La terza notte di quiete. Giovane arte a Verona

Christian Caliandro definisce i contorni de “La terza notte di quiete”, il progetto off sostenuto da ArtVerona e pensato per il quartiere di Veronetta.

Fuscardi, Bicerata, 2018
Fuscardi, Bicerata, 2018

Quest’anno La terza notte di quiete ‒ progetto off sostenuto da ArtVerona ‒ si espande ancora di più nel quartiere di Veronetta, con il coinvolgimento di altre sedi in via S. Nazaro oltre a quelle ormai storiche di via Venti Settembre. Per l’edizione 2018 sono stati invitati Elena Bellantoni, Marco Raparelli, Eugenio Tibaldi ‒ i quali già lavorano autonomamente e da anni, in modi diversi, nella direzione del rapporto tra arte e spazio urbano ‒ e, ulteriore novità, undici giovanissimi artisti che frequentano le Accademie di Belle Arti di Verona (con il coordinamento di Marta Ferretti), Frosinone (con il coordinamento di Alberto Dambruoso) e Foggia: Giulia Apice, Andrea Bonetti, Carmelania Bracco, Valentina Catano, il collettivo Fuscardi (composto da Angela Fusillo, Maria Rosaria Carbone e Antonella Lombardi), Elena Grigoli, Anastasia Guantini, Bruno Lovato, Jennifer Panepuccia, Manuel Picozzi, Anna Ulivi.
Il coinvolgimento di artisti ventenni e praticamente esordienti – accanto a tre protagonisti della scena artistica nazionale ‒ rappresenta uno step ulteriore per questo progetto, giunto alla sua terza edizione. Questo processo è una scommessa: attraverso un’accurata selezione, artisti giovani e giovanissimi hanno l’opportunità di confrontarsi con modalità operative innovative, con pratiche artistiche d’avanguardia, con tre autori che hanno alle spalle un percorso già importante, con una realtà prestigiosa come la fiera d’arte contemporanea di Verona e con professionisti riconosciuti del settore afferenti ai singoli ambiti del sistema dell’arte contemporanea, all’interno di un progetto che attiva artisticamente e culturalmente uno spazio e un territorio urbano.
La terza notte di quiete ha dunque un duplice obiettivo: far emergere con l’aiuto dell’arte qualità e vocazioni di uno dei quartieri più interessanti e meno conosciuti di Verona; dare luogo al non ordinato, all’inedito, all’imprevisto facendo uscire l’arte stessa dagli spazi istituzionali e mettendola a contatto con la vita quotidiana.
Il progetto, che è stato adottato dalla fiera, si è infatti evoluto nel corso di questi tre anni attorno a un’idea semplice: l’opera ideale in questo momento distrae e distoglie continuamente l’attenzione, ed è frutto di una percezione distratta, deviata e deviante; sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non lo è; è utile nella sua estrema, irredimibile e ottusa inutilità; tende a mischiarsi e a fondersi talmente bene con l’esistenza delle persone e delle comunità da rendersi indistinguibile rispetto a essa e ai suoi elementi; esiste solo e soltanto in relazione al contesto che sceglie, e non all’interno di uno spazio vuoto, asettico, privo di vita.
L’opera, in effetti, è questa relazione.

La locandina de La Terza Notte di Quiete, con un disegno di Marco Raparelli
La locandina de La Terza Notte di Quiete, con un disegno di Marco Raparelli

PICCOLO VADEMECUM PER LTNDQ

Quindi, l’opera riuscita è un oggetto (o anche non un oggetto) che costantemente riduce il suo status e la sua apparenza di opera, che tende infinitamente e informalmente verso lo statuto “reale” e quotidiano eppure rende indefinitamente palpabile la linea di demarcazione, la differenza tra i due territori – in un istinto di riduzione, di inserimento volontario nel flusso e di distanziamento altrettanto consapevole dal flusso – “opere” come personaggi di una rappresentazione, come indicatori, piccoli operai, salti della memoria, vibrazioni inutili, sbalzi umorali.
Nei loro momenti migliori, arte ed esistenza riescono a essere la stessa cosa, a identificarsi completamente e profondamente.
Non decorare né impreziosire – ma fondere. Fermare senza fermare. Intrecciare. Tessere. Illuminare. Confondere.
Opere zen che praticano l’imprevisto, che si strutturano nell’imprevisto, che funzionano a scatti, a spizzichi e bocconi – opere “minori”, per così dire, umili: che si sottraggono.
Questo stile della realtà, che ne riverbera viralità orizzontalità relazione proliferazione inafferrabilità reattività, che è slabbrato sfatto spappolato come la realtà, che cola da tutte le parti, questo stile che sta nascendo, che è già nato, è e rimane INVISIBILE. Viene, di continuo, scambiato per qualcos’altro.
Una strana forma di presenza è una strana forma di assenza. Più vuoi essere presente, più vuoi affermare la tua presenza (IOIOIO) per paura di scomparire, più scompari; più scompari (volontariamente), più sei assente e ti dissolvi nel mondo, più la tua presenza risulta efficace e potente.
La nostra esistenza è precaria, provvisoria, invisibile, indeterminata, sfuggente: perché allora le opere d’arte dovrebbero comportarsi in maniera diversa? Perché dovrebbero essere altro, provenire da un altrove asettico, pulito, puro per essere calate in uno spazio altrettanto asettico, pulito, puro?
Del resto, idee del genere non sono neanche particolarmente nuove: per rimanere solo al secolo scorso, basta citare solo Jack Kerouac e la letteratura beat, o un grandissimo scrittore italiano come Goffredo Parise: “Allora non sapevo nulla del mio estetismo, né che l’arte più pura e perfetta che esista sulla terra è quella living, cioè della vita, dell’apparizione fisica in un determinato momento e mai più.” Oppure, Claes Oldenburg: “Sono per l’arte che prende le sue forme dalla vita, che si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola, ed è dolce e stupida come la vita stessa”.
Ma si potrebbe risalire, in realtà, molto più indietro; tranne che nell’ultimo cinquantennio, l’arte non è stata mai pensata infatti in funzione di “cubi bianchi”, ma è sempre stata in un modo o nell’altro una relazione, un rapporto. Mi sembra quindi che questa fusione, questa mimesi (questa condizione che altrove ho chiamato “essere-presenti-scomparendo”) sia in grado di catturare forse meglio rispetto ad altri approcci il senso del contemporaneo, che in breve può essere definito: “che cosa vuol dire essere vivi in un determinato momento”.

Christian Caliandro

[Parte di questo testo è pubblicato nel catalogo di ArtVerona 2018]

La terza notte di quiete
Festival Veronetta, ArtVerona 2018
Via Venti Settembre e via San Nazaro, Verona
dal 12 al 14 ottobre, ore 19-24

Evento correlato
Nome eventoArtVerona 2018
Vernissage12/10/2018 ore 11 (Ingresso Re Teodorico)
Duratadal 12/10/2018 al 15/10/2018
Generiarte contemporanea, fiera
Spazio espositivoVERONAFIERE
Indirizzoviale dell’Industria - Verona - Veneto
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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