Quanto vale la cultura? L’economista spiega perché i bilanci non bastano
L’economista esperto in arte Michele Trimarchi racconta le ragioni del suo ultimo libro, intitolato “Il valore economico della cultura. Risorse, mercati, strategie e politiche in una società molteplice”. Una presentazione in prima persona del volume pubblicato per Franco Angeli
Umberto Eco diceva che se odi il tuo capo puoi ucciderlo direttamente, oppure scrivere un romanzo in cui muore. I dilemmi del nostro tempo, fra odore della carta e comodità del digitale, tra audiolibri e gruppi di lettura, mantengono l’amore per i libri al centro dei nostri desideri. Così, chi cerca di mettere in ordine intuizioni e visioni fa prima a scrivere, e si costringe a pensare in ordine, a raccontare in modo – possibilmente – chiaro, a costruire ulteriori domande. Il valore economico della cultura. Risorse, mercati, strategie e politiche in una società molteplice, pubblicato da Franco Angeli a settembre. Nei recessi del mio Mac il file “valore della cultura – indice” rivela la sua età: è stato creato nel 2007. A guardare quell’indice forse acerbo ma già convinto si trovano poche differenze con quello appena stampato. A che sono serviti, in fondo, questi vent’anni?

Il problema di aver fatto della pervasività di bilanci e finanziamenti il metro del valore della cultura
Le ondate accademiche, così come quelle gestionali, hanno attraversato stagioni complicate; per quanto nel sistema culturale la vera Ombra di Banquo sia sempre fatta di fondi desiderati, di rendicontazioni rognose e di confronti fra pari, diverse urgenze si sono succedute, spesso dando prevalenza a etichette appealing come “distretti culturali”, “creatività metropolitana”, “capitali culturali”, “dimensione digitale”, trascinando da una parte la corsa alla pubblicazione su riviste sexy, dall’altra parte bandi e norme di diverse amministrazioni. Nel frattempo, la pervasività dei bilanci come unico sintomo di successo (o di precarietà) e l’ansia di “piacere” al finanziatore pubblico hanno finito per atrofizzare una buona parte del sistema, fra la ricerca di eventi blockbuster e la cattura regolatoria (la sindrome di Stoccolma del sistema culturale). Appelli accorati per “leggi di sistema” e rifiuto assoluto di costruirne ipotesi.
La necessità di capire che il sistema sta cambiando e che ciò che funzionava 20 anni fa non può funzionare oggi
Che cosa si è inceppato? La semplice presa d’atto che la struttura economica e sociale che ha disegnato musei, teatri e siti archeologici si sta estinguendo, che la borghesia imprenditoriale ha cambiato pelle, che la società emergente è plurale, incerta, complessa, delicata. Non basta la cancel culture né i non-fungible tokens a tracciare percorsi credibili. Nel frattempo, il paradigma dei prossimi anni (decenni? secoli?) sostituisce la serialità omologante con una sorta di artigianato narrativo, preferisce la prossimità alla globalità, l’esperienza alla concorrenza, la relazione alla conquista. I rantoli conservatori di questi anni turbolenti non fanno che confermare la vanità della reazione: forse qualche fermento si può rallentare, arginare un poco, ma non certo fermare. La buona notizia, in questo nuovo medioevo, è che stiamo tornando a raccontarci, a rappresentarci, a fertilizzare idee e intuizioni.
Ridisegnare la mappa dei valori per offrire una lettura critica del sistema culturale
Forse è arrivato il tempo in cui l’economia dei manuali può arricchirsi della lettura critica del sistema culturale, per natura magmatico, indefinito, evolutivo e più attento ai significati che non alle funzioni. Da qui è emersa l’urgenza di ridisegnare la mappa dei valori, lasciando per la via gli elettrodomestici contabili (sempre utili ma non certo dominanti) e ragionando in modo laico su come la catena del valore culturale nasca, si sviluppi e si consolidi in un reticolo neurale di relazioni, scambi, confronti e arricchimenti senza i quali il patrimonio artistico rischia di restare afono. Dopo due secoli quasi messianici, in cui l’arte offre messaggi spirituali e la società farebbe bene a comprenderli come fossero delle norme etiche, è tempo di smetterla con questi riti surreali, e mettere a fuoco il valore che emerge dallo scambio tra offerta e domanda: l valore che emerge dallo scambio tra offerta e domanda: a monte, l’offerta ragiona socraticamente sul genius loci; a valle, la domanda ne interpreta il discorso in chiave di zeitgeist.
Ecco perché io, Michele Trimarchi, un economista, mi sono cimentato in un libro d’arte
Valeva la pena scrivere un libro su tutto questo? Gli snodi del tempo richiedono di chiarire i perché della creatività, esplorare le opzioni tecniche della produzione, analizzare la fenomenologia della domanda. Tutte cose che un manuale basato su modelli standardizzati, metriche monetarie e illusioni etiche finisce per perdere di vista. Scrivere è una presa di responsabilità: le pagine restano come sono state disegnate, e non si può fingere di aver pensato diversamente. L’arte non è materia da economisti, ma si può osservare che se nessuno ne fruisce non può generare valore: stock unico e indefinibile, la sua catena del valore scaturisce per effetto del dialogo con i suoi fruitori, il cui metabolismo ne definisce livello e dinamiche. Un capolavoro sepolto in un deposito, non visto da nessuno, non può (ancora) attivare alcun valore.
“Il valore economico della cultura”, Un volume per immaginare un sistema culturale meno arroccato
Da qui discendono molti ragionamenti, che cercano di immaginare un sistema culturale meno arroccato in torri d’avorio, più eloquente nel dialogo con una società complessa, più incisivo nella capacità di integrare le dimensioni analogica e digitale, più coraggioso nel chiedere infrastrutture, tecnologia, competenze anziché concessioni finanziarie legate a valutazioni censorie, così da trasformare le burocrazie assistite in imprese culturali. Il libro ha moltissimi debiti, e deve la sua visione di fondo e il suo dipanarsi in un ecosistema complicato come quello culturale a Federica Antonucci, Ilaria Bollati, Valeria Morea, Jessie Bower, Matilde Ferrero e Nicole Greco. Ricordo una teca in un dipartimento accademico, c’era la copertina di un libro, con il cartello “You’ve seen the cover, now read the book”.
Michele Trimarchi
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