Cosa può fare l’arte nei frangenti in cui regna il caos? 

Tra incontrollabili proteste nelle piazze, informazioni caotiche sui social e sistemi interpretativi obsoleti, come può l’arte capire e raccontare il presente?

“Quanto pensa possa durare? – Sta arrivando una tempesta. È meglio che lei e i suoi amici vi prepariate al peggio, perché quando arriverà vi chiederete come avete potuto pensare di vivere così alla grande, lasciando così poco per tutti noi”. No, non si tratta di un’intervista a qualche casseur, studente indignato, autotrasportatore disperato, manifestante deluso. Sono un estratto dalla previsione funesta che Selina Kyle, una mascherata femme fatale, sussurra all’orecchio di un perplesso Bruce Wayne-Batman, in Il cavaliere oscuro – Il ritorno. La pellicola del 2012 è un piccolo gioiello di Christopher Nolan e ci racconta, come spesso succede con la letteratura, il cinema e l’arte visiva, molto del nostro presente. Ricordo con estrema precisione che questa scena del ballo e queste parole mi rimasero impresse, al punto di voler, prima o poi, scrivere qualcosa in merito. Ed eccoci qui.

Davanti a proteste e caos, che ruolo ha l’arte?
Barricate durante la manifestazione ‘Italia in Piazza’, Milano,17 ottobre 2026. ANSA/ PAOLO SALMOIRAGO

Dalle proteste in piazza al caos sui social

Per comprendere ciò che sta accadendo in questi anni, non basta più indagare gli eventi, aggiornarsi, stare al passo con il cortocircuito compulsivo di news e conseguenti analisi ed interpretazioni. Non siamo più in un’epoca di fatti e informazione. Siamo nel bel mezzo di un terzo tempo-spazio in cui fatti e informazione entrano in uno stato di alterazione e restituzione in grado di mutare profondamente gli accadimenti e rendere il caos un perfetto regno di indistinzione e di operatività, perfetto per chi vuole esercitare il potere. Gli elementi che rendono possibile questa tempesta perfetta sono diversi, ma i pilastri sono: sistemi tecnologici connettivi/manipolativi sempre più performanti, paure assortite, percezione di impoverimento, ignoranza di ritorno. Quattro gambe perfette a reggere il piano inclinato di una tensione post millenaria che non promette niente di buono.

Trovare una forma in un mondo in continua ridefinizione

La realtà tangibile e l’iconosfera (ossia l’insieme complessivo delle immagini prodotte, diffuse e consumate da una società) oggi non sono più convergenti, ma interagenti e in questa relazione e diffrazione il rischio è proprio quello di affrontare fenomeni del tutto nuovi con modelli interpretativi stantii, stereotipati e inefficaci. In effetti un esempio eclatante emerge dall’intuizione che Christian Caliandro ha perfettamente argomentato nel suo articolo Conflitto come performance: non possiamo leggere le proteste di Milano con le categorie del passato su Artribune qualche giorno fa. Le forze dell’ordine non riescono ad interpretare un modello completamente insolito e differente da quelli di manifestazione/disordini di piazza del secolo scorso. Il rimbalzare di appuntamenti sui social, azioni congiunte mordi e fuggi, caos diffuso in più punti delle città e del Paese, i reel, i video in presa diretta, quelli manipolati, i finti allarmi, i balletti, sono le nuove dinamiche che aprono ad un terzo scenario in continua ridefinizione. Non è facile comprenderlo, perché non consente il tempo necessario per porre attenzione e avere sufficienti dati e certezze che consentano una corretta decodifica.

Il terzo spazio del mondo contemporaneo

In questa faglia che si apre tra ciò che accade e ciò che accade online, soprattutto sui social, oramai uno spazio integrato rispetto al piano tangibile del quotidiano, si combatte la nuova battaglia del potere. Qualsiasi potere. Da quello dell’adolescente che sgomita per avere più visibilità, al collettivo che spinge per sostenere le convinzioni di una parte della società, dal politico che cerca di mantenere e accrescere la propria visibilità, anche trasformandosi in un meme idiota, all’artista che deve allinearsi con la fame d’intimità dei followers. Questa frattura non è una separazione tra due mondi, non si tratta dello spazio degradante che separa un testo e la sua traduzione all’interno di un libro, è viceversa un’apertura che vincola le due versioni, anzi le amplifica in molteplici versioni con una ulteriore potenzialità espressiva e allo stesso tempo contraddittoria. Da questo groviglio partono schegge impazzite, derive politiche, inattesi colpi di scena, il tutto in una performatività, forse per certi versi inevitabile.

Che ruolo può avere l’arte in questo scenario?

La società dello spettacolo collassa nel quarto d’ora di fama virale in chiave no future. Gli esempi di questa terra di nessuno in remoto, iperconnessa e invadente sono sotto gli occhi di tutti e sono e saranno inevitabilmente oggetto di studio e di approfondimento. Che l’arte possa (debba) essere lo strumento in grado di “dire la sua” a modo suo, tra informazione e disinformazione, come afferma Caliandro, sarebbe di vitale importanza per un Paese confuso, stanco e impoverito come il nostro. Ma su questa eventualità nutro forti dubbi.

Fabrizio Ajello

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