Conflitto come performance: non possiamo leggere le proteste di Milano con le categorie del passato
Idealizzazione della piazza, rinuncia all’interpretazione, narrazioni mediatiche che non trattengono le ambiguità, stigma sociale: una lettura sugli scontri di Milano, sui concetti di responsabilità e deresponsabilizzazione. E la necessità urgente di strumenti nuovi per osservare il presente (ad esempio l’arte)
Ancora sulla responsabilità e deresponsabilizzazione attuale. Le proteste e i saccheggi del 17 e del 18 ottobre offrono anche la possibilità di qualche analisi. È evidente, infatti, che prima e dopo i danni materiali esiste un problema di codici che sono incomparabili, incommensurabili tra di loro: da una parte, infatti, abbiamo gruppetti di minorenni in tuta e cappuccio che non si conoscono neanche tra di loro e si danno appuntamento in centro a Milano sui loro social con l’obiettivo di devastare; dall’altra, forze dell’ordine che sono impostate sul corteo tradizionale, Anni Settanta, annunciato e programmato, dunque provvisto di un percorso cittadino che può essere all’occorrenza bloccato, deviato, disperso. È chiaro che la ‘carica’ novecentesca, in un contesto del genere, non ha più alcun senso.

Le proteste di Milano: linguaggio dei giovani e delle istituzioni
Dunque, c’è un problema proprio linguistico a monte, una differenza insormontabile tra concezioni e letture della realtà, che peraltro era stata sottolineata un anno fa per esempio in occasione dell’omicidio di Charlie Kirk: ragionando infatti su quell’evento, e sul cortocircuito tra immagini, codici digitali e interpretazioni politiche, provavo a mettere a fuoco un problema che mi sembra diventare ogni giorno più urgente: la nostra difficoltà a leggere correttamente fenomeni che non si lasciano ricondurre alle categorie con cui abbiamo imparato a interpretare il mondo. Il punto non è soltanto che ci manchino gli strumenti per decifrare i linguaggi emergenti, ma che continuiamo ad applicare a questi ultimi schemi di pensiero che non funzionano più (ammesso, e non concesso, che abbiano mai funzionato). Per non parlare poi di coloro che si buttano seduta stante sul ‘non c’è più niente da capire’, ‘è la fine’, ecc. ecc., da sempre rifugio ideale dei vecchi rincitrulliti: il nichilismo politico e culturale esisteva molto, molto prima dei memi e di Tik Tok. Per dire.
La necessità di assegnare ad eventi di oggi categorie di ieri
Perciò, tra interpretazioni automatiche e pigre condanne, irruzioni nei negozi trasformati in ennesima occasione di esibizione e in parte dello spettacolo da trasmettere in diretta, non è necessario trasformare questi frammenti in indizi di una regia occulta, né dedurne che la piazza sia attraversata da una presenza politica omogenea e riconoscibile. Il loro interesse sta precisamente nella difficoltà di assegnare loro un significato univoco. Allo stesso modo di ciò che avviene nell’immaginario digitale, nel quale un segno può provenire da un videogioco, un’immagine può essere scambiata per una falsificazione, una battuta può funzionare come provocazione, un gesto può essere contemporaneamente esibizione e minaccia, il fatto che non sappiamo interpretare immediatamente un segno non significa che quel segno sia privo di significato. Ma, al tempo stesso, ciò non significa neppure che dietro di esso si nasconda necessariamente un progetto coerente, una visione del mondo o una strategia politica.

Conflitto come performance
Assistiamo dunque alla trasformazione del conflitto in contenuto, e della partecipazione in performance per una platea potenzialmente illimitata. Il gesto non deve necessariamente produrre conseguenze, né inserirsi in una sequenza di azioni orientate a un fine: può bastare che sia visibile, che circoli, che generi reazioni. Non c’è regia, né obiettivo a medio-lungo termine: l’evento si consuma anche nella sua rappresentazione, e talvolta sembra esistere soprattutto in funzione di essa. Basta questo ad affermare che esso non sia politico? Ma proprio no. Occorre infatti resistere alla tentazione del paternalismo che sembra già affacciarsi non solo nei discorsi e negli articoli dei boomer, ma anche in quelli della mia generazione, e di quelle vicine, che hanno trasformato come afferma Federica D’Alessio la memoria della repressione (in particolare quella di Genova 2001) in una specie di mito fondativo della propria impotenza: se ogni tentativo di cambiamento è destinato a essere represso, allora il disimpegno, la carriera individuale e l’accettazione dell’esistente diventano quasi scelte obbligate. “Non avevo altra scelta” è diventato, nell’arco di un quarto di secolo, un potente meccanismo di deresponsabilizzazione reale: fare della storia una prova definitiva dell’impossibilità di agire, anziché uno spazio nel quale le possibilità, anche dopo le sconfitte, continuano a essere contendibili.
L’idealizzazione della piazza VS rinuncia interpretativa
Così, osservando un po’ attentamente quello che accade, è possibile riconoscere in azione almeno due pericoli distinti, che però finiscono per alimentarsi a vicenda. Il primo è l’idealizzazione: attribuire alla piazza una coerenza e una finalità che non sono ancora emerse, o che forse non esistono. Il secondo è la rinuncia interpretativa: prendere le contraddizioni, le ambiguità e gli episodi più sconcertanti come la prova che ogni progetto collettivo sia ormai impossibile. Il problema riguarda anche il modo in cui i media raccontano questi avvenimenti: la moltiplicazione delle immagini non produce infatti necessariamente una conoscenza più precisa, così come la disponibilità di una quantità sterminata di informazioni non garantisce una maggiore capacità di orientarsi; anzi, le immagini circolano in un ambiente nel quale documentazione, intrattenimento, propaganda e commento si sovrappongono continuamente. Una ripresa può diventare una prova, poi un meme, poi il supporto di una narrazione politica che non ha alcun interesse a conservarne le ambiguità; il montaggio non è più soltanto un’operazione tecnica: è il modo in cui l’evento viene organizzato, interpretato e restituito a pubblici diversi; e il pubblico, a sua volta, non è più soltanto destinatario del racconto, ma partecipa alla sua produzione, moltiplicando interpretazioni, battute, attribuzioni e sentenze. In questo scenario, salta la vecchia opposizione tra informazione e disinformazione – e servono urgentemente strumenti nuovi. Uno di questi è anche molto antico, decisamente sottoutilizzato oggi da questo punto di vista, dato che è stato relegato a decorazione preferita dai ricchi. L’arte.
Christian Caliandro
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