Ambiguo, enigmatico, folle, Jan Fabre è descritto come una sorta di rebus. Ma siamo sicuri che sia così? Siamo sicuri che l’artista voglia dar vita a contenuti esistenziali comprensibili solo a pochi eletti e che necessitano di infinite spiegazioni ed esegesi?

Jan Fabre (Anversa, 1958), artista fiammingo – come lui stesso ama definirsi – poliedrico e di fama indiscussa, ha poco più di sessant’anni e da circa quaranta domina la scena mondiale del teatro e delle arti performative con i suoi scritti, le sue installazioni, i suoi lavori teatrali. Soltanto nel 2019 lo ritroviamo spalmato un po’ lungo tutta la penisola: alla Triennale di Milano con lo spettacolo Jan Fabre. The night writer. Giornale notturno, a Venezia con una duplice (e si potrebbe dire inconsapevolmente duplice) installazione de l’Uomo che misurava le nuvole, in maniera permanente presso lo Spazio Thetis e, in occasione della Biennale, nei suggestivi giardini di Palazzo Balbi (fino al 24 novembre), e poi ancora a Napoli con quattro mostre in quattro diversi luoghi: Museo e Real Bosco di Capodimonte con la mostra Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue a cura di Stefano Causa e Blandine Gwizdala (fino al 15 settembre 2019), Pio Monte della Misericordia con L’uomo che sorregge la croce a cura di Melania Rossi (fino al 30 settembre), Studio Trisorio con Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo (fino al 30 settembre 2019) e Museo Madre con l’installazione a cura del direttore Andrea Viliani, Melania Rossi e Laura Trisorio della versione in marmo di Carrara della – forse inflazionata – statua l’Uomo che misura le nuvole (fino al 30 settembre) precedentemente esposta nella sua versione in bronzo sul terrazzo del museo nel 2017.

L’ITALIA HA UN’OSSESSIONE PER FABRE?

Verrebbe quasi da pensare a un’ossessione per Fabre in Italia, laddove l’artista viene programmato con un’inverosimile costanza o addirittura più volte nello stesso anno o, ancora, contemporaneamente con più versioni della stessa installazione come nel caso di Venezia o dislocato in vari luoghi come a Napoli.
L’idea della mostra “itinerante” napoletana che ritorna per la seconda volta –già nel 2017 Laura Trisorio e Sylvaine Bellenger organizzarono qualcosa di molto simile – ha un fascino indiscusso (anche se per la fatica che richiede diventa più performante per il fruitore che per l’artista) e se si tratta di Napoli poi il fascino si amplia a dismisura, perché per raggiungere i diversi spazi dedicati all’artista si attraversano alcuni tra i luoghi più suggestivi del capoluogo campano. Si passa repentinamente dai vicoli stretti del centro storico per raggiungere il Madre e il Pio Monte della Misericordia alle colline sormontate dal Museo e Real Bosco di Capodimonte fino al mare della Riviera di Chiaia, quartiere borghese in cui ha sede lo Studio Trisorio, ed è così che la mostra di Fabre conduce il visitatore a scoprire un’intera città, in una sorta di eterogenesi dei fini.

Jan Fabre, Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo, 2019. Installation view at Studio Trisorio, Napoli 2019 © photo Grafiluce - L. Romano 2019
Jan Fabre, Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo, 2019. Installation view at Studio Trisorio, Napoli 2019 © photo Grafiluce – L. Romano 2019

IL CORPO NELL’ARTE DI FABRE

Per descrivere Jan Fabre si potrebbe incorrere nell’errore di voler trovare parole e definizioni al limite del comprensibile pur di dare l’idea che si tratti di un fenomeno estremamente complesso, e allora accade che meno si comprendono le spiegazioni ermetiche dei critici e degli studiosi e più il meccanismo funziona: ambiguo, enigmatico, folle, Fabre è descritto come una sorta di rebus. Ma siamo sicuri che sia così? Siamo sicuri che l’artista nel suo atto creativo sia così profondamente impegnato nel dare forma e vita a contenuti esistenziali comprensibili solo a pochi eletti e che necessitano di infinite, e a volte ancor più ermetiche, spiegazioni ed esegesi?
Ad ascoltare le sue parole, a studiare i suoi scritti, a leggere le sue innumerevoli interviste, la sensazione pare essere un’altra e cioè che sia tutto così infinitamente semplice, istintivo, umano troppo umano – per citare Nietzsche – e che i fiumi di spiegazioni non facciano altro che creare sovrastrutture intorno a un nucleo che invece dovrebbe rimanere nella sua forma più immediatamente comprensibile per via empirica.
Andiamo per gradi. Nelle sale del Museo di Capodimonte il suggestivo dialogo tra i lavori in corallo rosso di Fabre e i capolavori dei grandi maestri del passato dà vita a un viaggio unico, una epifania per la vista eccitata dal rosso acceso che evoca passione, vita e morte: la maestria nella tecnica di assemblaggio dei materiali – il corallo è stato fornito all’artista dal museo – lascia quasi pensare a una sorta di alchimia, il corallo infatti appare fluido, morbido, quasi carnoso. Bellezza, tecnica, suggestione. Sempre a Capodimonte, i famosi disegni di sangue (ce ne sono anche di eseguiti con lo sperma, lacrime, urina nella produzione di Fabre) vengono spesso caricati di significati quasi esoterici laddove invece, nelle parole dell’autore che spiega se stesso, si parla sempre e solo di esperimenti con umori umani la cui finalità – più esperienziale che filosofica – è dare vita a un’opera artistica utilizzando ciò che lo stesso corpo fornisce, fino a diventare un involucro vuoto.

IL CORPO COME STRUMENTO

Nella follia dilagante degli Anni Settanta il giovane belga fa esperimenti dando libero sfogo alla sua fantasia, ai suoi istinti più primordiali, si libera di tutto il superfluo e fa sì che il suo corpo possa bastare a se stesso e alla sua missione da artista. Il corpo, la vera ossessione di Fabre, il corpo sensuale, energico, ironico, disciplinato, morto è lo strumento per eccellenza per sentire la vita dopo la morte, una morte catartica che apre infiniti orizzonti.
Tra le dichiarazioni più interessanti dell’artista c’è quella riguardo il suo stato post-mortem, una sorta di Nietzsche contemporaneo, per trovare ancora una similitudine. Il filosofo della potenza della natura umana dichiarò infatti di essere “nato postumo” ed è proprio così che anche Fabre si descrive: un uomo che in qualche modo ha la sensazione di non appartenere al suo tempo, un uomo che crea e costruisce testimonianze del suo passaggio per essere poi compreso e ricordato, appunto, dopo la morte. L’esperimento vita-morte-vita è sempre presente nei suoi lavori e, percorrendo i quattro luoghi in cui è dislocata la mostra napoletana, questa sensazione è forte all’inverosimile, ma la riflessione pare essere più semplice e lineare di come la si voglia forzatamente porre.
L’Uomo che misurava le nuvole, per fare un altro esempio di forzatura interpretativa, lungi dall’essere una riflessione sulla conoscenza o sulla spinta oltre i propri umani limiti per il raggiungimento dell’assoluto (e bla bla bla, verrebbe da aggiungere) è, come lo stesso Fabre afferma più volte, un omaggio al criminale statunitense Robert Stroud che, dopo aver trascorso in carcere 54 anni della sua vita su 72, al momento della sua scarcerazione, alla domanda di un giornalista su come avrebbe impiegato il suo tempo da uomo libero, risponde  che si sarebbe dedicato a “misurare le nuvole”. Un gesto inutile, un’attività senza senso che parla al mondo della necessità di godere appieno della propria libertà dopo una vita di prigionia; chiunque si sarebbe aspettato di sentire di progetti da portare a termine, di sogni da realizzare, di tempo da recuperare dopo una vita in galera e invece Stroud spiazza tutti, compreso Fabre, con la sua voglia di godere di una libertà contemplativa fine a se stessa. Ecco, questo è il senso dell’Uomo che misurava le nuvole, la semplicità della libertà.

Jan Fabre, La nazione belga che civilizza, 2012. Courtesy Studio Trisorio
Jan Fabre, La nazione belga che civilizza, 2012. Courtesy Studio Trisorio

TRA LA VITA E LA MORTE

Fabre cresce fra teatri e musei in simbiosi con il padre e, proprio grazie alla sensibilità paterna, la sua curiosità è nutrita giorno dopo giorno portandolo a materializzare i propri pensieri, ricordi, segreti, istinti su qualunque supporto trovasse a portata di mano e con qualunque strumento (dalla semplice biro blu ai fluidi corporei): la sua vita è un incessante disegnare. Una mente brillante e geniale con un’irrefrenabile esigenza di creare mantenendo assoluta fedeltà alla realtà in una matrice però esclusivamente carnale e finita e in una dimensione sospesa tra la realtà della vita quotidiana e la finzione dell’opera d’arte, sia essa installazione, performance o disegno. Una continua erosione dei confini tra reale e irreale, perché in una mente iperattiva come la sua non c’è tempo per i limiti e tutto si mescola e si fonde con la semplice esigenza di celebrare, cristallizzare, enfatizzare l’umanità nella sua versione più finita, più fisica, più tangibile e in un incessante processo creativo che unifica l’universo della conoscenza (scienza, arte pittorica, danza, cinema, storia) mediante l’utilizzo intelligente di diverse discipline. E allora ecco che nella sua produzione la naturale bellezza degli scarabei iridescenti incontra la maestria della tecnica e la profondità della storia, una trilogia che esplode nei lavori dedicati al pittore olandese Hieronymus Bosch in mostra negli spazi dello Studio Trisorio.
Migliaia di corazze di scarabei iridescenti utilizzate come materia prima per una mostra tributo al Congo e alle atrocità subite proprio durante il colonialismo belga. Viene fuori nella sua produzione artistica anche la matassa di sentimenti contrastanti e ingarbugliati nei confronti della propria terra, il Belgio: Paese che egli stesso definisce glorioso, ma anche ridicolo, ultima ruota del carro in Europa, ma anche stanza dei bottoni, Paese dalla grande civiltà, ma che ha messo in atto anche il colonialismo più atroce. Fabre ha una lettura combattuta e sofferta della realtà e dell’essere umano, una realtà fatta di opposti e di dicotomie inscindibili la più affascinante delle quali è sicuramente Vita-Morte.
Nel suo immaginario la missione artistica è fluida in maniera incessante e incontrollata, il suo atto creativo è pura esigenza, una forza incontenibile che dà luogo a una produzione immensa, ma mai bisogna incorrere nell’errore di sostituirsi al suo genio così complesso eppure così immediato creando astruse spiegazioni che allontanano piuttosto che avvicinare al senso primo. Bisogna spogliarsi di tutto quanto arbitrariamente viene sovrapposto alle reali intenzioni di un artista, bisogna liberarsi della voglia di spiegare, vivisezionare, complicare un’arte così immediata e fisica come quella di Fabre e attenersi a un input iniziale che l’artista dona al pubblico e che non necessita di intermediari. Un’arte, quella di Fabre, che esiste per un unico scopo: “Onorare questo contenitore fragile e vulnerabile che è il nostro corpo, da quarant’anni oggetto e soggetto della mia ricerca”, come egli stesso dichiara, questo e nulla più… il corpo. E allora forse conviene tenere a mente un altro grande filosofo, Michel Foucault, che a proposito dell’arte contemporanea scriveva: “L’arte non è fatta per essere capita o spiegata, ma per essere giudicata”.

Manuela Barbato

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Manuela Barbato
Giornalista pubblicista cresciuta nel mondo della danza, oggi si occupa principalmente di critica e s'interessa degli aspetti politici, sociali ed economici del settore arte e cultura nella città di Napoli. Consegue la laurea in Filosofia e il dottorato in Filosofia politica, realizza diverse pubblicazioni su riviste specializzate nel settore filosofico, concentrando i propri studi sul pensiero nietzschiano e su quello foucaultiano. Collabora con diversi web magazine ed è ideatore del format Filosofia e Danza/Filosofia e Arte. Ricopre il ruolo di direttore artistico per la sezione danza al Teatro Bellini di Napoli.