Vittorio Sgarbi difende Marina Abramović nella polemica sul Manifesto per la Barcolana

Il critico d’arte e polemista stupisce tutti e interviene nella polemica dell’estate per difendere il Manifesto di Marina Abramović per la Barcolana. Con un bellissimo testo, realizzato per Artribune su invito di Aldo Premoli, che spiega le origini dell’espressione “Siamo tutti sulla stessa barca”.

Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi

La censura è il miele per gli artisti. L’innalza, li fa diventare simboli, li protegge come uno scudo. Proprio perché l’artista non è un politico, anche se fa politica, contrapporsi alle sue proposte è sempre fallimentare. Ne farai un eroe. Certo gli artisti tendono a essere all’opposizione del potere, danno voce a proteste; ma è soltanto una visione miope che riduce le loro astrazioni a contrasti ideologici, su politiche locali o globali. Non credo che sappia molto Marina Abramović della politica italiana, ma quando la società che amministra la meravigliosa Barcolana di Trieste, tra le più grandi regate di immagine del mondo, le chiede di disegnare il Manifesto, l’ammirata artista, in una grafica neo-suprematista, impugna una bandiera bianca (basterebbe questo), con la scritta: “Siamo tutti sulla stessa barca”. Bello. Universale. Vero. Come allegoria della vita umana, e solidarietà verso quelli che l’infelice destino imbarca verso viaggi tempestosi. Gli amici cristiani della Lega vorranno ammettere che il minimo è affermare, per noi che abbiamo la fortuna di non esserci: siamo tutti sulla stessa barca? Come vien loro in mente di dire, della idea universalistica della Abramović: “un Manifesto che fa inorridire, diffuso proprio mentre il Ministro degli Interni Matteo Salvini è impegnato a ripulire il Mediterraneo?

UN MANIFESTO ECUMENICO

Non è contro di lui, e non è contro nessuno il manifesto della Abramović. E non vi è parola più sconcia che “ripulire”. Ripulire da che? Occorre convocare invece le responsabilità di un intero continente per “affrontare insieme le emergenze ambientali e sociali del pianeta”. Gli stessi propositi della Abramović. Con questa polemica (qui gli interventi usciti per Artribune di Luca Beatrice e Aldo Premoli, ndr) il Manifesto della Barcolana è blindato. La politica deve apprezzare i valori umani e cristiani che quel Manifesto evoca, attraverso una formula felicissima. È vero: siamo tutti sulla stessa barca. Andrà forse spiegato che l’immagine è diffusa fin dall’antichità, nel mondo greco come in quello latino. Viene utilizzata da Cicerone, da Livio, da Aristeneto e altri, e se ne trovano diverse varianti, come “essere legati alla stessa macina” o “bere dallo stesso bicchiere”. Quest’ultima ricorre anche nel Vangelo di Matteo (20,22), in cui Gesù domanda se i figli di Zebedeo sarebbero in grado di bere dal suo stesso calice.

Marina Abramović, We're all in the same boat, manifesto per Barcolana50, dettaglio
Marina Abramović, We’re all in the same boat, manifesto per Barcolana50, dettaglio

SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA, DA CHE MONDO È MONDO

Una formula bellissima, intelligentemente adottata dalla Abramović, e adattata alla festosa Barcolana, una esperienza di mare che è all’opposto delle dolorose traversate dei profughi, solo apparentemente nelle stesse condizioni. La Barcolana ha così intercettato valori universali, innalzandosi.
L’Arte è intoccabile. La censura crea inutilmente martiri e vittime. Già a Padova, si equivocò l’“Italia crocefissa” di Gaetano Pesce. Non era una idea blasfema, ma una reazione ai mali dell’Italia, dalla mafia ai cattivi governi. Una metafora, quindi. Ora, un politico locale, con inutile interferenza, parla della idea della Abramović come “inaccettabile e di pessimo gusto, una propaganda immorale“, inventandosi, per quello che è addirittura un proverbio sulla uguaglianza degli uomini (siamo tutti sulla stessa barca) che si tratti di “uno slogan sovietico e un’immagine da Corea del Nord”. Falso. Oltre che ingiusto. Anche se fosse un “invito a solidarizzare con gli immigrati”, la solidarietà è sempre un valore cui è insensato andare contro “a testa bassa”. Non c’è più grave errore che buttarla in politica, ed è l’ultima cosa che un cristiano, che vota Lega, deve fare.

-Vittorio Sgarbi

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