Data Doubles. La mostra di Eva e Franco Mattes a Los Angeles

Un progetto espositivo che parla del rapporto tra la nostra identità e il suo doppio digitale. Tra fotografie invisibili, archivi di immagini senza censura e gatti imbalsamati. La mostra di Eva e Franco Mattes alla Team Gallery di Venice, in California.

Eva and Franco Mattes, Personal Photographs
Eva and Franco Mattes, Personal Photographs

Una rete di cavi attraversa le stanze della galleria e si spinge fino all’esterno, sospesa in un lungo sistema di canaline metalliche. Al suo interno circolano ininterrottamente 142 file: tutte le fotografie scattate dagli artisti durante il mese di settembre 2009. Le immagini sono invisibili, nascoste all’occhio umano ma sempre presenti, sempre in movimento, inarrestabili. L’installazione si chiama Personal Photographs (2019) e fa parte della mostra Data Doubles, allestita da Eva e Franco Mattes (Italia, 1976; vivono a New York) alla galleria Team Bungalow di Venice (Los Angeles). Il progetto espositivo, che include altri due lavori – un video e una scultura – è l’ultimo capitolo di una lunga riflessione che gli artisti portano avanti sin dalla metà degli Anni Novanta sul rapporto tra società e nuove tecnologie. In particolare, i Mattes concentrano da sempre la propria attenzione sulle relazioni tra l’identità, personale e collettiva, e la sua rappresentazione digitale, oltre che sulle mutazioni psicologiche e culturali innescate dall’uso di computer e reti.

LA MORTE DELLA PRIVACY

Proseguendo idealmente la linea tracciata da un progetto ormai storico come Life Sharing (2000-3), azione performativa radicale che anticipava la svalutazione del concetto di privacy e metteva in scena un futuro di condivisione permanente, nel 2017, su commissione del Whitney Museum di New York, hanno realizzato Riccardo Uncut (2018). Dopo aver diffuso una call in cui offrivano 1000 dollari a chiunque fosse disposto a vendere il proprio smartphone con dentro tutte le fotografie e i video fatti nell’arco di diversi anni, senza censura alcuna, hanno selezionato quello di Riccardo. Gli oltre 3000 file raccolti, che documentano la vita del proprietario tra il 2004 e il 2017, sono stati poi montati in un video della durata di 87 minuti, in ordine cronologico: “abbiamo cambiato manualmente la durata di ogni immagine, cercando di simulare la velocità con cui avremmo scorso le foto sullo schermo del telefono, soffermandoci un po’ di più sulle immagini che ci apparivano più interessanti”, spiegano in un’intervista rilasciata al British Journal of Photography. Il risultato, ora parte della collezione del Whitney e in mostra alla Team Gallery, è un racconto visivo che esprime con grande efficacia il nostro rapporto con il mezzo fotografico.

L’ERA DELLA SORVEGLIANZA

La possibilità di condividere immagini in tempo reale ha infatti profondamente cambiato l’attitudine nei confronti della documentazione, soprattutto dopo l’avvento dei social network. L’atto stesso dello scatto contiene in nuce quello della sua condivisione, rendendoci coscienti in ogni momento della presenza di un pubblico potenziale e inquinando così irrimediabilmente la possibilità di un racconto spontaneo e autentico.
Da un lato, quindi,
Riccardo Uncut è una documentazione senza filtri, che contiene anche gli scatti sfocati, le immagini sbagliate, quelle pensate per rimanere private e quelle realizzate soltanto come appunto personale; allo stesso tempo, tuttavia, il video ci mostra come, con il passare degli anni, la coscienza di essere sotto i riflettori abbia spostato l’idea di editing a monte del processo. La decisione di cosa fotografare e come fotografarlo è influenzata dalla consapevolezza di essere osservati, spingendoci verso l’interiorizzazione di un ruolo nuovo: quello di curatori della propria immagine pubblica.
A simboleggiare il regime di
sorveglianza continua che caratterizza l’età contemporanea – intesa come controllo da parte di stati e corporation ma anche come sguardo reciproco collettivo – c’è infine la scultura del Ceiling Cat (2016), inquietante e buffo felino tassidermizzato che osserva lo spettatore da un’apertura nel soffitto. Materializzazione di una popolare immagine virale, il gatto incarna le contraddizioni della rete del nostro tempo: “è carino e spaventoso allo stesso tempo, come Internet”.

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.