Affaire Padiglione Italia. L’editoriale di Renato Barilli

Il critico bolognese si interroga sulla collocazione del Padiglione nostrano alla Biennale di Venezia. Prospettando ipotesi e soluzioni per regalargli una nuova centralità.

L'arte non è cosa nostra - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini
L'arte non è cosa nostra - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

Ritorno sulla tormentata questione di dove collocare, alla Biennale di Venezia, la nostra partecipazione nazionale. Se ne era tanto parlato, al termine dell’edizione scorsa, ma poi non ne è seguito alcun mutamento e si è ricaduti nei medesimi errori. Questi, come tutti sanno, consistono in due o tre cose: nel fatto che per la nostra pattuglia si va a prendere la stanza più lontana, nel lunghissimo percorso dell’Arsenale, dove quindi i visitatori giungono stremati. Non sono di rimedio le poche e incerte navette. Inoltre, chissà perché, quella meta lontana è invasa dalle tenebre, mentre si adocchia, come possibile liberazione, un radioso giardino subito all’uscita. Infine, si è sempre esitato nel numero dei partecipanti, tra selezioni massicce, come fu nell’infelice puntata diretta da Sgarbi, o invece sparute terne, come succede questa volta, e magari le proposte di giovani in sé sono valide, ma permane sempre il limite di non mettere in pole position qualche autore capace di venire insignito del Leone d’oro. Una volta non era così, la nostra selezione era posta nel padiglione centrale. Lo ricordo perché quella fu proprio l’esperienza da me vissuta in prima persona, nella Biennale del ’72, in cui Francesco Arcangeli mi chiamò a condividere la mostra Opera o comportamento, con ben dodici sale, di cui sei ai pittori e altre sei agli esponenti delle ricerche post-68. Mi piace ricordare quell’esperienza dato che il 6 maggio il Pecci di Prato, sotto la guida di Fabio Cavallucci, la ripropone in remake.

Chissà perché, quella meta lontana è invasa dalle tenebre, mentre si adocchia, come possibile liberazione, un radioso giardino subito all’uscita”.

Non si vede perché non si possa ritornare a quella soluzione ottimale. Dato anche che, per certi padiglioni minori, destinati a trovare ospitalità in quel luogo, ora si può provvedere sistemandoli entro l’enorme percorso dell’Arsenale. E ci sarebbe anche il vantaggio di togliere spazio alle scelte spesso sconclusionate del direttore di turno, in quanto pure lui, o lei, ha ampia possibilità di rivalsa alle Corderie. Siccome due sono state le mie partecipazioni alla Biennale, ricordo in proposito anche quella all’Aperto del 1990, che sarebbe semmai una diversa valida possibilità da tener d’occhio, quando cioè al direttore in carica si concedeva in toto il padiglione centrale ai Giardini, mentre alle Corderie, pur sempre sotto il suo controllo, intervenivano i membri di un comitato capace di allargare il raggio della selezione, puntando su presenze giovani. E l’Italia riusciva a conquistarsi la sua parte: allora riuscii a piazzare ben sei artisti nostrani, che si trovarono allineati con grandi nomi come Jeff Koons e Wim Delvoye. Poi ci fu l’infelice idea di chiudere l’Aperto allargando senza limiti lo spazio concesso al direttore, libero di invadere quelle corsie con opzioni indifferenziate, tra vecchi e giovani, senza alcuna regia e linea interpretativa.

Renato Barilli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.
  • kontabile

    Riflessione in buona parte condivisibile.
    Non si vede perchè l’Italia debba stare in fondo all’Arsenale.
    Si potrebbe ricavare nel padiglione centrale dei Giardini uno spazio per la selezione italiana , che in quel contesto sarebbe più sensato assegnare a due o tre artisti di quanto lo sia ora , con uno spazio troppo lontano e forse pure troppo grande.
    Ma trovo condivisibile sopratutto la proposta di un ripristino di Aperto affidato a diversi curatori internazionali ( e se è il caso anche con l’apporto, perchè no, di un’italiano) ognuno con una sua sezione e che facciano delle proprie selezioni su pochi nomi, non necessariamente vincolate da limiti anagrafici, quanto da requisiti di novità e interesse del lavoro. Il problema del curatore centrale è infatti evidente e il suo strapotere non è più adatto a rappresentare o filtrare, da solo, una produzione artistica mondiale immensa che andrebbe restituita nella sua multiformità, mentre ora il curatore di turno si trova ad assecondare troppe pressioni che vengono da ogni parte con il risultato che si finisce per vedere troppo spesso lo stesso genere di arte e artisti specializzati nell’esporre nelle biennali. Quindi mantenere la mostra centrale curata da un unico curatore , ma introdurre altri sottocuratori che in un redivivo Aperto possano proporre sottosezioni con altri artisti. All’interno della Biennale quindi avremmo vari livelli e per i curatori tre: direttore della mostra centrale, curatore di un padiglione nazionale, curatore di una sezione di Aperto.
    Per gli artisti pure tre livelli possibili: rappresentante del proprio paese in un padiglione nazionale, artista invitato nella mostra centrale dal direttore o artista invitato in una delle sezioni di aperto. Capisco che la megalomania di alcuni soffrirebbe ad essere un pò ridimensionata dato che chi sta al centro sarebbe un pò meno centrale ma questa nuova situazione permetterebbe un’auspicabile diversificazione, in un mondo in cui gli invitati in prima fila hanno superato uno stretto collo di bottiglia che sempre di più sceglie in modo che suona arbitrario.

  • http://doattime.blogspot.it/ doattime

    Effettivamente lo spazio del Padiglione Italia all’Arsenale è molto cupo, forse basterebbe intervenire sul tetto, ma chissà ci saranno dei vincoli…

    Perché non tornare al Padiglione Italia storico, quel pessimo curatore che fu Harald Szeemann, da bravo manovale del capitalismo americano, aveva imposto scelte noiosissime e tristi a danno proprio del nostro paese.

    Poi se guardiamo un attimo la cartina ci sarebbe spazio per un nuovo Padiglione nell’area dietro al Padiglione Greco, mai capito perché non ci si è allargati in quell’ariea …