#presentense (I). La paura della collettività

Le nuove generazioni di artisti sono sempre più restie a far confluire la propria quota autoriale all’interno di opere che pongano l’accento su un sistema di relazioni e su un approccio collaborativo. Eppure non è proprio questo il modo per abbattere i muri che oggi sembrano delimitare la cultura?

Peter Saul, Personal Disease, 1966
Peter Saul, Personal Disease, 1966

Henry Mason emise un lungo e lento sospiro e
si appoggiò allo schienale della sedia. gli artisti erano
insopportabilmente noiosi. e miopi. se sfondavano credevano alla loro
grandezza anche se valevan poco. se non sfondavano credevano
nella loro grandezza anche se valevan poco.
se non sfondavano, la colpa era di qualcun altro”.
Charles Bukowski

E poi eccomi fuori, rotolare giù, emergere e cantare. Spiattellare tutto. È meglio in fondo non mentire – perché tanto si vede, immediatamente, ed è sgradevole. Si fa miglior figura, e conviene anche, dire sempre la verità. Se la critica è stata per lungo tempo palleggiarsi formulette e parole d’ordine come palline da ping pong, per affermare la propria appartenenza al medesimo club e trovare la cosa rassicurante, consolante, se così facendo l’arte si è venuta trasformando in qualcosa di terribilmente noioso e inutile; se la “cultura” nell’ultimo cinquantennio ha assunto una posa assessorile, ministeriale, istituzionale, dimenticando che le cose davvero importanti sono sempre avvenute il più lontano possibile dai Palazzi e dalle sovvenzioni pubbliche; allora vuol dire che qui la situazione si è fatta parecchio interessante, e – lungi dal trovarci alla “fine”, dal dover “rimpiangere” i fasti dei bei tempi andati, dell’epoca d’oro (tutte cose per definizione illusorie), vale a dire gli Anni Sessanta e Settanta (ma rimpiangere poi cosa? E chi? Al massimo possiamo trovare qualcuno, e giusto qualcuno, da rispettare…) – siamo in un tempo e in un momento, il nostro, che non manca affatto di presentare aspetti e lati eccitanti. (Innanzitutto: il fatto proprio che sia nostro.) Basta saperli cogliere e guardare nel modo giusto, considerare dal punto di vista adeguato.

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Eppure, eppure. Tutta questa paura dei miei coetanei artisti (non tutti, per carità: ma la maggior parte sì) di immergersi nel mare caldo e brulicante dell’opera collettiva, del pensiero collettivo, della mentalità collaborativa. Che poi, equivale di fatto a dire: l’approccio fondamentale del XXI secolo. Almeno così a me sembra.
Il fatto che un artista possa sognare di cedere importanti quote e gradienti di autorialità a favore di un processo culturale dal basso, che abbia a che fare davvero con una comunità e con le sue istanze e con le sue esigenze profonde (non presunte) e con le sue vocazioni, e il fatto che questo artista si metta in testa di far venir fuori da tutto questo un’opera collettiva che magari non sembra più neanche un’opera ma proprio un pezzo di esistenza quotidiana (: di quartiere, di città, di educazione, di urbanistica, di cinema, di letteratura, ecc.), dedicandosi a costruire una grande e funzionante infrastruttura di relazioni umane e trasferendo lì (lì dove è sempre stata, o dove sempre avrebbe dovuto essere: nel territorio dell’umanità) la sua dimensione autoriale, a me sembra una cosa molto bella. Una cosa brillante.
Resistere a questo è certamente un’opzione – ma mi pare onestamente uno spreco, frutto della paura forse di rinunciare a un mito vecchio di almeno centocinquant’anni (l’Originalità; la Creazione Solitaria; l’Autore; ecc.), e che ha dismesso ormai ogni spinta propulsiva e creativa –

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Spesso sento in giro che l’arte e gli artisti oggi devono darsi una regolata, un tono, che devono essere educati e disciplinati, che non è più tempo di ribellione né di avanguardia – che quelli seri e bravi si dedicano ad altro, a far tornare i conti per esempio, a non avere grilli per la testa (a obbedire?)… Bravi fessi! E voi ci avete creduto davvero, per tutto questo tempo? Vi siete fatti fregare così facilmente? Scommetto proprio che ogni periodo come questo, ogni fase regressiva e conservatrice e distopica, ha ammannito le stesse scuse con le medesime motivazioni, ornandole di volta in volta con le necessità dell’ultima moda. Lo spirito d’avanguardia non muore mai, non può morire – al massimo cambia aspetto, modalità, attitudine (ma neanche tanto) – e non può morire né scomparire perché coincide con l’umano, con l’esigenza umana fondamentale, con l’esplorazione, con il desiderio di conoscere tutti di superare i confini di annullare le distinzioni – e invece ci si è resi contenti dei muri mentali, contenti di rinchiudersi e di limitarsi, contenti e soddisfatti di dimenticare la libertà di vivere.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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