e flauti di sottofondo, giochi di fuoco e danze con i ventagli hanno accompagnato il pubblico verso l’interno dell’hotel dove, nell’atrio, era installata una giostra popolata da creature realizzate in vetri di Bulgari che evocavano altri mondi possibili.
La parte conclusiva della serata si è svolta all’interno del teatro dell’hotel, con una performance in due parti dell’artista Wu Tsang in collaborazione con boychild, uno spettacolo in stile cabaret che fa l’occhiolino a una certa decadenza intrisa nella storia di Miami. La stessa decadenza che diventa eterea nell’opera di Miya Ando che avvolge e trasforma un altro dei palazzi del distretto, il Versailles Hotel, ancora in disuso e ricoperto dall’artista con immagini di un cielo al tramonto che si mescola con lo sfondo del cielo di questa città di mare che si sta lasciando trasformare dall’arte.

– Maurita Cardone

Miami Beach// fino al 9 dicembre 2018
www.faenaart.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.