“Calder Stories” è una mostra al Centro Botín di Santander, che raccoglie i progetti dimenticati o incompiuti del grande scultore americano. Ne abbiamo parlato con Alexander Rower, nipote dell’artista.

Raccontano tante piccole storie, curiose e appassionanti, le ottanta opere in mostra fino al 3 novembre al Centro Botín di Santander. Storie legate a cinquant’anni di vita artistica di Alexander Calder (Lawnton, 1898 – New York, 1976), un autentico rivoluzionario della scultura moderna e contemporanea, celebre per gli artefatti sospesi nell’aria che l’amico Marcel Duchamp, nel 1931, battezzò mobiles.
Da anni Hans Ulrich Obrist – curatore della mostra e direttore artistico della Serpentine Gallery di Londra – indagai progetti incompiuti di Calder. “Progetti dimenticati”, ha dichiarato, “direttamente o indirettamente censurati; oppure incompresi, soppressi, perduti e talvolta irrealizzabili”.
La maggior parte delle opere presenti nell’edificio sulla baia del Cantabrico (progettato da Renzo Piano, che in questo caso firma anche l’allestimento) provengono dalla Calder Foundation. Anche se non mancano prestiti da collezioni pubbliche e private, molti sono pezzi mai esposti prima, modellini che si sarebbero dovuti evolvere in progetti con forme e dimensioni maggiori, ma che in realtà sono solo una dichiarazione di intenti. Presiede la fondazione Alexander S.C. Rower, nipote dell’artista e personalità di spicco nel mondo dell’arte contemporanea statunitense.

Hans Ulrich Obrist (curatore della mostra ) e Alexander S.C. Rower (presidente della Calder Foundation)
Hans Ulrich Obrist (curatore della mostra ) e Alexander S.C. Rower (presidente della Calder Foundation)

L’INTERVISTA

Dove si trova la Fondazione Calder e qual è la sua missione?
La Fondazione nasce nel 1987 a New York come organizzazione non profit dedita a mantenere, diffondere e interpretare l’arte di mio nonno. Custodisce un’impareggiabile collezione di opere di Calder e i nostri progetti comprendono collaborazioni in mostre e pubblicazioni, gestione dell’archivio e autenticazione delle opere dello scultore. Organizziamo performance ed eventi anche di altri artisti, inclusi quelli che promuoviamo attraverso il Premio Calder, a cadenza biennale, e il programma di residenza Atelier Calder.

È la prima volta che la Fondazione Calder collabora a una mostra sui progetti incompiuti dell’artista? Si tratta di un’idea di Obrist?
Malgrado la Fondazione abbia a lungo studiato il poco noto ma affascinante background delle principali commissioni e performance di Calder, è in realtà la prima volta che collaboriamo a una mostra che esamina in maniera esplicita il concetto di progetti irrealizzati. L’idea ci fu proposta da Obrist, che per la prima volta utilizza tale struttura di analisi con un artista scomparso.

Come è nata la collaborazione con il Centro Botín? Conosceva l’edificio di Renzo Piano?
Tempo fa il Centro Botín ci contattò per presentare l’opera di Calder a Santander. Le ultime mostre in Spagna risalgono al 2003-2004, al Guggenheim di Bilbao e al Reina Sofia di Madrid, e perciò abbiamo accettato con piacere, soprattutto per l’affascinante concept curatoriale proposto da Obrist. Sapevo che l’edificio di Renzo Piano era magnifico ed è stato un piacere collaborare con lui e con il suo team anche per l’allestimento della mostra. Mi ha colpito il suo entusiasmo!

Come lavorava suo nonno? Come preparava ogni progetto?
Una percezione errata piuttosto comune è che Calder fosse una persona gioviale; mentre stava lavorando in realtà era tremendamente serio. Ho trascorso molto tempo nel suo studio ma sempre con la chiara coscienza che dovevo stare concentratissimo e lavorare ai miei progetti. La sua concentrazione era intensa, quasi palpabile nell’aria.

Calder Stories. Exhibition view at Centro Botín, Santander 2019
Calder Stories. Exhibition view at Centro Botín, Santander 2019

Come descriverebbe la sua personalità artistica?
In apparenza, mio nonno spingeva per andare oltre i limiti delle norme stabilite facendo collassare le masse o creando sculture in movimento. Ma in un ambito più profondo, esplorava i concetti di immaterialità, della percezione o dell’imminenza dell’attimo, ossia l’esperienza del momento presente.

Quale progetto speciale particolarmente amato l’artista non riuscì mai a realizzare?
Mio nonno era appassionato di coreografia e amava portare le sue opere in scena. La mostra a Santander comprende una serie di disegni diagrammatici degli Anni Trenta e Quaranta che descrivono complesse coreografie che Calder lasciò solo annotate, idee da presentare in teatri come balletti senza ballerini. Mio nonno avrebbe voluto davvero vederle realizzate. Per la mostra al Centro Botín abbiamo lavorato a una serie di animazioni digitali di queste composizioni che offrono la mostra interpretazione delle intenzioni di Calder, un primo passo per realizzare un sogno.

Teodolapio è la prima e unica opera monumentale di Calder in Italia. Ci può raccontare qualcosa di questo progetto e perché a Spoleto?
Fu un grande amico di Calder, il critico d’arte e collezionista Giovanni Carandente, il responsabile della commissione a Spoleto. Le parole dello stesso Carandente riassumono al meglio il senso del progetto: “Sei anni dopo il nostro incontro a Roma scrissi a Calder chiedendogli di progettare un tipo di arco – o di ingresso – per la mostra a Spoleto. Dopo aver abbandonato l’idea iniziale, Calder creò ‘Teodolapio’, la prima scultura monumentale del XX secolo in una piazza pubblica in Italia o, per essere più precisi, la sola scultura moderna convincente prima del 1962 per una piazza italiana. Fino ad allora, infatti, nelle piazze italiane campeggiavano solo monumenti celebrativi del XIX secolo”. 

Suo nonno conosceva bene l’Italia?
I miei nonni trascorsero lunghi periodi in Italia, visitando Roma, Spoleto, Firenze, la Puglia, Napoli e altre località della Penisola. E soprattutto Calder rappresentò gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia del 1952, dove ricevette il Gran Premio di Scultura. Aveva poi moltissimi amici artisti italiani, fra i quali Alberto Burri, Emilio Vedova e Gino Severini.

– Federica Lonati

Dati correlati
AutoriAlexander Calder, Renzo Piano
CuratoreHans Ulrich Obrist
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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.