Abbandonata la scultura di Mario Ceroli a Roma. Il Goal di Italia90 cade a pezzi

Malandata, consumata, vandalizzata, forse a rischio tenuta. La mega scultura realizzata a Roma da Mario Ceroli per i Mondiali di calcio 1990 è abbandonata a sé stessa da troppi anni. In un quartiere – quello del Villaggio Olimpico – condannato alla desolazione. Si riapre il caso.

Mario Ceroli, Goal, 1990
Mario Ceroli, Goal, 1990

Una storia di degrado, tra le mille che la Capitale offre alla cronaca, nei suoi molti anni di contraddizioni, inefficienze e incompetenze amministrative, incancrenitesi fino al punto da non riuscire più a indovinare la via. Roma sotto i riflettori: se le responsabilità dell’agonia si perdono all’indietro, sommando errori con errori, scandali su scandali, l’attuale compagine non muta di una virgola l’assetto. Mobilità, ambiente, cura di spazi pubblici e aree verdi, abusivismo, politiche abitative. Con l’arte pubblica che diventa – come sempre – metafora, cartina di tornasole.

CEROLI, UN GOAL PLATONICO PER I MONDIALI

Prendi ad esempio Goal, la monumentale scultura di Mario Ceroli realizzata in occasione dei Mondiali Italia90. Un colosso di 35 tonnellate in legno di pino di Russia, alto 16 metri e mezzo, con elementi in acciaio zincato posti in corrispondenza dei nodi e dei sostegni agganciati al suolo. Color rosso rame, ha una forma sferoidale d’ispirazione leonardesca, accostabile ad altre note opere dell’artista (da Mappacubo del 1966 all’Uomo vitruviano del 1987 che tutti possono vedere all’Aeroporto di Fiumicino). Si tratta in sintesi di un assemblaggio di poliedri concentrici: all’interno di un possente esaedro, composto da due telai quadrati incastrati, si inserisce un icosidodecaedro costituito da 20 triangoli e 12 pentagoni. Il rimando è ai solidi platonici e ai classici studi compositivi rinascimentali, tra cosmologia, geometria, filosofia, ma anche ai poligoni bianchi e neri del tipico pallone da football.
Durante i Mondiali l’opera venne installata all’EUR, davanti all’attuale Palaeur-Palalottomatica edificato da Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi in occasione delle Olimpiadi del 1960. A illuminarla un sistema progettato dal Premio Oscar Vittorio Storaro, mentre la sua effige veniva addirittura consacrata su un francobollo da 450 lire.
Finito il mega evento calcistico, la scultura fu smontata, donata al Comune e nel 2001 nuovamente esposta, dopo alcuni lavori di conservazione, inclusa la stesura di una vernice protettiva: fu allora che venne stabilita l’attuale collocazione in Piazza Apollodoro, lungo viale Tiziano, proprio di fronte al Palazzetto dello Sport che porta anch’esso la firma di Nervi.

Francobollo di Italia 90 con la scultura di Ceroli
Francobollo di Italia 90 con la scultura di Ceroli

16 ANNI DI ABBANDONO

Fu solo all’inizio del 2011 che la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale avviò un nuovo intervento: furono apposti dei tiranti metallici e dei rinforzi per i punti d’appoggio, in modo da garantire la tenuta della struttura e contrastarne il deterioramento. Un “rattoppo” evidente ma necessario.
Da allora, l’oblio. A rispolverare il caso in quest’ultimo scorcio d’agosto è un articolo di Valeria Arnaldi sul Messaggero: solo l’ultimo dei tanti appelli rivolti alle amministrazioni nel corso del tempo. Com’era prevedibile la maestosa architettura ha continuato a subire l’azione degli agenti atmosferici, tra pioggia, vento, caldo, umidità, inquinamento. Non proprio un toccasana per il legno – materiale simbolo per Ceroli – destinato inevitabilmente a marcire, a gonfiarsi, a consumarsi. Completano il quadro le immancabili scritte vandaliche, oltre alle (orribili) recinzioni arancioni barbaramente abbattute.
Un’opera vecchia 30 anni, dunque, che da ben 16 non viene degnata della minima manutenzione e messa in sicurezza. Senza considerare il contesto: tutt’intorno un paesaggio di aiuole secche, erbacce, sterpaglie, sporcizia, rifiuti, un parco giochi fantasma, cartelloni abusivi che oscurano la vista dello strepitoso edificio di Nervi, lunghi tratti sterrati e il verde che è ormai solo il colore del ricordo.

Mario Ceroli, Goal, 1990 - ph. by TripAdvisor
Mario Ceroli, Goal, 1990 – ph. by TripAdvisor

E non siamo certo in una sperduta periferia: al termine della centralissima Via Flaminia, a due passi dal Maxxi e alle spalle dell’Auditorium Parco della Musica, il Villaggio Olimpico resta un ex quartiere popolare mai realmente riqualificato, condannato all’invisibilità e all’incuria, senza una vocazione, nonostante sport, arte e cultura avrebbero dovuto e potuto funzionare da traino. Niente è cambiato in mezzo secolo di avvicendamenti in Campidoglio, fra destra e sinistra. E niente è cambiato in questi 14 mesi targati Grillo e Raggi.
Anche se un’occasione ci sarebbe stata: la giunta Marino aveva incardinato l’importante trasformazione urbana delle caserme in Via Guido Reni, il grande spazio di fronte al Maxxi. Lì dovevano nascere un nuovo quartiere e il Museo della Scienza. Concorso d’idee e bando per il master plan effettuato, ma con la nuova giunta il progetto è finito nel dimenticatoio.
Peccato che l’unico modo per mettere mano in profondità a questi spazi verdi sia quello di sfruttare il contributo di un grande investitore privato, interessato a sviluppare la zona a livello immobiliare e a migliorarne le condizioni. Opportunità creata, ai tempi, e al momento perduta.

Mario Ceroli, Goal, 1990. Ph. by nicerome
Mario Ceroli, Goal, 1990. Ph. by nicerome

ARTE E SPAZIO PUBBLICO. LINEE DI PROSSIMITÀ

Che fare a questo punto della scultura simbolo dei Mondiali, opera di un maestro dell’Arte Povera? Toccherebbe una nuova perizia, un nuovo intervento di conservazione, un piano di manutenzione. E vorrebbe la teoria che a stimolare la cura dei quartieri fossero in parte le opere stesse, i monumenti. Come garanti o sentinelle, intorno a cui generare qualità sociale ed ambientale. E invece no: un fallimento.
Quel che occorrerebbe davvero, per tutte queste ragioni, è un trasloco. Smontarla e portarla altrove. Al chiuso. Perché Goal, non un ‘monumento’ in senso classico, non era stato progettato per restare sotto il cielo di Roma. Ceroli l’aveva pensata come temporanea presenza en plein air, giusto in vista dell’appuntamento calcistico, ma senza che vi fosse un’idea chiara di futuro. Nessuno stanziamento di fondi per un’acquisizione istituzionale – tant’è che venne donata alla città – e nessuna location definitiva individuata.
Storia non nuova. L’illusione di una sicura presa in carico, da parte delle amministrazioni, ha spesso generato oltraggi, ferite, abbandoni: niente andrebbe realizzato in assenza di garanzie e di progettualità. Uno di quei casi in cui arte e politica si incontrano, per risonanze, per necessità, lungo linee di prossimità.

Mario Ceroli, ph. SkyArte
Mario Ceroli, ph. SkyArte

Gli artisti, secondo me, debbono ribaltare la situazione e lavorare per la comunità, diventare utili, l’intervento dell’arte e della cultura deve entrare nei quartieri, nelle strade, perché nelle case non serve”: così spiegava Ceroli a Laura Cherubini, in una vecchia intervista pubblicata su Flash Art proprio 3 anni dopo il battesimo di Goal. Un sentimento coltivato da sempre, con tutta la generosità del caso. E con quel germe d’utopia che a volte guida lo sguardo e la mano. Esserci, nello spazio pubblico, per una comunità che si costituisca anche intorno ai simboli, i segni, le estetiche e gli oggetti condivisi; perché i processi siano davvero sistemi attivi. O per dirla con le parole usate da Crispolti del ‘77, là dove l’arte scelga “un impegno sociale non risolvibile dentro il territorio del linguaggio, ma espanso nello spazio urbano quale “campo operativo”, inteso non soltanto come area fisica collettiva, ma come spazio sociologico, come rete di comunicazione di massa, come funzione e gestione sociale di tale spazio”. Un fatto politico, innanzitutto. La cui coscienza unisce – o dovrebbe variamente unire – artisti, cittadini, operatori culturali ed enti territoriali.

– Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.

1 COMMENT

  1. Questo quartiere di Roma, così particolare, lo conosco bene perché ci abitavano i miei nonni e ci vado spesso. Da bambino mi dava un senso di malinconia perché vedevo quest’architettura di palazzi così strana. Sicuramente è un quartiere che andrebbe rivalorizzato, negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. La costruzione dell’auditorium di Piano e del Maxxi poi, che interessano anche il quadrante dell’adiacente Flaminio, hanno comunque inciso su quel senso di sonnecchiosità che quella zona di Roma dava.

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