Biennale di Venezia. Focus sul Medio Oriente

Noto al grande pubblico come un’area ad alta instabilità o come il paradiso del petrolio, il Medio Oriente ha in realtà una vivacità artistica di tutto rispetto, affiancata da una profonda riflessione su problematiche contemporanee che nascono però da lontano. La riflessione su motivi strettamente arabi si “contrappone” all’approccio israeliano, di stampo occidentale.

1. ARABIA SAUDITA – ALLA RICERCA DI UN’IDENTITÀ

Zahrah Al Ghamdi, After Illusion, 2019. Courtesy of the artist and Misk Art Institute

Paese fra i più ricchi e meno conosciuti al mondo, per l’aura di riservatezza che lo circonda, il regno saudita ha attraversato il Novecento sull’onda di due fenomeni importanti ma fra loro contrastanti: lo sfruttamento su larga scala del petrolio e la ricchezza conseguente, e l’affermarsi di un Islam particolarmente rigoroso, quello Wahabita. Due direzioni opposte per affrontare la storia, al passato e al futuro, che hanno causato una certa “crisi d’identità” al popolo saudita, che paradossalmente ancora oggi continua a scoprirsi. L’artista Zarah-Al Ghamdi con After Illusion crea un piccolo, intimo universo di 50mila sfere in pelle, lavorate fino a renderle simili a elementi floreali del deserto. Una delicata metafora per riflettere su come l’illusione, per quanto bella, distolga dal cogliere la realtà, ci racchiuda in una bolla di vetro allontanandoci dalle nostre radici. E in una paradossale bolla di vetro si sente chiusa l’Arabia Saudita, che sta faticosamente cercando un equilibrio fra la civiltà occidentale della ricchezza e dei consumi e l’Islam Wahabita.

https://miskartinstitute.org/

2. IRAQ – LE FERITE DELLA GUERRA

Serwan Baran, The Last Lunch, 2019 © the artist and Ruya Foundation

Con un drammatico gioco linguistico, che trasforma la madrepatria in una figura maschile severa fino alla crudeltà, Serwan Baran, iracheno di etnia curda, veterano del conflitto con l’Iran (1980-1989) racconta un Paese che, ad appena sedici anni dalla caduta di Saddam Hussein, e con la guerra civile che solo da tre sembra dare tregua alla popolazione, sta ancora cercando la propria identità; per trovarla deve però prima esorcizzare il vissuto dell’ultimo mezzo secolo; Baran ci riesce con due sole opere, ma dalla cruda, struggente, complessa bellezza: attraverso una pittura espressionista, The last meal, dalle dimensioni monumentali, coglie un gruppo di soldati uccisi nel momento in cui consumano il pasto; una morte assurda, ingiusta, beffarda, come assurdo, ingiusto, beffardo fu il conflitto con l’Iran voluto da Saddam. Racconta quei tragici giorni anche The last general, scultura in creta di uno scheletro in divisa militare, adagiato su una sorta di piroga, utilizzata per muoversi in un terreno paludoso; lo stesso della penisola di Fao, teatro degli scontri più cruenti fra i due eserciti, e dove avvennero le rappresaglie più atroci (compreso l’uso di gas tossici da parte irachena). Per quella patria crudele hanno combattuto e sono morti decine di migliaia di giovani iracheni; da sopravvissuto, Baran rende loro un ideale omaggio.

https://ruyafoundation.org/

3. IRAN – TUTTO SCORRE

Samira Alikhanzadeh, The Rigid Phantom of Memory, 2019. Courtesy Iranian Pavilion at Venice Biennale. Photo Mark Edward Smith

Se il presente è interessante, lo deve in parte al passato, così come in parte il futuro gli dovrà riconoscenza. Tre momenti installativi che riflettono sul ciclo dell’esistenza, sulla forza della volontà dell’individuo e dell’artista e sull’emancipazione femminile: è il progetto Of Being and Singing, curato da Ali Bakhtiari, articolato in tre distinti linguaggi: le fotografie in bianco e nero di donne iraniane degli Anni Cinquanta rielaborate da Samira Alikhanzadeh sono combinate con uno sfondo di specchi ed elementi della moda femminile, oltre che sul testo di un’immaginaria ragazza che nei medesimi anni racconta al compagno di aver visto al cinema Greta Garbo nel ruolo di Anna Karenina. Un momento nel passato in cui le donne iraniane cominciano a guardare a stili di vita più liberi. Reza Lavassani cristallizza lo sfondo di un piacevole momento conviviale: una grande tavola imbandita realizzata con la cartapesta, materiale di recupero che si fa metafora dell’azione del tempo sulle persone. Climax del progetto, How deep is it, avveniristica installazione di Ali Meer Azimi, ispirata a un fotogramma di Abbas Kiarostami in cui un ragazzino cerca di scoprire quanto sia profonda una piscina. Un’opera imponente nella forma, ma delicata nella sostanza, un inno alla determinazione che può cambiare il presente e costruire un futuro migliore.

4. EMIRATI ARABI UNITI – LA POTENZA DELL’ARTE

Nujoom Alghanem, Passage, production still, 2019. Courtesy National Pavilion UAE – La Biennale di Venezia. Photo credit Augustine Paredes of Seeing Things

Realtà e immaginazione caratterizzano Passage, il cortometraggio della poetessa e cineasta emiratina Nujoom Alghanem, in cui s’intrecciano le figure e le vite reali dell’artista e dell’attrice Amal con quelle di Falak, una donna immaginaria in fuga da un qualche conflitto; due le proiezioni: su uno schermo, le fasi di lavorazione del corto, sull’altro, il corto vero e proprio. A metà fra cinema e performance teatrale, scorrono e si sovrappongono tre storie al femminile, ognuna a suo modo complessa, raccontate con il sottofondo delle poesie di Alghanem. Il mare, il deserto, la città, il corpo umano; e, come scrive e recita Alghanem, “camminare senza guardare niente e nessuno e senza voltarsi indietro”; immagine e parola si fondono, lasciano immaginare cosa potrebbe essere la vita umana se il destino decidesse diversamente, se certi incontri avvenissero davvero. Con la certezza, comunque, che l’arte può donare all’esistenza un tocco di positività.

http://nationalpavilionuae.org/

5. ISRAELE – LA VIOLENZA DEI TEMPI

Field Hospital X. Courtesy Israeli Pavilion at the Venice Biennale. Photo Elad Sarig

Il più occidentalizzato dei Paesi mediorientali costituisce per ovvie ragioni un unicum di area. Se gli altri guardano alle proprie radici, ridiscutono il passato e il presente, si lasciano trasportare dalla poesia come da un sogno nel deserto, in Israele si riflette sulle medesime problematiche della civiltà occidentale. Tre asettici ambienti dal sapore ospedaliero sono luoghi in cui vedere e ascoltare storie di abusi fisici e psicologici, così come di ingiustizie sociali. Field Hospital X, prodotto da Miki Gov, è il lavoro installativo e immersivo di Aya Ben Ron che, in ossequio al titolo della Biennale, racconta la complessità di un’epoca “malata” di feroce indifferenza, incline alla crudeltà e alla prevaricazione.

http://fieldhospitalx.org/

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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