Jimmie Durham, Henrik Håkansson e Peter Bartoš sono gli artisti protagonisti delle tre mostre che inaugureranno gli spazi restaurati di Palazzo Caracciolo di Avellino, sede della Fondazione Morra Greco a Napoli

Riapre il prossimo 29 giugno la Fondazione Morra Greco nel cinquecentesco Palazzo Caracciolo di Avellino, nel cuore antico di Napoli. Con i suoi 2000 mq di spazio espositivo, distribuiti su cinque livelli, la Fondazione rafforza il suo ruolo di sperimentazione e ricerca del contemporaneo e si pone al centro di un processo di riqualificazione culturale e sociale del quartiere. Ne abbiamo parlato con il collezionista Maurizio Morra Greco, creatore dell’omonima Fondazione, che ci svela le novità sul nuovo corso degli spazi di Palazzo Caracciolo di Avellino e le prime anticipazioni sulle tre personali ospitate in occasione dell’opening.

Come si presenta oggi la Fondazione dopo il restauro e la ristrutturazione del sontuoso edificio?
La Fondazione riapre nella nuova sede adeguata agli standard espositivi internazionali, diversa dalla precedente senza dubbio. Gli addetti ai lavori che hanno già visitato la struttura hanno rilevato il fascino particolare dell’edificio e hanno convenuto che si tratti di una delle più interessanti fondazioni europee tra quelle ospitate in ambienti storici.

Un po’ Castello di Rivoli…
Un’attrattiva pari a quella di Rivoli sì, ma con il valore aggiunto di essere a Napoli! Siamo molto soddisfatti del risultato e ci aspettiamo un grande riscontro.

Come sono articolati gli spazi in rapporto alla mission e alle strategie gestionali?
Ci sono cinque livelli operativi, cinque piani assolutamente reversibili.  Normalmente lavoreremo con tre personali contemporaneamente, in linea con lo spirito della Fondazione, che è quello di produrre lavori nuovi, sempre legati al territorio. In questa direzione operiamo con grande rigore, gestendo gli artisti che ospitiamo, assecondando i loro desideri e le loro necessità e affiancandoli durante la realizzazione delle opere. I lavori site specific sono molo rischiosi e spesso risultano banali. Fare una residenza d’artista significa mettere in campo risorse umane, avviare un percorso complesso che porta a un risultato solo se è stato assistito.

Qual è il programma previsto per questo primo anno di attività?
Come dicevo apriamo con tre personali. Innanzitutto celebriamo il Leone d’oro della Biennale 2019, Jimmie Durham, che peraltro vive a Napoli, con una mostra pensata per la Fondazione, con lavori nuovi o non ancora esposti. Cerchiamo anche di recuperare una serie di artisti come  Henrik Håkansson, attivissimo fino agli anni Novanta e poi dimenticato. Sono molti gli artisti che hanno goduto di momenti up e ora sono meno osservati, noi li rivalutiamo. Infine, l’artista slovacco Peter Bartoš (1938), una figura radicale, pressoché sconosciuta. Uno squatter di 83 anni, molto indipendente ma attivo sulla scena slovacca tra gli anni Sessanta e Settanta.

Tra i vostri obiettivi, da sempre, ci sono anche la ricerca e il supporto agli emergenti. Potenzierete anche questi ambiti?
Continueremo a studiare il panorama internazionale dei giovani artisti, cercando di attivare con loro delle specifiche produzioni. Guardiamo anche al territorio per testare le nuove generazioni. Infatti, a dicembre, proporremo un artista napoletano ignoto, una nostra scoperta ancora top secret.

Come si compone il team curatoriale? Sarà temporaneo o permanente?
La Fondazione non ha un direttore ma un team tuttofare di giovanissimi, ragazzi multitasking. Questo non significa che non ci siano i curatori, per esempio per Peter Bartoš avremo la polacca Mira Keratová.  I curatori sono a chiamata, dunque non stabili e relazionati al nostro gruppo di lavoro polifunzionale.

Sul piano gestionale, qual è il modello perseguito e su quale budget contate?
Un modello ampiamente declinato nella formula pubblico/ privato con finanziamenti ottenuti dalla Regione Campania attraverso i POIn Attrattori Culturali, Naturali e Turismo (FESR) 2007-2013). Sul fronte privato, per ora, ci sono solo io ma stiamo costruendo delle alleanze. Sul versante pubblico, invece, possiamo contare sulla Regione Campania, membro al 50% del consiglio di amministrazione, che sta facendo uno sforzo enorme in campo culturale e si avvale di funzionari capaci e attenti al contemporaneo. È un partner istituzionale che ci sostiene e che noi ricompensiamo con un lavoro particolarmente apprezzato oltreconfine. Abbiamo molti rapporti con il sistema dell’arte internazionale: nei prossimi giorni ospiteremo direttori e curatori europei e l’intero board di Art Basel.

Che ruolo gioca la collezione Morra Greco nella Fondazione?
La collezione non c’è tranne quando è strumentale al percorso espositivo. La Fondazione nasce come Kunsthalle non come una mia celebrazione. Sono un bambino curioso in cerca del nuovo e pertanto la collezione non può che essere un plusvalore utilizzabile solo all’occorrenza.

Avete previsto dei servizi aggiuntivi, ristorazione o altro?
Ci stiamo pensando. Per adesso, apriamo esattamente come abbiamo chiuso, ossia con una struttura dedicata al contemporaneo che, credo, debba avere un ruolo anche nel contesto in cui opera.

A questo proposito, quali relazioni avete attivato con il quartiere e con quale feedback?
Stiamo realizzando una serie di cooperative che lavoreranno per custodire la struttura affinché la percepiscano come un valore per la collettività. I giovani coinvolti faranno un percorso di formazione sulla gestione del contemporaneo per offrire informazioni sulla Fondazione. Implementano la cultura personale in una zona di Napoli con particolari problemi sociali. Nel frattempo la presenza della Fondazione ha già generato un processo di riqualificazione dell’area, grazie al completamento della strada, all’apertura di nuovi negozi, al restauro dei palazzi limitrofi e all’imminente inaugurazione di un albergo. Molto è ancora in preparazione, non volevo che ci fosse tutto per la riapertura. Procediamo progressivamente nel nostro approccio multidisciplinare che promuove la cultura in tutte le sue forme.

– Marilena Di Tursi

Napoli // dal 29 giugno 2019
Jimmie Durham / Henrik Håkansson / Peter Bartoš
Fondazione Morra Greco
Largo Proprio D’Avellino
www.fondazionemorragreco.com

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marilena Di Tursi
Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto sulla promozione dei giovani artisti pugliesi dal 1988 fino ad oggi. È autrice di numerose pubblicazioni e di testi critici di presentazione dell’opera di giovani artisti, contenuti in cataloghi redatti in occasione di mostre personali e collettive. Per conto della Fondazione Corriere della Sera, in qualità di membro del consiglio scientifico, ha curato cicli di incontri dedicati all’arte contemporanea nell’ambito dell’iniziativa “Da Est a Ovest Bari incontra il mondo” (2015/2016) e “Quanto è contemporanea l’arte contemporanea?” (2016, con Marco Scotini, Achille Bonito Oliva, Domenico Fontana, Marco Senaldi). Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi in Storia dell’arte contemporanea, ha conseguito la specializzazione triennale in storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma e il titolo di Dottore di ricerca in Documentazione, catalogazione, analisi e riuso dei beni culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Insegna Storia dell’arte nel locale Liceo artistico.