Gabriella De Marco ricorda il critico d’arte Enrico Crispolti

Ancora un ricordo del critico d’arte Enrico Crispolti scomparso a Roma l’8 dicembre. A parlarne la docente dell’Università di Palermo, Gabriella De Marco

Enrico Crispolti
Enrico Crispolti

L’otto dicembre si è spento a Roma Enrico Crispolti (Roma, 1933 – 2018). In occasione di questa perdita che ha colpito la cultura italiana, molti sono stati gli interventi, come prevedibile, scritti in suo ricordo. Scritti, come è prassi, che hanno ricostruito gli anni della formazione, il suo magistero presso le università di Salerno e poi di Siena, soffermandosi, inoltre, su alcune tra le fondamentali pubblicazioni che, nel fitto quanto corposo panorama dei suoi contributi, hanno costellato il suo percorso di studioso. Non proporrò, dunque, un’ennesima testimonianza proprio perché altri già lo hanno fatto, come, del resto, io stessa ho fatto in un testo pubblicato in occasione dei suoi ottanta anni, nel 2013, su “Le Reti di Dedalus”.  Proporrò, invece, un avvio di riflessione sul significato del fare storia dell’arte contemporanea oggi, proprio a partire dal suo operato di storico e dal suo insegnamento. Non un pensiero, il mio, rivolto al passato ma un ragionamento sul presente e orientato verso il futuro. Ciò nella speranza, se non di interpretarne il sentire, di intercettarne, perlomeno, alcuni tratti peculiari della sua personalità. Entrerò, dunque, in medias res.

LA COMPONENTE POLITICA NEL LAVORO DI CRISPOLTI

Dell’operato di Enrico Crispolti è sfuggita, in questi anni, o per lo meno non ha ricevuto la giusta rilevanza, la componente politica che sottende all’intero, quanto apparentemente eclettico, suo procedere e che ne fa una figura di intellettuale ad ampio raggio. Una visione politica e non partitica del mondo, secondo l’accezione epistemologica del termine e, quindi, attenta alla vita pubblica che se è stata, presumo, frutto della temperie culturale degli anni di formazione e degli esordi della sua carriera di storico dell’arte, è divenuta, nel tempo, una costante, anche, sul fronte del metodo. Ciò dimostra come il suo lungo lavoro sia già in grado, al di là degli ossequi e dei doverosi tributi, di scuotere le acque, rilanciando temi ed aspetti di grande attualità. In grado, dunque, di poter fare sistema. La politica, infatti, e la sua capacità di agire sul quotidiano, sui diversi ambiti della vita quotidiana, è argomento che accende sulla scia dei contributi del Novecento (e tra tutti penso ad Adorno) il dibattito internazionale contemporaneo su vari fronti, come confermano gli interventi recenti e autorevoli, nell’ambito del diritto costituzionale, di Gustavo Zagrebelsky, rendendo ancora più attuale, in questi nostri tempi, il suo approccio alla storia dell’arte. Il nodo non è dunque Guttuso versus Fontana, Somaini o Mannucci versus Trubbiani, Vacchi o Moreni, perché la questione è, a mio avviso, più ampia a testimonianza del portato del suo pensiero di storico dell’arte. Si prenda, ancora una volta, la questione Guttuso; questione ampiamente nota e ormai apparentemente risolta. Sarà bene, tuttavia, ripercorrerla sinteticamente.

Enrico Crispolti
Enrico Crispolti

LA QUESTIONE GUTTUSO

Crispolti, per essersi occupato del grande bagherese, è stato a lungo rimproverato di “tradimento” rispetto al filone dell’avanguardia che, pur, aveva caratterizzato non solo i suoi esordi. Un rimprovero, è opportuno sottolineare, curiosamente mosso da un nutrito drappello di artisti, storici dell’arte e curatori e non dal versante degli storici della letteratura contemporanea e dal fronte dei poeti e degli scrittori sperimentali e d’avanguardia. Un aspetto, questo, che sollecita molte considerazioni che in queste pagine non posso affrontare e su cui mi riproporrò di ritornare. Il pittore siciliano, per tornare dunque a Guttuso e Crispolti, è noto, è da tempo nel canone dell’arte italiana del XX secolo. Ciononostante, sebbene sia, dunque, un “classico” è stato in un certo qual modo considerato nel sistema dell’arte contemporanea degli ultimi cinquant’anni, pur nella riconosciuta e indiscussa qualità della sua pittura, un “passatista”. Ciò proprio per il suo essere esponente di un realismo figurativo, di un realismo detto socialista che cozzava con un modo altro di interpretare l’impegno e l’attenzione ai temi sociali. Quel suo affermare ripetuto che “il pittore pensa con il pennello” era lontano dal fare operativo delle neo avanguardie degli anni sessanta come dall’ampia area concettuale che aveva sostituito il procedimento alla tecnica, al mestiere. Opere che hanno reso l’artista un esponente importante del confronto/scontro intellettuale di quel tempo e che oggi, pur nella distanza, contribuiscono a rilanciare il senso dell’attualità di Renato Guttuso. Un‘attualità che ci invita a ragionare su temi ritornati centrali quali il rapporto tra artista e società, tra politica e cultura, tra cultura e potere, tra cittadino e istituzioni. Tuttavia, ma questo è scontato per la contemporaneità, soggetta a continui scossoni e cambi di punti di vista,  sia per la generazione a lui successiva, quale quella del gruppo di Forma 1 che sosteneva, proprio in opposizione al siciliano, che poteva esistere un’arte marxista  e non realistica sia  per le generazioni di artisti e studiosi formatasi tra gli anni settanta e novanta del secolo scorso ( a cui io appartengo) attratte da concetti quali azzeramento della superficie, pittura monocroma e poi dall’arte concettuale e dalle ricerche performative, Guttuso non  rappresentava certo un riferimento. Un classico che non faceva sistema. Ma il canone, contrariamente a quanto si tende a pensare, non è qualcosa di immobile, di cristallizzato: al contrario, è destinato a mutare nel tempo, come ha intuito Crispolti e non solo per l’opera di Renato Guttuso. Basti pensare a Enrico Baj, oggi fortunatamente al centro di un rinnovato interesse di studi da parte di filosofi e storici dell’arte. Se, certamente, è condivisibile l’affermazione che interpreta la pittura dell’artista di Bagheria come una sorta di cartina al tornasole per leggere il Novecento in senso dialettico, è, altrettanto vero che Crispolti ne ha colto, quasi profeticamente, le potenzialità di quell’essere “appassionato” proprie dell’artista, collocandone nell’opportuna cornice, anche internazionale, l’impegno civile. Come dimostra sul fronte degli studi linguistici e filosofici il volume recente (Ri)leggere Guttuso. Percezione, realismo, impegno civile edito, per la cura di Marco Carapezza, da Palermo University Press (marzo 2018). Una pubblicazione interessante che offre, attraverso una raccolta di scritti, distribuiti nel tempo e di autori diversi, un’occasione di rilettura della figura intellettuale di Guttuso. Dai contributi di Jean Luc Nancy alle riflessioni di Cesare Brandi, dalle pagine di Antonino Bondì che rilegge la sua opera attraverso il fenomenologo francese Merleau Ponty, al testo di Carapezza che ritorna sul concetto temibile, nella critica, di realismo nell’arte, sino all’interpretazione avvincente di Franco Lo Piparo che s’interroga sulla natura di Guttuso comunista. L’opera di Guttuso, quindi, alla luce, anche delle acquisizioni recenti provenienti dalle nuove letture critiche, e grazie all’ampia sistemazione filologica che ne ha dato Crispolti, non appare più relegata nei confini sia di un mero realismo sia di un’arte, seppur alta, espressione di una rappresentazione didascalica dell’impegno sociale.

LA LEZIONE DI CRISPOLTI

Ancora, per tornare a Enrico Crispolti, a conferma che il lungo, costante, quanto partecipato suo procedere nel mondo dell’arte sia destinato, come osservavo, a generare nuove e forse innovative letture, giova ricordare altre pagine della sua carriera. Penso, in particolare, al versante del futurismo in cui Enrico, è stato, è, tra le figure di riferimento sul piano internazionale, più autorevoli. Non è questa la sede per elencare la già nota bibliografia dello studioso che ha fornito un contributo ineludibile, anche sul fronte della storia della ricezione, alle vicende di quel movimento. Ciononostante, all’interno di questo percorso, centrale per gli studi sull’arte internazionale del primo novecento e in cui rientra l’avanguardia futurista, è necessario soffermarsi su un libro fondamentale qual è stato, qual è, Il Mito della macchina e altri temi del futurismo, pubblicato per Celebes, nel 1969. In quell’ampio quanto corposo volume che dava spazio, tra l’altro, ad artisti ancora oggi a molti misconosciuti quali, ad esempio, Vinicio Paladini, Crispolti affrontava argomenti incandescenti quali la criminale operazione mossa attraverso la mostra d’arte degenerata in Germania, la promulgazione delle leggi razziali in Italia, le politiche culturali del nazismo e del fascismo. Non, quindi, un volume tagliato solo sull’arte, ma un contributo fondamentale, e specchio, ancora una volta, di un approccio politico alla storia.

Enrico Crispolti
Enrico Crispolti

IL CONVEGNO MANCATO

Ed è anche per questa ragione che Enrico avrebbe dovuto aprire il convegno internazionale e interdisciplinare, promosso dal Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo su Persona, comunità, strategie identitarie tenutosi nel capoluogo siciliano tra il 27 e il 29 novembre. Crispolti ed io avremmo dovuto tenere una conversazione che a partire da questi temi si sarebbe poi spostata sui nostri giorni, sui “nuovi fascismi” o, perlomeno, sulle derive xenofobe che attraversano la società non solo italiana, per poi approdare, dietro una mia richiesta esplicita, ad un ragionamento sull’eventuale necessità di ripensare le parole e il linguaggio della critica per studiare quegli anni bui della nostra storia. Un intervento che, nell’impostazione esulava, nonostante la cornice istituzionale, da un andamento   accademico a favore, come sua natura, di un aspetto dinamico, dialettico della cultura rivelando, inoltre, la capacità e il gusto di mettersi in gioco. Purtroppo, per le ragioni che noi conosciamo, quel duetto non si è potuto tenere. Mi piace concludere questo mio avvio di riflessione su un altro aspetto fondamentale quanto consustanziale al suo profilo di studioso: ovvero l’Archivio Crispolti arte contemporanea di Roma. Archivio di persona, secondo le definizioni tecniche, dichiarato, nel 1992, di interesse nazionale dalla Soprintendenza ai Beni archivistici e librari del Lazio, oltre che spazio di studio messo sempre generosamente a disposizione di studenti e studiosi. Una collezione tra le   più importanti in Italia  per gli studi di arte contemporanea (basti pensare alla biblioteca  e ai carteggi con Lucio Fontana e Scanavino) che nelle venticinquemila posizioni tra pieghevoli, recensioni, fotografie, carteggi, scritti teorici, ribadisce l’impostazione tenacemente e felicemente storiografica del suo approccio alla disciplina, fornendo importanti chiavi di lettura per avvicinarsi, secondo una mia radicata convinzione, al suo percorso di critico militante. Un percorso teso, nell’imprevedibilità delle scelte, ad avviare se non il canone, secondo l’accezione che ne diede, nel 1994, Harold Bloom nel Canone occidentale, un primo inizio di storicizzazione della ricerca artistica contemporanea. Enrico, come traspare dall’intera ossatura del suo archivio, non ha tradito la tesi delle avanguardie anche quando ha eletto a compagni di strada quegli artisti che si allontanavano dalla sperimentazione e dall’avanguardia. Al contrario, e indipendentemente dai personali orientamenti di ciascuno, ha applicato ancora una volta una lettura che muoveva proprio da alcuni insegnamenti delle avanguardie storiche. Non ha, infatti, cercato l’accademia del moderno, quanto la contestazione o l’irregolarità rispetto al sistema dell’arte. Contestazione che per statuto, almeno negli intenti, ha caratterizzato l’avanguardia del Novecento. Il suo rapporto con il sistema dell’arte, rapporto non di demonizzazione ma sicuramente non di supino appiattimento, ribadisce la sua figura di studioso e non di mediatore culturale e costituisce la chiave per collocare, nella giusta distanza, le sue scelte di militanza. E sotto questo punto di vista l’Archivio Crispolti diventa un serbatoio di testimonianza ineludibile, al punto che, parafrasando quanto scrisse Michel Leiris a proposito dell’atelier parigino di Alberto Giacometti (Un altro tempo, altre tracce, in Sul rovescio delle immagini, Milano 1988), posso affermare che tale l’archivio tale lo studioso. A Enrico Crispolti potente quanto “visionaria” figura di intellettuale va, infine, il mio saluto.

– Gabriella De Marco

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Gabriella De Marco
Gabriella De Marco è professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo, dove insegna come titolare dal 1998. I suoi interessi di studiosa si sono focalizzati, nel tempo, principalmente sui rapporti tra arte e letteratura in Italia e in Francia tra il XIX secolo e l’età contemporanea, sulle avanguardie storiche del Novecento con particolare attenzione all’area del cubismo e del futurismo italiano, sulle fonti dell’arte contemporanea e sugli archivi del XX secolo. Il tema degli archivi, dell’individuazione e della costruzione delle fonti è stato, ed è ancora, sotto il profilo epistemologico, al centro dei suoi interessi unitamente ad una riflessione sui rapporti tra cultura umanistica e tecnologie digitali. È stata ideatrice e responsabile scientifico dell’ambiente digitale Agave. Contributo alla costruzione delle fonti della cultura umanistica in Italia nel Novecento. Ambiente (attualmente in manutenzione) posto nel portale dell’Università di Palermo. Sempre relativamente al tema delle fonti del XX secolo ha coordinato progetti di ricerca sullo spoglio di quotidiani e riviste pubblicando due volumi sul quotidiano palermitano “L’Ora” (Silvana Editoriale, 2007,2010). Si è occupata, ancora, del tema dell’intermedialità, dell’interattività e del concetto di paternità frazionata nella ricerca visuale contemporanea in relazione al diffondersi delle reti sociali. (Classico/contemporaneo, gennaio 2016). Il tema della città contemporanea e dello spazio urbano è al centro dei suoi interessi a partire dalla metà del duemila. Si è occupata, infatti, di alcuni aspetti legati al Museo diffuso di arte contemporanea elaborando un progetto per il quadrante sud- ovest di Roma (Sinergie, novembre 2015), unitamente al tema dell’ambiente, della tutela del paesaggio e della salute. A questo riguardo il progetto sul museo diffuso è stato ampliato all’area compresa tra Roma, Ostia e litorale a sud della capitale. La ricerca è stata pubblicata negli atti del convegno dell’Aisu (Associazione italiana storia urbana) tenutosi a Napoli nel settembre del 2017, mentre è in corso di pubblicazione un volume sull’argomento. Sul museo diffuso, sul rapporto tra arte, architettura e committenza sia nel contesto dei primi anni del XX secolo sia nelle democrazie europee contemporanee si focalizzano parte delle ricerche dell’ultimo decennio. Ha studiato e studia temi quali gli aspetti identitari nel primo trentennio del XX secolo, l’ uso pubblico della storia e la costruzione del consenso. Ha collaborato e collabora, sin dalla fine degli anni ottanta, con riviste di critica d’arte e negli anni novanta ha scritto di arte sulla pagina culturale nazionale de “ L’Unità”. Tra il 1996 e il 2007, è stata redattore responsabile, per la storia dell’arte, della rivista universitaria “Avanguardia”. Rivista di Letteratura contemporanea (Pagine Editore, Roma). Attualmente interviene sulla cronaca di Palermo del quotidiano La Repubblica.