Sulla dimensione dello spazio esistenziale #2 (IV)

QUARTO CAPITOLO DEL TESTO CRITICO REALIZZATO DA LUCREZIA LONGOBARDI IN OCCASIONE DELLA MOSTRA “LO SPAZIO ESISTENZIALE. DEFINIZIONE #2”, ALLESTITA ALLA FONDAZIONE MORRA DI NAPOLI.

Definita la circostanza generale in cui questa riflessione prende corpo anche attraverso una mostra, varrà la pena di concentrarsi specificamente su questo ulteriore dispositivo empirico che si affianca alla produzione del presente testo per cercare di verificare o, forse ancor più propriamente, per indagare, il modo in cui un soggetto particolare agisce e reagisce nelle condizioni fin qui definite.
La mostra Lo spazio esistenziale. Definizione #2 non è quindi da intendersi secondo le tradizionali categorie legate alle esposizioni d’arte. Il progetto realizzato a Casa Morra è più che altro un dispositivo, una sorta di laboratorio di sperimentazione, di sala d’allenamento, di palestra o, per assurdo, di sala prove. È, comunque, una regione estratta dalla realtà, entro cui poter provare la carica di una serie di tensioni. Ça va sans dire che essendo una palestra non è affatto detto che sia un luogo sicuro. Una larga parte degli infortuni sportivi, d’altra parte, avvengono proprio in allenamento, quando l’atleta tenta di superare il proprio limite.

Hélène Fauquet, Untitled, 2018. Lo spazio esistenziale. Definizione #2. Installation view at Fondazione Morra, Napoli 2019. Photo Amedeo Benestante

Hélène Fauquet, Untitled, 2018. Lo spazio esistenziale. Definizione #2. Installation view at Fondazione Morra, Napoli 2019. Photo Amedeo Benestante

Ecco, la mostra in questione rappresenta una circostanza moderatamente rischiosa proprio come un allenamento agonistico. E ciò non solo per il curatore (sulla definizione di curatore in un orizzonte performativo si rimanda alla lettura del mio breve saggio Per una curatela performativa pubblicato su OperaViva Magazine del 31 maggio 2019), ma anche per le opere coinvolte.
Le opere, vengono indossate, piegate, forzate. Le opere non sono esposte come tali, ma come elementi della realtà, come oggetti pericolosi.
La funzione delle opere all’interno di questo dispositivo è puramente narrativa. Esse diventano elementi costitutivi di un sistema. Non un sistema “rappresentativo” però, come quello che in generale può costituirsi in ogni mostra che abbia una tesi o – più moderatamente – un tema. Il sistema che qui si viene ad instaurare possiamo definirlo come “riflessivo”. Nei fatti ogni oggetto presente – siano essi opere d’arte o altri strumenti, a partire dall’architettura dello spazio – costituisce il primo termine di una misura. E come è noto ogni misura ha bisogno di almeno un secondo termine per potersi definire. La presenza umana, la presenza di un soggetto di osservazione, di un soggetto in cattività, di una cavia da laboratorio, forse, è il secondo termine, quello che estende la dimensione del punto in quella di una lunghezza.

Liz Magor, Casual, 2012. Lo spazio esistenziale. Definizione #2. Installation view at Fondazione Morra, Napoli 2019. Photo Amedeo Benestante

Liz Magor, Casual, 2012. Lo spazio esistenziale. Definizione #2. Installation view at Fondazione Morra, Napoli 2019. Photo Amedeo Benestante

Ovviamente, in ogni laboratorio che si rispetti, la scelta dei materiali da inserire all’interno dello spazio della ricerca non può essere né casuale né tantomeno imprecisa. Dalla costruzione dello spazio e dagli elementi costituenti dipende la definizione degli accidenti che vi occorreranno e che saranno registrati. Le opere sono gli inneschi principali dei suddetti accidenti. Esse vivono, nello spazio, di potenza propria, ma agiscono all’interno della costruzione da me preparata e prendono parte alla mia vita personale dal momento in cui lo spazio della mostra diviene il mio spazio abitabile. Le opere stesse diventeranno mie estensioni, allargamento della pratica curatoriale, diramazioni del pensiero, sue concrezioni, sue evidenze, prove a carico di una verità personale e al contempo universale nel momento in cui si condivide, quella verità dell’esserci che è alla base della presente ricerca e che personalmente intendo indagare estendendo il margine dell’osservazione da un perimetro puramente speculativo ad uno che comprenda l’elemento fisico, la presenza, il deperimento, l’appetito e il dolore come dati essenziali. La verità come dato assoluto. Una verità colta e rimandata a me stessa da tutta una serie di visitatori che nel vivere il momento della mostra, davanti ad un tè freddo oppure ad una macedonia, mi hanno confidato le proprie intime verità, aneddoti privati che sconosciuti o amici mai avrebbero affrontato in altra circostanza. Tutto questo dispositivo ha effettivamente disposto gli ospiti che venivano a trovarmi ne Lo Spazio Esistenziale ad un incontro che permettesse un’apertura totale, un rapportarsi reciproco possibile grazie ad una sorta di pausa architettata nello scorrere del tempo, che consentisse la comparsa o ricomparsa dell’ombra di una felicità, di una paura, un trauma o un sogno.

‒ Lucrezia Longobardi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Sulla dimensione di spazio esistenziale #2 (I)
Sulla dimensione di spazio esistenziale #2 (II)
Sulla dimensione dello spazio esistenziale #2 (III)

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Lucrezia Longobardi

Lucrezia Longobardi

Lucrezia Longobardi è nata nella provincia di Napoli nel 1991. Laureata presso il corso di Grafica d’Arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una tesi sul concetto di spazio esistenziale e una ricerca storico-artistica su Gregor Schneider, Renata Lucas,…

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