Ceramica e relazioni. Intervista a Emma Hart

Parola all’artista londinese attualmente in residenza presso il Museo Carlo Zauli di Faenza per realizzare alcune delle opere in ceramica esposte nel 2017 alla Whitechapel Gallery di Londra e alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nell’ambito della mostra legata al Max Mara Art Prize for Women.

Emma Hart alla bottega Gatti - photo © Andrea Piffari - courtesy Collezione Maramotti
Emma Hart alla bottega Gatti - photo © Andrea Piffari - courtesy Collezione Maramotti

Classe 1974, Emma Hart racconta il suo percorso artistico: dalla fotografia alla ceramica, passando attraverso mostre, riconoscimenti e una residenza tutta italiana, in corso a Faenza.

Il tuo interesse per la ceramica è iniziato pochi anni fa, mentre prima lavoravi principalmente con la fotografia e il video. Come ti sei avvicinata a questo materiale?
Quando guardiamo un video o una fotografia ci identifichiamo in essi come se provenissero dal passato; ci rendiamo conto che qualcuno, da qualche parte, ha premuto un pulsante e che l’immagine prodotta è un indice di qualcosa che è accaduto. Credo che le “cose” prodotte da foto e videocamere sono vincolate dal loro rapporto con la registrazione. Contrastare questo effetto è stato il fulcro del mio fare arte.
Nel 2012, dopo aver partecipato a una residenza presso il Wysing Arts Centre, la mia pratica si è notevolmente ampliata, ho iniziato a lavorare con la ceramica, spesso combinando la creta con le immagini fotografiche. Improvvisamente ho capito che le mie frustrazioni verso la fotografia avrebbero potuto essere un ottimo punto di partenza per lavorare con la ceramica. Potrei trattare l’argilla come parte del retro della fotografia, e usarla per ottenere cose a cui la fotografia non può arrivare.

Da tempo esplori le relazioni tra l’artista, lo spettatore e il contesto che le tue opere creano. In che modo lo spazio relazionale è un elemento costitutivo dei tuoi progetti?
Una mia particolare ambizione è quella di andare, con la ceramica, oltre la produzione di vasi, al di là degli oggetti, per creare situazioni dove il confine tra arte e spettatore è sfocato. L’arte si rivela nel mondo dello spettatore. Chi ha il controllo in questi incontri: l’arte, lo spettatore, non certo io, l’artista? Le opere producono realtà, non ne descrivono una.
Voglio che il mio spettatore senta, esperisca, e mentalmente si metta in gioco. Concepisco le opere d’arte come modi di generare esperienza, inglobando lo spettatore, o almeno facendo in modo che lo spettatore diventi cosciente.
La mia mostra Dirty Looks al Camden Arts Centre di Londra nel 2013 richiedeva che il pubblico scrutasse dentro dei brutti armadi e si confrontasse con brutali lingue disincarnate. La lingua è un organo interno che usiamo per controllare la nostra impressione esteriore, un ponte tra interno e esterno. Basandomi sulla mia passata esperienza di lavoro in un call center, la mostra produceva suoni e parole che “tossivano” fuori un disagio surreale.

Emma Hart alla bottega Vignoli - photo © Andrea Piffari - courtesy Collezione Maramotti
Emma Hart alla bottega Vignoli – photo © Andrea Piffari – courtesy Collezione Maramotti

Come può la ceramica diventare un’arte relazionale?
Un processo che uso per istituire delle relazioni con lo spettatore è quello di creare frammenti, non oggetti interi. Cose che sono state strappate da qualche parte e sono in viaggio verso qualche altra parte; cose che non sono contenute, ma che sono fuoriuscite, nella speranza che lo spettatore riempia i vuoti, venga risucchiato nelle fessure, o coinvolto nel movimento dei frammenti che saltano da una realtà all’altra. Io lavoro per non mettere limiti o bordi rifiniti alle cose. Nulla è stabile. Infatti la creta stessa è già un frammento, strappato dalla terra.
Per la mostra Giving It All That alla Folkestone Triennale del 2014 ho esposto in un appartamento decrepito, attingendo dall’ansia latente che abita il divario tra il nostro io pubblico e privato. Infatti, nello spazio domestico possiamo provare chi siamo. Delle sculture in ceramica erano poste come se offrissero allo spettatore precarie bevande vuote – una fragilità che tocca lo spettatore, innervosendolo e mettendolo all’angolo, enfatizzata dall’essere osservato attraverso gli occhi dello specchio. Essere serviti o essere monitorati produce stati emotivi diversi.

Sei tra gli artisti che operano una reinvenzione dei linguaggi creativi ancestrali, minati dall’uso massiccio dei nuovi media. Pensi che la ceramica possa aiutarci a recuperare la perdita della nostra esperienza diretta con il mondo?
L’immagine, la cui funzione è quella di rivelare il mondo, sta in realtà trasformando tutto in superfici estetiche mordenti. L’esperienza reale viene nascosta o coperta dall’immagine digitale. Di contro la ceramica fornisce un modo fisicamente corroso, immagini “sporche”, che con forza spremono più vita fuori. Attraverso la ceramica posso creare oggetti che contengono delle fotografie. La creta diventa un modo di lavorare dietro le immagini, e rivelare lo stato grezzo di cose che le immagini schermano.
Come Samuel Beckett, voglio che il mio lavoro esista dentro i nervi dello spettatore, non nell’intelletto. Molte opere d’arte chiedono di sentire qualcosa, shock o tristezza. In particolare io voglio evocare sentimenti intimi, imbarazzo, ansia, dubbio, e lo stress che sento tutti i giorni. La creta non descrive momenti di eccesso, rappresenta l’eccesso in sé. Può essere versata, forzata, rovesciata, morsa, graffiata, presa a pugni. Produce il suo eccesso in risposta agli eccessi incontrollati del mio corpo.

Emma Hart al lavoro nel suo studio presso il Museo Carlo Zauli - photo © Andrea Piffari - courtesy Collezione Maramotti
Emma Hart al lavoro nel suo studio presso il Museo Carlo Zauli – photo © Andrea Piffari – courtesy Collezione Maramotti

A giugno sei arrivata in Italia per la residenza del Max Mara Art Prize for Women, da cui nascerà il progetto inedito che sarà prima esposto alla Whitechapel di Londra, poi alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nel 2017. Per la prima parte della residenza hai scelto la scuola di Mara Selvini Palazzoli a Milano, dove hai studiato il suo approccio sistemico alla famiglia. Come utilizzerai questa esperienza nel tuo lavoro?
Il tempo trascorso alla scoperta del lavoro di Mara Selvini Palazzoli, una psicologa pionieristica, è stato molto importante. Palazzoli ha ideato il Milan Systems Approach, una scuola di terapia familiare. Ha sviluppato l’idea che gli individui non sviluppano malesseri, sono i loro rapporti ad aver bisogno di trattamenti. Palazzoli sperimentò molti modi per curare i rapporti e lo spazio tra le persone. Uno dei suoi metodi è chiamato “scultura”, in cui una famiglia viene posta in posizioni fisiche scelte da un membro, come se fossero statue. La posizione viene poi mantenuta in silenzio per 30 secondi. Questa manifestazione fisica delle emozioni è un modo non verbale per capire le relazioni all’interno della famiglia. È stato molto importante per me pensare a questa pratica e applicarla nell’opera d’arte. Così lo spettatore è coinvolto in una serie fisica di relazioni, piuttosto che essere un semplice osservatore esterno a una situazione.

Come si rapporta il tuo lavoro di artista alla tua vita?
Sono sempre stata consapevole del fatto che la mia frustrazione verso la fotografia – che fa sembrare tutto bello, liscio – faceva parte di un problema più ampio con l’arte. Invece di dare un senso al mondo, faccio l’arte per generare confusione, stress e nausea del quotidiano. Voglio essere in grado di riconoscere nell’arte le mie origini di classe operaia e, nella vita di tutti giorni, non cancellarle allo scopo di contemplare degli oggetti. Il mio lavoro è alla ricerca del “vero”: vita reale, sentimenti veri, reali dettagli autobiografici. Voglio demolire gli aspetti esteriori levigati, dire com’è realmente, come ci si sente davvero e chiedersi come ci fa sentire.

Emma Hart talk con Marinella Paderni,13 ottobre 2016, Museo Carlo Zauli - photo © Andrea Piffari - courtesy Collezione Maramotti
Emma Hart talk con Marinella Paderni,13 ottobre 2016, Museo Carlo Zauli – photo © Andrea Piffari – courtesy Collezione Maramotti

All’inizio di settembre sei arrivata a Faenza, dove stai trascorrendo la parte principale della tua residenza al Museo Carlo Zauli. Come sta andando?
Sto vivendo il momento più importante della mia vita artistica qui a Faenza. In particolare al Museo Zauli. Faenza è un meraviglioso mix, un luogo calmo, accogliente, dove vivere bene con tante risorse da scoprire. Il MIC è dietro l’angolo e molti laboratori di ceramica si trovano nelle vicinanze. Posso fare una vita tranquilla, ma molto stimolante. La cosa migliore è il Museo Zauli, dove ho uno studio. Sono stata ben accolta da Matteo Zauli e la sua squadra, ho trascorso del tempo tra i lavori del padre Carlo Zauli. Stiamo lavorando insieme per produrre alcune grandi opere per la mostra del Max Mara Art Prize for Women. Abito molto vicino al museo e lavoro tutti i giorni fianco a fianco di Aida Bertozzi, la loro maestra ceramista. Potermi dedicare ogni giorno all’arte è molto diverso da come stanno le cose a Londra e ora non voglio tornare a casa.

Marinella Paderni

www.emmahart.info
www.museozauli.it
www.collezionemaramotti.org/it

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Marinella Paderni
Marinella Paderni (Milano, 1964) è critico d’arte contemporanea e curatore. È docente di Produzioni Culturali Creative presso l’Università IULM di Milano e di Fenomenologia delle Arti Contemporanee presso l’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Insegna anche Storia dell’Arte Contemporanea presso ISIA di Faenza. Collabora con le riviste internazionali d’arte contemporanea Frieze, Flash Art, Exibart. I suoi studi sono diretti alle espressioni artistiche contemporanee, soprattutto alla fotografia, al video e alla performance, con particolare attenzione alle tematiche del paesaggio contemporaneo e della condizione urbana. Ha curato numerose mostre tra le quali Alto Impatto Ambientale, 2003; Suburbia, 2004 (in collaborazione con Marco Senaldi); la rassegna d’interventi site specific Open Air all’Orto Botanico di Parma (dal 2005 al 2008). Nel 2008 ha curato il progetto Same Democracy (in collaborazione con Elvira Vannini), prima mostra italiana sul tema dell’open source nell’arte, e un progetto pubblico sul tema del realismo visionario in arte, architettura e economia intitolato We have a dream (Spazio Gerra, Reggio Emilia, in collaborazione con Luca Molinari e Pier Luigi Sacco). Per la casa editrice Johan & Levi ha pubblicato nel 2010 il libro “Laboratorio Italia. La fotografia nell’arte contemporanea” sulle sperimentazioni artistiche nella fotografia italiana delle nuove generazioni.