A San Francisco una mostra sulla condivisione delle immagini. Dalla Mail Art a Instagram

Negli spazi rinnovati dello Sfmoma di San Francisco, a pochi isolati dal quartier generale di Twitter, va in scena una collettiva sul tema della condivisione delle immagini fotografiche. Un percorso che parte dagli Anni Sessanta, quando la posta era solo fisica, per arrivare alla circolazione frenetica e istantanea dei social network attuali

Eva and Franco Mattes, Ceiling Cat, 2016_ courtesy Postmasters Gallery, New York and Team Gallery Los Angeles
Eva and Franco Mattes, Ceiling Cat, 2016_ courtesy Postmasters Gallery, New York and Team Gallery Los Angeles

Fotografare e condividere sono ormai da tempo due azioni inscindibili. Questo semplice dato di fatto, con tutte le sue conseguenze sociali, culturali ed estetiche, è al centro di una nuova mostra al museo d’arte moderna di San Francisco. snap+share, visitabile fino al prossimo 4 agosto, pone l’attenzione sulle dinamiche di trasmissione a distanza delle immagini fotografiche, ricostruendo una storia che parte dalla Mail Art degli Anni Sessanta e Settanta, basata sulla posta tradizionale, per arrivare ai progetti artistici contemporanei che sfruttano Internet e le piattaforme sociali. La tesi che vuole sostenere il curatore Clément Chéroux, che per il museo americano si occupa del settore fotografia, è infatti basata sulla continuità storica della pratica della condivisione e della circolazione delle immagini. Si contesta quindi implicitamente l’idea che Internet abbia rappresentato un momento di rivoluzione del tutto inedito, andando a scavare indietro nel tempo e riannodando i fili di una storia lunga e piena di esempi rilevanti.

On Kawara, I Got Up..., 1975_ Robert Harshorn Shimshak and Marion Brenner Courtesy One Million Years Foundation and David Zwirner
On Kawara, I Got Up…, 1975_ Robert Harshorn Shimshak and Marion Brenner Courtesy One Million Years Foundation and David Zwirner

ON KAWARA PRECURSORE DI SNAPCHAT

A rappresentare le sperimentazioni del passato ci sono i lavori di Ray Johnson, considerato il padre della Mail Art in America. Il movimento, che univa fotografia, scrittura e performance, anticipando concettualmente molte esperienze successive di arte telematica come ad esempio la net art, usava il sistema postale per distribuire immagini e testi, creando un network di artisti che collaboravano a distanza, rielaborando i contenuti e rimettendoli in circolazione. Lo Sfmoma mostra anche cartoline firmate da Joseph Beuys, Walker Evans e On Kawara, accanto a esempi più recenti di artisti come Thomas Bachler e Moyra Davey. Il lavoro di On Kawara”, ha commentato Chéroux, “è un esempio perfetto di connessione tra la Mail Art e i social media. Quando negli Anni Settanta spediva cartoline con messaggi come ‘mi sono alzato alle 8:15’ oppure ‘mi sono alzato alle 8:22’ stava affermando ‘sono qui, esisto, sono una persona reale’. E questo è essenzialmente quello che facciamo oggi quando usiamo Snapchat e Instagram”.

IN UN MARE DI IMMAGINI

Tra i progetti recenti un posto d’onore è riservato a 24HRS in Photos (2011), l’installazione di Erik Kessels presentata per la prima volta al Foam di Amsterdam e poi migrata in tanti altri musei negli anni successivi. Stampando tutte le fotografie caricate su Flickr in 24 ore, l’artista riesce a riempire stanze intere di fogli, offrendo al visitatore una concreta misura fisica della sconfinata mole di dati che ogni giorno circola su Internet esponendoci alla visione di una quantità insostenibile di immagini. Photo Opportunities (2005–14) di Corinne Vionnet è invece un progetto incentrato sull’uniformità estetica degli scatti fotografici realizzati nelle location turistiche più popolari di Pechino, Parigi e San Francisco, mentre Map (2006-2019) di Aram Bartholl, che troneggia negli spazi esterni del museo, è una versione scultorea del famoso pin di geocalizzazione di Google Maps; un surreale monumento che spinge a riflettere sul rapporto sempre più complesso che si sta instaurando tra il mondo fisico e i suoi simboli digitali.

Aram Bartholl, Map 2006 2019, Sfmoma, courtesy the artist
Aram Bartholl, Map 2006 2019, Sfmoma, courtesy the artist

UN GATTO VI OSSERVA

Non potevano mancare i riferimenti al mondo dei social network e alle dinamiche di diffusione virale e memetica. Due i progetti chiave di questa sezione: 241543903 (2009 – in corso) dell’artista concettuale americano David Horvitz, una performance collettiva online che ha coinvolto migliaia di persone nel mondo intente a infilare la propria testa dentro un frigorifero; e Ceiling Cat degli italiani Eva e Franco Mattes. Questi ultimi – la cui opera campeggia sulla copertina del catalogo diventando il simbolo della mostra – hanno installato nel museo una nuova versione del famoso “gatto che esce dal soffitto”, inquietante e ironica materializzazione di una popolarissima foto virale, divenuta poi la base per innumerevoli elaborazioni memetiche.

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

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