Le labili tracce della società di massa. Remo Bianco a Milano

Museo del Novecento, Milano – fino al 6 ottobre 2019. Una retrospettiva riporta alla ribalta l’arte ruvida e sardonica dell’artista milanese. Dal precoce spazialismo sui generis degli Anni Quaranta ai “Quadri parlanti”, i diversi cicli di un autore per il quale l’idea vince sulla formalizzazione.

Remo Bianco, 3D – Senza titolo, 1970 ca. Collezione Koelliker
Remo Bianco, 3D – Senza titolo, 1970 ca. Collezione Koelliker

Ennesimo artista frettolosamente rimosso dalla memoria dell’arte italiana del secondo dopoguerra, Remo Bianco (Milano, 1922-1988) viene celebrato nella sua città da una retrospettiva al Museo del Novecento. Più attento all’idea fulminante che alla formalizzazione, a volte ruvido con gusto quasi sardonico, l’artista tratta precocemente l’opera come oggetto sin dagli Anni Quaranta, quando va alla ricerca di uno spazialismo sui generis.
Prima con i 3D, dipinti su diversi strati di vetro, plastica o plexiglas in cui le forme e i colori si sovrappongono e danno vita a organismi complessi e cangianti. E poi con i quadri-scultura traforati, dove a sovrapporsi è il vuoto, ovvero le parti rimosse dalle superfici. I materiali si modificano via via, dal legno alle nuove materie plastiche, per seguire e commentare l’estetica imperante fuori dall’ambito artistico.

FRAMMENTI, CALCHI E REPERTI

La plastica, l’artificio e la società dei consumi (con un tocco di esistenzialismo) sono protagonisti della serie delle Testimonianze: campionari di bambole, giocattoli e altri frammenti del quotidiano racchiusi in piccoli sacchetti trasparenti allineati.
Come a voler congelare una memoria che è di per sé labile: la traccia è in effetti un motivo ricorrente di Bianco, che scrisse il Manifesto dell’arte Improntale. Anche nel ciclo delle Impronte, corpi e oggetti sussistono solo in forma di calchi di gomma o cartone, con la saltuaria irruzione del colore a dare un tocco di allucinato fascino (una certa atmosfera da disastro postatomico aleggia su questi frammenti di memoria). E altri mondi congelati sono quelli degli oggetti sommersi e obliterati da una spruzzata di neve artificiale.

Remo Bianco, Quadro parlante – Scusi signore, 1972-74 ca. Collezione privata
Remo Bianco, Quadro parlante – Scusi signore, 1972-74 ca. Collezione privata

DIALOGHI FILOSOFICI

I Collage sono uno dei frutti del soggiorno di Bianco negli Stati Uniti. In essi, spunti pittorici si mescolano all’idea dell’informazione frammentata e caotica tipica della società di massa. Le Pagode sono invece ispirate all’Oriente, simulando e stilizzando strutture architettoniche “esotiche”; assieme ai Tableaux dorés, costituiscono due passaggi “formalisti” nell’opera dell’autore, meno efficaci del resto.
Ciò che sorprende e affascina tuttora sono invece i Quadri parlanti, nei quali idea e forma vengono a coincidere. Passando davanti a queste stampe fotografiche su tela, lo spettatore attiva una registrazione: la voce dell’autore lo interroga, lo fa ragionare sulla posizione dell’artista nella società, lo ingaggia in riflessioni filosofiche. Un’acuta ironia è l’ingrediente principale di questi quadri “performativi”, insieme allo spiazzamento.

Stefano Castelli

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AutoreRemo Bianco
Spazio espositivoMUSEO DEL NOVECENTO
IndirizzoVia Marconi, 1 - Milano - Lombardia
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.