Il futuro che ci aspetta non è inevitabile (e l’arte può fare molto per immaginarlo)
In un presente così complesso, attraversato dalla falsa logica del sacrificio, quale spazio di autonomia resta alla produzione culturale, e quale possibilità ha di incidere sul modo in cui una società pensa se stessa?
“Scelte politiche molto dure”: queste le parole usate da stata Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, per dire molto chiaramente ciò che ci aspetta a brevissimo. In sintesi, tagli & tasse. Queste scelte verranno presentate dai nostri governi come inevitabili: così, una decisione che riguarda la distribuzione delle risorse, il rapporto tra pubblico e privato, i diritti sociali e le condizioni materiali dell’esistenza, viene trasformata in una necessità tecnica, sottratta alla discussione. Il primo ricatto è: “non ci sono alternative ai sacrifici”.
Le proteste studentesche in Francia
Il secondo è ancora più radicale: non ci sono alternative all’ordine sociale che quei sacrifici producono. E chi prova a contestarlo, chi si rifiuta di accettare la parte che gli è stata assegnata, diventa un problema da contenere, delegittimare, contrastare, reprimere. È quanto ci raccontano le proteste studentesche che stanno attraversando la Francia. Cominciato nelle scuole, il movimento si è allargato a diverse città (Parigi, Marsiglia, Lille, Lione, Strasburgo, Tolosa, Rennes, Nimes), portando in piazza una generazione che denuncia il deterioramento delle condizioni dell’istruzione pubblica, la carenza di insegnanti, il sovraffollamento delle classi e le disuguaglianze nell’accesso all’università.
La scuola è il luogo in cui una società dichiara, almeno in teoria, che cosa intende fare del proprio futuro: se l’istruzione pubblica perde risorse, se le opportunità si distribuiscono in modo sempre più diseguale, se l’accesso agli studi dipende dalla posizione sociale di partenza, non siamo di fronte soltanto a un problema amministrativo – ma è in gioco l’idea stessa di uguaglianza.
Formazione, educazione ed uguaglianza
La risposta delle autorità francesi, segnata da un numero eccezionale di fermi e da denunce di interventi di polizia sproporzionati, ha contribuito ad allargare la controversia; naturalmente, le violenze e i danneggiamenti avvenuti ai margini delle manifestazioni vanno considerati per quello che sono, senza negare le responsabilità individuali. Quando però il conflitto viene raccontato esclusivamente attraverso le immagini degli scontri, quando i manifestanti sono descritti come fannulloni, irresponsabili o manipolati, la domanda sulle condizioni che hanno generato la mobilitazione scompare, e al suo posto rimane una questione di ordine pubblico. Il secondo ricatto è dunque: “se non accettate l’ordine esistente, siete voi il problema”.
I due ricatti, allora, convergono: da una parte si restringono le risorse disponibili e si chiede alla popolazione di accettare sacrifici presentati come inevitabili; dall’altra si restringe lo spazio del dissenso e si chiede alla popolazione di accettare come inevitabile anche l’ordine che quei sacrifici impongono. La prima operazione stabilisce ciò che non possiamo più permetterci; la seconda stabilisce ciò che non possiamo più mettere in discussione.
Cosa possono fare l’arte e la cultura per la società
Come sempre, c’è un elemento che rimane fuori da quadro, vale a dire l’arte e la cultura – e il ruolo che esse svolgono in una situazione di questo tipo. Che cosa succede infatti quando le risorse destinate alla scuola, alla ricerca, alle istituzioni culturali e alla produzione artistica vengono trattate come una spesa comprimibile, mentre altre priorità vengono sottratte alla discussione? E che cosa succede quando, contemporaneamente, si chiede alla cultura di essere rassicurante, conciliatoria, capace di produrre consenso, di attrarre investimenti e visitatori, di dimostrare la propria utilità attraverso numeri e ricadute economiche?
Il primo ricatto si ripresenta anche qui, il medesimo da anni e decenni: “non ci sono risorse, bisogna essere realistici, occorre scegliere”. Il secondo arriva subito dopo: “certo, l’arte è libera, purché non disturbi troppo”; “la cultura può criticare la società, purché non metta in discussione le condizioni che la organizzano”. Si finanziano gli eventi, si celebrano i record di pubblico, si moltiplicano le occasioni di visibilità, ma si tende a lasciare sullo sfondo la domanda più importante: quale spazio di autonomia resta alla produzione culturale, e quale possibilità ha di incidere sul modo in cui una società pensa se stessa? In questo senso, la questione culturale si sovrappone a quella del conflitto sociale.
Arte e conflitto sociale
Non perché gli artisti debbano trasformarsi in militanti, né perché ogni opera debba esibire un messaggio politico riconoscibile, uno statement chiaro e univoco (come ho scritto più volte su queste pagine negli scorsi mesi). Ma perché la possibilità di produrre forme, immagini e pensieri non interamente subordinati alle esigenze del mercato o alle aspettative delle istituzioni è parte della possibilità di una società di immaginare se stessa diversamente. E, soprattutto, di sottrarre il presente alla falsa evidenza della sua inevitabilità.
Christian Caliandro
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