Creativi italiani che vivono a New York. Intervista ad Arianna Carossa, l’artista-manager

L’artista italiana di base nella Grande Mela ci racconta il suo lavoro, da anni incentrato anche su collaborazioni con aziende e brand. Aprendo così nuovi scenari sul mercato dell’arte…

Arianna Carossa in uno degli spazi del Metropolitan Building che ospita il suo studio
Arianna Carossa in uno degli spazi del Metropolitan Building che ospita il suo studio

Ci sono artisti che vivono nella loro torre d’avorio e altri che si immergono fino al collo nel mondo reale. Arianna Carossa appartiene anima e corpo a questa seconda specie. L’artista di origini genovesi e di base a New York è un’esplosione di vitalità e il suo lavoro è denso di fisicità che non teme contaminazioni. Il suo studio, ospitato all’interno di un palazzo del 1909 che una volta era una fabbrica di materiale elettrico e che oggi è usato per riprese, set fotografici e banchetti, è qualcosa a metà tra una segheria e un gabinetto delle curiosità. Gli opening delle sue mostre somigliano più a delle feste che a compassate vetrine ad uso e consumo dei collezionisti. Da qualche anno il suo mezzo prediletto è la ceramica e nei giorni scorsi Carossa è volata in Italia per andare a lavorare al Museo Zauli di Faenza che le mette a disposizione il laboratorio che era stato di Carlo Zauli, per realizzare i lavori con cui l’artista ha messo in piedi, lo scorso 30 luglio, una performance e open studio nella sala dei forni del museo, a cui poi seguirà una mostra a ottobre. Per queste opere, Carossa ha utilizzato la ceramica e la cera fornita dall’azienda faentina di apicoltura Rondinini.

Arianna Carossa al Kartell Art Show
Arianna Carossa al Kartell Art Show

LO STUDIO A NEW YORK DI ARIANNA CAROSSA

Nel suo lavoro, l’artista integra i materiali più diversi. Nel suo studio ci si imbatte in conchiglie, pezzi di legno, gusci di cocco, carapaci, granchi, chele, pietre, pezzi di favi e un’infinità di altri oggetti che Carossa trova, recupera, usa, mescola e modifica con estrema libertà, sperimentando continuamente e lasciandosi sorprendere dalle reazioni e interazioni della materia e delle forme. “Sono tutti elementi diversi”, racconta l’artista, “ma hanno qualcosa che li fa funzionare insieme. C’è qualcosa di magico e indefinibile. In fondo l’interazione tra i materiali è un po’ come le relazioni umane: mondi diversi si incontrano e insieme funzionano, ma non si sa perché”.

LE COLLABORAZIONE DI ARIANNA CAROSSA CON LE AZIENDE

Questa libertà di approccio non si manifesta solo nella scelta dei materiali, ma anche negli ambiti in cui la sua arte trova spazio e visibilità. Arianna Carossa ha infatti di recente intrapreso un percorso che la sta portando a staccarsi sempre più dal sistema delle gallerie e a lavorare invece con le aziende. Prima c’è stato il progetto in collaborazione con Eataly: nello store del Financial District di Manhattan, Carossa ha realizzato delle opere commestibili (“quale migliore sottrazione al mercato dell’arte!”, commenta) e altre fatte di residui, “interventi che rigenerano la materia inerme”, come li definisce lei stessa. Poi ha lavorato con l’azienda di occhiali Punto Ottico Humaneyes per cui ha allestito con le sue opere un’intera vetrina su Madison Avenue. A giugno nello showroom Kartell di Soho ha presentato due opere “innestate” sulle iconiche sedie disegnate da Philippe Starck. Al momento sta concludendo un accordo con un’azienda del luxury made in Italy, a cui ha proposto un progetto multidisciplinare ed è entusiasta delle nuove possibilità che queste collaborazioni aprono al suo lavoro, tanto che non ha intenzione di tornare indietro, e ha cominciato a concepire la sua arte come un brand e il suo lavoro con quello di un manager. Ci siamo fatti raccontare come nasce questo percorso e dove la porterà.

Arianna Carossa per Punto Ottico Humaneyes
Arianna Carossa per Punto Ottico Humaneyes

Come è iniziato questo tuo interesse per le collaborazioni con le aziende?

Qualche mese fa sono stata invitata da Anna Daneri a partecipare a una conferenza che prendeva spunto dalla mostra di Claire Fontaine ospitata a Palazzo Ducale a Genova, di cui lei era curatrice. La mostra girava intorno al concetto di economia e la conferenza, a cui partecipavano anche docenti universitari ed esponenti di Deloitte, era sul rapporto tra arte ed economia. Il mio intervento era centrato sul mercato dell’arte e le differenze tra USA e Italia. In quell’occasione ho dovuto fare un po’ mente locale sul rapporto tra il mio lavoro e il mercato e, mentre ci pensavo, mi sono accorta che quella era, in fondo, la mia attitudine. Mi sono resa conto di come la borsa e la finanza fossero simili al mercato dell’arte di oggi che gira intorno alle aste e dove esiste solo l’opera come prodotto. È un mercato su cui l’artista non ha alcun controllo. L’artista non esiste più, si è perso completamente.

In che senso dici che l’artista non esiste più?

Esiste solo l’opera che, esattamente come un qualsiasi altro prodotto del mercato, ha una visibilità moltiplicata dai social e dai tanti altri mezzi di comunicazione. In una sorta di consumismo dell’immagine, l’opera ha trovato visibilità ma ha perso di valore intrinseco e l’artista non appare più in essa. Inoltre l’artista oggi, quando delega parte del suo lavoro, sta rinunciando alla manualità, all’artigianalità e quindi, perdendo le competenze, perde la sua forza, la sua importanza. Per recuperare la sua forza e il suo status non può essere dipendente dalla galleria, ma deve diventare il brand e il manager di se stesso. 

E in che modo il fatto di lavorare con le aziende può far recuperare il valore dell’artista?

Perché lo emancipa dal dominio della galleria. L’artista ha perso importanza a causa di strutture come le gallerie e le aste che controllano il sistema e non lasciano spiragli. La galleria è interessata a vendere, quindi prediligerà sempre quel tipo di lavori che sono più vendibili, il che risulta in un appiattimento e nella nascita di trend all’interno dell’arte. Per accaparrarsi altre fette di mercato e nuovi clienti, le gallerie spingono verso opere commerciali. L’azienda, invece, dal canto suo, è già commerciale, ha una sua clientela che acquista i suoi prodotti su larga scala e quello che cerca di fare è di differenziarsi facendo delle opere una tantum, uniche. Quindi paradossalmente l’azienda dà più libertà all’artista perché non ha bisogno di accaparrarsi un pubblico dell’arte con cose commerciali, ha già un suo pubblico e quello che le interessa è riuscire a legare l’immagine del proprio brand a cose uniche e di qualità, a prescindere dalla loro vendibilità.

Arianna Carossa, Eataly New York
Arianna Carossa, Eataly New York

Come nascono queste tue collaborazioni?

Tutte le volte è differente. Una volta, per esempio, durante una cena parlavo di fare un progetto con la pasta della pizza. Io non lo sapevo, ma a cena c’era il direttore di Eataly che io non conoscevo e che continuava a farmi delle domande, finché non si è presentato e mi ha proposto di fare quel progetto da loro. Con Kartell invece ho proposto un progetto insieme a una mia amica curatrice, Anna Casotti. Il discorso è essere aperti e pronti a prendere delle opportunità. Se adesso andassimo a un pranzo e ci fosse il direttore della Lines, posso assicurarti che potrei inventarmi un progetto per fare un’opera di merda… [ride]. 

C’è una forma di nuovo mecenatismo in queste forme di collaborazione?

Non proprio. Il mecenatismo, a mio avviso, ha alla base un interesse strettamente culturale invece in questo caso c’è certamente una consapevolezza culturale, ma la relazione avviene su basi differenti che non sono quelle dello sviluppo della cultura ma dello sviluppo del mercato. Poi se l’artista è consapevole ed etico, porta avanti il suo discorso che è intrinsecamente culturale. Il mecenate vuole aver cura di un artista perché questo possa portare avanti il suo lavoro, con le aziende invece è una collaborazione, gli scopi sono differenti ma ci si unisce per fare insieme una cosa unica.

Arianna Carossa sul tetto del Metropolitan Building dove è ospitato il suo studio
Arianna Carossa sul tetto del Metropolitan Building dove è ospitato il suo studio

Hai mai incontrato un atteggiamento critico nei confronti di quello che fai? Ti hanno mai detto, per esempio, che l’artista rischia di perdere la purezza se lavora con realtà commerciali?

A me quando si parla di purezza vengono i vermi… Il concetto di purezza ha prodotto cose raccapriccianti nella storia, pensa all’idea di purezza della razza! Io so quello che faccio, so qual è l’intensità del lavoro e che ricerca c’è dietro, non mi interessa quello che pensano gli altri, né sono preoccupata di perdere niente. Non c’è bisogno di lavorare con le aziende per fare un prodotto ruffiano. Ti potrei citare un sacco di artisti che, pur non lavorando con aziende, fanno dei prodotti veramente ruffiani. E si vede. 

Questo è un approccio che suona più americano che italiano. Secondo te l’essere a New York ha influenzato questo tuo modo di pensare e questa tua libertà nel muoverti anche in un ambito commerciale?

Giotto aveva otto botteghe, quindi l’aspetto imprenditoriale di un artista è sempre esistito. Il punto è che io qui ho trovato un’incredibile libertà come essere umano e mi sono accorta che non finivo nell’essere artista. C’era molto di più, c’è quello che desidero, la mia felicità. E non ho pregiudizi, vado avanti per la mia strada. Senz’altro questo posto mi ha dato una libertà maggiore, un orizzonte verso cui poter rivolgere lo sguardo. In Italia gli artisti sono talmente inglobati all’interno di un sistema che li scarnifica e ne soffoca le idee che è difficile che in quel tipo di ambiente possa succedere qualcosa di sorprendente. Poi c’è da dire che tanti artisti italiani di base a New York sono rimasti esattamente come erano quando erano in Italia. 

Parlando di Italia, tu finora hai lavorato sempre con aziende italiane. Vedi un legame tra il tuo lavoro e il made in Italy? Ti interessa un percorso in cui il settore commerciale e quello culturale interagiscono per promuovere l’Italia all’estero?

Il fatto che abbia lavorato solo con aziende italiane è un caso. Sicuramente ho degli elementi italiani, però a me interessa sviluppare il mio lavoro che è anche frutto del mio stare qua. È chiaro che il mio gusto di italiana, nel momento in cui ho scelto di vivere a New York, è cambiato rispetto a quando stavo in Italia. Ho lasciato che la città e la cultura entrassero dentro di me e ne sono molto contenta e non sento di avere un vincolo con la cultura italiana. Però certo, sono aziende che mi piacciono e capita che siano aziende italiane: molte aziende italiane sono leader in quello che fanno e lo fanno meglio di altre. Però poi c’è anche da dire che tante delle aziende leader del made in Italy non sono più italiane. Ora sto lavorando a un progetto con una grande azienda, uno dei simboli del made in Italy, di cui non posso ancora fare il nome, ma è un’azienda che è stata comprata da una società tedesca. Quindi cos’è italiano?

Prima dicevi che l’artista deve diventare manager di se stesso. In che modo sviluppi questa parte del tuo lavoro?

Nel lavorare con le aziende devo avere a che fare con tutta una serie di aspetti che, fino a quando mi limitavo a produrre i miei lavori nel mio studio, ignoravo completamente ma che invece trovo molto divertenti. Tutta la parte di relazione con le aziende e la costellazione di legami che c’è dietro, è straordinariamente creativa. Per me è un altro modo di esprimere la creatività e in qualche modo è un aspetto addirittura più libero del lavoro che faccio come artista perché è slegato dalla materia. Non ho il vincolo michelangiolesco della materia e la parte organizzativa mi esalta. Portando questa cosa all’estremo, affinché l’artista recuperi tutto se stesso e diventi completamente manager, secondo me l’artista dovrebbe diventare proprietario della galleria. È il mio sogno. Anzi, la mia performance più grande sarà comprarmi Gagosian [ride].

Quindi l’artista che prende il controllo su tutto il processo. Non c’è niente di tutto questo processo che ti pesa, che proprio eviteresti di fare?

Non ho dubbi: le application. Le odio. Le application per le residenze, per i concorsi, eccetera. Le odio perché non si capisce quale sia la variabile e ti metti completamente nelle mani di criteri arbitrari. Se gli artisti smettessero di passare il proprio tempo a fare le residenze e cominciassero a dedicarsi di più al proprio lavoro credo che avremmo delle opere migliori. Ci sono artisti che sono professionisti dell’application e non del proprio lavoro, quelli che vincono tutte le residenze possibili, sono gli impiegati dell’arte che stanno lì seduti alla scrivania a confezionare application, invece che a lavorare sulle proprie opere. Ecco, per me quella è la negazione dell’arte e quando parlo di essere manager di se stessi non intendo certo che l’artista deve partecipare a più residenze possibile, sia chiaro! [ride]

– Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.