Artisti e robot. Una grande mostra a Parigi racconta l’arte delle macchine

Più di trenta opere per raccontare il rapporto tra uomo e macchina visto dagli artisti. Robot che disegnano e scolpiscono, ma anche software generativi e intelligenze artificiali. Al Grand Palais di Parigi fino al 9 luglio 2018.

N.Schöffer
NICOLAS SCHÖFFER, CYSP 1, 1956, Courtesy Franck James Marlot – Collection Eleonore Schöffer © Photo Aldo Paredes pour la Rmn-Grand Palais, 2018 © Adagp, Paris 2018

Cosa può fare un robot che un artista non sia in grado di fare? E se un robot è dotato di intelligenza artificiale, può anche avere immaginazione? Chi è che decide: l’artista, l’ingegnere, lo spettatore o tutti questi soggetti insieme? Cos’è un’opera d’arte? Dovremmo aver paura dei robot? Degli artisti? Degli artisti-robot?”. Sono tante e complesse le domande che si pone Artistes & Robots, che apre in queste ore al Grand Palais di Parigi. Curata dallo storico dell’arte Laurence Bertrand Dorléac insieme a Jérôme Neutres e con la consulenza dell’artista Miguel Chevalier, la mostra si propone di indagare il rapporto tra artista e macchina, mettendo a confronto opere di segno molto diverso tra loro e cercando di riannodare il filo anche storico di una sperimentazione che può vantare origini lontane. Le prime opere artistiche che coinvolgono l’utilizzo di macchinari più o meno intelligenti risalgono infatti agli Anni Cinquanta e Sessanta, con la ricerca di artisti d’avanguardia come Nicolas Schöffer e Jean Tinguely, autori dei primissimi esempi di “macchine per creare arte”. Dalle esperienze ancora analogiche di questi pionieri si passa poi all’arte algoritmica della prima generazione di computer artist, alle più avanzate esperienze nel campo delle installazioni interattive e della software art negli Anni Ottanta e Novanta e infine alle indagini contemporanee sull’intelligenza artificiale. 

TRE SEZIONI TEMATICHE

Circa trenta opere, distribuite tra il piano terra e il primo piano del museo, indagano il tema dell’immaginazione artificiale, un termine generico che viene usato dai curatori per raggruppare insieme diverse declinazioni di arte digitale come l’arte robotica, l’arte algoritmica e l’arte generativa. Le formalizzazioni sono le più svariate: pitture, disegni, sculture, installazioni, progetti architettonici, design e musica, tutte frutto della collaborazione tra l’artista e la macchina, da lui inventata o programmata. Nella prima sezione, intitolata Macchine per creare, sono protagonisti i robot veri e propri, con un proliferare di bracci meccanici che dipingono, disegnano e incidono. Nel secondo capitolo, invece, L’opera programmata, l’azione della macchina è meno visibile, anche se sempre centrale: diventa fondamentale la qualità generativa dei software e la capacità delle opere di reagire alla presenza dello spettatore e delle sue azioni. Nella terza e ultima parte del percorso, il focus è tutto sull’intelligenza artificiale, con opere che si interrogano sulla possibilità (e l’opportunità) di creare delle macchine in grado non solo di eseguire istruzioni, ma anche di immaginare e prendere decisioni. Tra gli artisti presenti, che includono pionieri dell’arte algoritmica come Vera Molnar e Manfred Mohr, e sperimentatori indefessi del mezzo tecnologico come Nam June Paik e Stelarc, spicca anche un nome italiano, quello del veneto Arcangelo Sassolino, presente con una delle sue imponenti e inquietanti sculture meccaniche.

–   Valentina Tanni

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.